La vita è esperienza, cioè improvvisazione, utilizzazione delle occasioni; la vita è tentativo in tutti i sensi. Donde il fatto, a un tempo imponente e assai spesso misconosciuto, delle mostruosità che la vita ammette
Georges Canguilhem



Visualizzazione post con etichetta Personaggi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Personaggi. Mostra tutti i post

mercoledì 7 marzo 2012


Enzino Ottaviano, pater patriae





Quando in una cittadina di provincia diverse centinaia di persone si radunano spontaneamente per accompagnare un feretro in chiesa, vuol dire che l’oggetto della commemorazione funerea era stato in vita un soggetto speciale, al di là dell’infusione del carisma e delle qualità professionali. Se si intendesse il contesto locale come un microcosmo sociale, Enzino Ottaviano potrebbe essere inteso, con sacrosanta ragione, come il «pater patriæ», un’icona. Amministratore generosissimo, provava un’autentica passione per gli strati più umili della fauna cittadina. È difficile immaginare un valido docente di storia e di filosofia dialogare con persone che consumano il vernacolo nel lessico della rassegnazione. Seppe farsi carico di bisogni che erano finanche ben distanti dalla prerogative che solitamente spettano al Sindaco. Se il sindaco è colui che amministra con giustizia (syn-dikaios), allora è stato il Sindaco, nel senso che non scontentava nessuno, nella sua vocazione profondamente altruista, che non era né democristiana né populista, ma autenticamente «popolare». Certamente, l’amministratore che sa accontenare tutti, non sempre riesce a costruire il bene comune, che presuppone rinunce, sacrifici. L’eccesso di generosità è un boomerang. Tuttavia, agì sempre in buona fede, con la mente sgombra da secondi fini. Alcuni mestieranti della politica continuano maldestramente ancora oggi, soprattutto oggi, a rivendicare un’eredità politica che non gli compete. Ottaviano non ha lasciato eredità, dato che il suo impegno sociale sfuggiva ai precetti più elementari dell'amministrazione pubblica. Non ha formato eredi. L’oscura mediocrità dei suoi successori, lontanissimi dall’ideale che animava le sue giornate, acuisce il rimpianto sul fondo di un’inesorabile nostalgia. Purtroppo non seppe o non volle riconoscere (o ammettere) la bassezza dei suoi collaboratori, gli sparvieri in giacca e cravatta che ieri ruotavano incessantemente attorno al suo sepolcro di fiori e rimorsi. Addio Enzino, non dimenticherò l’unica lezione (sulle mitologie delle antiche civiltà) che ebbi modo di seguire, così come il riconoscimento pubblico di una passione che rispondeva soltanto alle ragioni del cuore.



venerdì 28 ottobre 2011



Sono intristito dalla notizia della scomparsa di James Hillmann: è come se avessi perso il maestro preferito o l’unico professore di liceo che ha lasciato qualche traccia sulla mia formazione. Quando avevo 16 o 17 anni consumavo fino all’ultima pagina i suoi saggi, ricavandone impressioni di pienezza esistenziale, nel senso che le sue parole, così suggestive, erano pietre che scalfivano le prime crisi adolescenziali. Ho il profondo rammarico di non aver mai avuto l’opportunità di seguire una sua lezione, magari a Modena nel settembre 2007. Quando penso all’anima, comprendo che il suo unico possibile significato coincide con quello teorizzato da Hillmann nelle sue opere: il giardino è l’anima. «Noi oggi tendiamo a dimenticare che l’anima non è solo dentro di noi, ma anche fuori di noi. E quando siamo in un giardino alla francese o di qualunque altro tipo di giardino, si manifesta qualcosa dell’anima mundi. L’Anima del Mondo si rende visibile ed anzi si mette in mostra».

martedì 2 agosto 2011

Iossio, venafrano dimenticato

(Primo piano Molise, 3 agosto 2011, p. 16)


C’è chi ha inteso la ricerca filosofica come il tentativo di gettare nuova luce su espressioni del pensiero «alienate» dagli orientamenti storiografici, ponendole così in primo piano rispetto ai grandi sistemi, che sono tecniche del «potere» applicate alla fondazione di identità culturali forti. In tal senso, l’esercizio speculativo si converte in un gesto «archeologico».


