La vita è esperienza, cioè improvvisazione, utilizzazione delle occasioni; la vita è tentativo in tutti i sensi. Donde il fatto, a un tempo imponente e assai spesso misconosciuto, delle mostruosità che la vita ammetteGeorges Canguilhem
venerdì 18 dicembre 2009
lunedì 5 ottobre 2009
venerdì 18 settembre 2009
Funerali di Stato per ogni vittima del lavoro
La tragedia afghana non può lasciare affatto indifferenti e stimola importanti riflessioni di carattere politico sull’opportunità di prolungare la finzione per cui cittadini italiani siano impegnati in operazioni di pace in un territorio in cui – come risulta evidente ad ogni osservatore attento – sono in realtà in corso scorribande belliche. I Talebani stanno avanzano nella riconquista del Paese e non si deve affatto sottovalutare la possibilità che possano rovesciare il governo “democratico” di Hamid Karzai. In realtà è inutile prendersi in giro: Islam e democrazia sono fisiologicamente incompossibili. Al limite si può confidare nell’affermazione di un’oligarchia temperata o in regime apparentemente dal volto occidentale (come quello di Mubarack in Egitto).

La commozione e la disperazione delle vedove e dei familiari affranti dei parà assassinati merita rispetto assoluto e il cordoglio nazionale. Ma non i funerali di Stato. Per nessuna ragione al mondo. L’Italia non si è affatto liberata dalla retorica fascista dell’onore della Dea Patria. Quella gente stava lavorando dignitosamente. Non ha scelto di andare in Afghanistan per ragioni ideali o ideologiche. Non sono martiri di nulla. Sono vittime di un lavoro rischioso di cui erano perfettamente consapevoli. Nessuno ha imposto loro di lasciare le famiglie per la missione. Lo stesso discorso vale ovviamente per i caduti di Nassirya. Onde evitare discriminazioni fra esequie di serie A e di serie B, sofferenze più autorevoli – da pompa magna – di altre (è risaputo, piuttosto, che le sfumature della sofferenza e dello strazio seguono esclusivamente le dinamiche del cuore) ogni vittima del lavoro meriterebbe i funerali di Stato. Se domani un muratore dovesse cadere da un’impalcatura, quell’uomo meriterebbe – in caso di morte – lo stesso trattamento concesso ai sei sfortunati compatrioti morti in Afghanistan: sfilata di parrucconi senza speranze.
venerdì 26 giugno 2009
mercoledì 17 giugno 2009
Non potendo attirare l’attenzione per l’emergenza di un talento particolare o di una virtù, il ministro Brambilla si è guadagnata l’interesse pubblico per via dell’esposizione mediatica, nel salotto di Vespa, delle sue grazie. Le gambe accavallate lasciavano intendere tutto ciò che si poteva intendere.
Il suo datore di lavoro l’ha resa ministro del turismo, nel corso della legislatura, dal momento che questa promozione non poteva essere sancita nell’atto di insediamento del governo, per via di calcoli inerenti l’immagine della delegazione ministeriale. Allora si optò per la soluzione consolatoria del sottosegretariato. La Brambilla doveva essere compensata per aver costruito circoli di plastica in ogni dove e una TV ufficiale di regime. Delle sue imprese ora non resta traccia viva.
Non potendo attirare l’attenzione per l’emergenza di un talento particolare né per una nuova esposizione delle grazie, ha deciso di cambiare arto. Nel corso della Festa dell’Arma, in quel di Lecco, lo scorso 9 giugno, durante l’esecuzione dell’Inno di Mameli, la Brambilla ha teso il braccio al cielo. Anche il padre ha fatto lo stesso gesto. Giochi di arti, sintomo certo del cancro che sta consumendo il Paese.