G. W. Leibniz (1646-1716) fu uno degli esponenti più influenti del pensiero filosofico e scientifico della modernità, forse l’ultimo «genio» europeo. Si occupò di molteplici piani tematici, anche decisamente differenti fra loro, lasciando contributi influenti: scoprì indipendentemente da Newton il calcolo infinitesimale, progettò una delle prime macchine calcolatrici (archetipo del computer), si spese per la riconciliazione dei cristiani nel segno di un’unica Chiesa universale, fu il massimo rappresentante del razionalismo del XVII secolo. Inoltre, si interessò con profitto a problemi di fisica, astronomia, medicina, diritto, etica, politica, storia, non trascurando l’osservazione dei dettagli e lo sviluppo delle intuizioni. L’enciclopedismo presupponeva comunque un’autentica passione per le biblioteche e le raccolte librarie: si formò da autodidatta nella ricchissima biblioteca del padre (austero docente universitario); fra le mansioni cortigiane che assolse presso il duca di Hannover emergeva soprattutto quella di bibliotecario e storico di corte e, inoltre, nel corso della sua vita compose un considerevole fondo librario privato. Nel febbraio 1663, il diciassettenne Leibniz acquistò sul banco di un mercante in occasione di una delle grandi fiere librarie di Francoforte (oppure di Lipsia) uno dei primi volumi per la propria biblioteca personale: la seconda edizione del Tractatus novus, utilis et jucundus, de Voluptate et Dolore, de risu et fletu, somno et vigilia … (typis Wolffgangi Richteri, sumptibus Ioannis Theobaldi Schonwetteri, Francofurti 1603) di Venafranus Jossius, al quale era allegato, per affinità tematica, il notevole trattato sul riso di Antonio Lorenzini Poliziano.



Venafranus Jossius era senza dubbio Nicandro Iossio, filosofo e medico originario di Venafro attivo nella seconda metà del Cinquecento. Insegnò filosofia a Roma, dove nel 1580 fu pubblicata «apud Franc. Zanettum, in 4» la prima edizione del Tractatus. Lo studio di Iossio esprime in maniera lineare i caratteri distintivi propri dell’aristotelismo rinascimentale, intriso di sfumature naturalistiche, svelando comunque una propria originalità nella presentazione di una spiegazione gnoseologica delle facoltà sensoriali e di un’interpretazione «psicologica» del riso e del pianto. Il Tractatus ebbe una buona fortuna: l’edizione tedesca postuma (1603) contribuì alla circolazione dello scritto negli ambienti culturali europei. Certamente Iossio fu letto nel Sacro Romano Impero, in Francia e in Inghilterra: non solo Leibniz, ma anche Gabriel Naudé, bibliotecario del cardinale Mazzarino, e Robert Burton, il celebre autore di The Anatomy of Melancholy (Oxford 1621) possedevano, ad esempio, una copia personale dell’opera. La fortuna seicentesca si estinse progressivamente. Il Tractatus è stato incautamente «rimosso» dalla ricerca storiografica: non ne è mai stata elaborata un’edizione critica o una traduzione, né si riscontrano monografie sul pensatore venafrano. Le ricerche più esaustive concernenti la storia del pensiero scientifico tardo-rinascimentale si limitano a citare il volume in nota, senza offrire elementi di contestualizzazione. L’Enciclopedia Filosofica Bompiani, preziosa per la completezza delle informazioni che fornisce anche su autori «minori», non dedica al Tractatus neppure un rigo dei suoi venti volumi. Nicandro Iossio è stato dimenticato anche nella sua cittadina d’origine. Quanti studenti locali hanno avuto l’occasione di sentirlo nominare? La toponomastica (che rappresenta un indizio prezioso per apprendere lo «spirito culturale» di un centro urbano) l’ha relegato in una via gregaria, breve, stretta, in salita, persino priva di indicazione stradale. Si tratta di un riconoscimento inutile.



La ricerca filosofica, dunque, può restituire un volto a percorsi del pensiero significativi e valevoli, che sono stati condannati all’oblio per pregiudizio ideologico» o, peggio ancora, per assenza di profondità.

lunedì 10 maggio 2010

JORGE LUIS BORGES

E se al mondo esistessi soltanto io?


«Le enciclopedie sono state la lettura principale della mia vita. Sono sempre stato interessato alle enciclopedie. A Buenos Aires andavo alla Biblioteca Nacional e, siccome ero timido, non osavo chiedere un libro o avvicinare un bibliotecario, e così cercavo sugli scaffali l’Enciclopedia Britannica. Ovviamente poi mi portavo il libro a casa. Sceglievo un volume a caso e lo leggevo. Una notte fui ben ricompensato perché lessi tutto sui Drusi, su Dryde \ e sui Druidi, tutti nello stesso volume, ovviamente, il “DR”. «Poi mi venne l’idea di un’enciclopedia di un mondo vero e poi di una, ovviamente molto rigorosa, di un mondo immaginario, dove tutto sarebbe stato collegato. Dove, per esempio, ci sarebbe stato un linguaggio, poi la letteratura, poi la storia, e così via. Poi ho pensato di scrivere una storia dell’enciclopedia fantastica. Naturalmente per scriverla ci sarebbero volute molte persone diverse che discutessero molte cose - matematici, filosofi, uomini di lettere, architetti, ingegneri, e anche narratori o storici. Poi, siccome mi serviva un mondo assolutamente diverso dal nostro, - non bastava inventare nomi stravaganti - mi dissi, perché non un mondo basato sulle idee di Berkeley?». Un mondo in cui è Berkeley a rappresentare il senso comune e non Cartesio? «Sì, proprio così. Quel giorno scrissi Tlön Uqbar, Orbis Tertius. Ovviamente l’intera storia si basava sulla teoria dell’idealismo, l’idea che non ci sono cose ma solo eventi, che non ci sono nomi ma solo verbi, che non ci sono cose ma solo percezioni...». Tlön è un buon esempio di racconto dove, comunque finisca la storia, il lettore è incoraggiato a continuare ad applicare le sue idee. «Bene, lo spero. Mi chiedo però se siano le mie idee. Perché, davvero, io non sono un pensatore. Ho usato le idee dei filosofi per i miei scopi letterari, ma non credo proprio di essere un pensatore. Penso che il mio pensiero sia stato fatto per me da Berkeley, Hume, Schopenhauer, forse Mauthner». Lei dice di non essere un pensatore... «Ciò che intendo dire è che non ho un sistema filosofico mio. E non ho mai cercato di crearmelo. Sono solo un uomo di lettere. Nello stesso modo - beh, forse non dovrei scegliere questo esempio - nello stesso modo in cui Dante usava la teologia per gli scopi della sua poesia, o Milton la teologia per la sua poesia, perché io non dovrei usare la filosofia, soprattutto l’idealismo - la filosofia che mi attira - per scrivere un racconto, una storia? Penso che sia lecito, no?». Lei condivide di sicuro una cosa con i filosofi: la fascinazione per la perplessità, il paradosso. «Sì, ovviamente - presumo che la filosofia sgorghi dalla nostra perplessità. Se avete letto quelli che potrei essere autorizzato a chiamare “i miei lavori”, avrete visto che lì dentro c’è in continuazione un evidente simbolo della perplessità: il labirinto. Labirinto e stupore vanno insieme, no? Un simbolo di stupore potrebbe essere il labirinto». Ma i filosofi non sembrano contenti di essere semplicemente messi di fronte alla perplessità, vogliono risposte. «Hanno ragione». Hanno ragione? «Beh, forse nessun sistema è completamente raggiungibile, ma la ricerca di un sistema è molto interessante». Lei definirebbe il suo lavoro la ricerca di un sistema? «No, non sarei così ambizioso. Lo definirei non fantascienza ma racconto filosofico, o racconto onirico. Sono anche molto interessato al solipsismo, che è poi una forma estrema di idealismo. È strano come tutti quelli che scrivono di solipsismo lo facciano per confutarlo. Non ho visto un solo libro a favore del solipsismo. So quello che vorreste dirmi: dato che c’è un solo sognatore, perché scrivo un libro? Ma se c’è un solo sognatore, perché non potrei sognare di scrivere un libro?». Che cosa pensa del solipsismo? «Che in senso logico è inevitabile: non ammette confutazione e non produce convinzione». In conclusione, lei ritiene che una storia possa rappresentare una posizione filosofica più efficacemente delle argomentazioni di un filosofo? «Non ci ho mai pensato, ma presumo di sì. Penso a qualcosa in termini di Gesù Cristo. Se ben ricordo, non ha mai usato argomentazioni, usava lo stile, usava certe metafore. Usava frasi che facevano colpo. Non diceva: non sono venuto a portare la pace ma la guerra, bensì: non sono venuto a portare la pace ma la spada. Cristo pensava per parabole. Blake diceva che un uomo, se è un cristiano, non dovrebbe essere solo intelligente, dovrebbe essere anche un artista, perché Cristo ha insegnato l’arte attraverso il suo modo di predicare, perché ognuna delle frasi di Cristo, se non ogni singola parola, ha valore letterario e la si può prendere come metafora o come parabola». Ma allora, che cosa distingue l’attitudine filosofica da quello lettaria, se condividono così tante cose? «Il filosofo ha un modo molto rigoroso di pensare, mentre lo scrittore è interessato anche alla narrazione, racconta delle storie, usa le metafore». Lei ritiene che un racconto, soprattutto un racconto breve, possa essere rigoroso in senso filosofico? «Direi di sì. Ovviamente in quel caso sarebbe una parabola. Ricordo una frase letta nella biografia di Oscar Wilde di Hesketh Pearson, a proposito della predestinazione e del libero arbitrio. Pearson chiese a Wilde dove mettesse il libero arbitrio, e quello rispose con una storia di aghi e chiodi che vivevano nei pressi di un magnete e dicevano: dovremmo andarlo a trovare, senza rendersi conto che si stavano slanciando sul magnete, il quale sorrideva perché sapeva che stavano andando a trovarlo. In questo modo Wilde dava la sua opinione: noi pensiamo di essere attori liberi, ma ovviamente non lo siamo... Vorrei però chiarire che, se si devono trovare idee in ciò che scrivo, quelle idee arrivano dopo la scrittura. Intendo dire che io comincio a scrivere, comincio con la storia, con il sogno. E poi, forse, entra qualche idea. Non comincio con la morale, per poi scriverci su un racconto che la dimostri».



(1976, intervista di LAWRENCE I. BERKOV e DENIS DUTTON, MICHAEL PALENCIA-ROTH).


venerdì 26 giugno 2009

Il sogno di diventare grande

No. Non credo di potermi ritenere una sua fan. Eppure la scomparsa del cantante afroamericano ha suscitato qualche pensiero che vorrei condividere con chi legge queste poche righe. Quando esplose il mito di Michael Jackson ero una bambina. A sette anni non s'apprezza granché l'opera pop di un fenomeno musicale. Ma ho il ricordo vago di un cartone animato in cui cinque fratelli di colore, coi capelli ricciuti e arruffati, dimenavano i loro corpicini tra i colori e le fantasie di un cartoon. L'immagine che mi piace di più è proprio questa: il piccolo prodigio di colore che spazza via un mondo musicale fatto dai grandi.
Quasi mi viene di paragonarlo ad Arnold: altro piccolo protagonista dell'omonimo telefilm che negli anni '80 ci teneva incollati allo schermo. "Che cavolo stai dicendo, Willis?". Già, che cavolo stai dicendo... Arnold non era un bambino, in realtà era un nano e ci ha ingannati tutti a tal riguardo. Michael Jackson ha sognato di diventare un grande, un gigante, ma è rimasto schiacciato dal suo stesso peso. Non posso che augurargli di riuscire a riafferrare, nel magico mondo che adesso lo ospita, tutta la purezza e l'innocenza che brillava negli occhi accesi di un bambino prodigio che ha rinunciato a diventare grande.

martedì 17 marzo 2009

Pane e libertà

Devo dire che la fiction non mi ha mai attratta in modo particolare. Tranne qualche caso sporadico, come la narrazione ben fatta sulla vita di Perlasca o di Caravaggio, ribadisco che non mi mai completamente rapita. Come dite?, ho adoperato la parola ‘narrazione’ piuttosto che quella più di tendenza: fiction? Eh lo so, avete ragione, ma che farci se io trovo molto più elegante e prestigiosa la nostra lingua italiana? Prego, non abbiate timore ché sulla questione non intendo soffermarmi di più, e ce ne sarebbero di cose da scrivere! Ritorno al punto principale, tentando di non uscire fuori tema, dunque.
Ammetto di essere stata colpita positivamente dalle puntate andate in onda domenica e lunedì sul primo canale (quello della rete nazionale, per intenderci!). Mi riferisco alla - ecco ci siamo, mi concentro e scrivo!: - fiction ‘Pane e libertà’, biografia perfetta di un uomo chiamato Giuseppe Di Vittorio. Voglio rendervi partecipi della biografia rintracciata tra le pagine svolazzanti del web scritta da Felice Chilanti:

«Giuseppe Di Vittorio nasce a Cerignola il 13 agosto del 1892 [in realtà la data è l'11 agosto, dichiarata all'anagrafe di Cerignola il 13 agosto, ndr] . Il padre Michele è un lavoratore dei campi e tutta la famiglia è costituita da braccianti agricoli. La madre si chiama Rosa Errico.
Nel 1902 il padre muore in seguito a malattia contratta nel suo lavoro di curatolo, e lui è costretto ad abbandonare la scuola elementare per essere avviato al lavoro nei campi.Nel 1904, nel maggio, partecipa ad una manifestazione di lavoratori agricoli, durante la quale interviene la polizia. Quattro lavoratori vengono colpiti a morte. Fra questi un suo giovane amico quattordicenne, Antonio Morra.Nel 1910, alla fine di novembre, diventa segretario del circolo giovanile socialista di Cerignola, che prende il nome di "XIV maggio 1904", per ricordare l'eccidio consumato in quell'anno. Il circolo prende ben presto un indirizzo a carettere sindacalista rivoluzionario, staccandosi dal PSI e aderendo alla Federazione di Parma della gioventù socialista. Partecipò all'esperienza del sindacalismo rivoluzionario e aderì all'USI (l'Unione Sindacale Italiana, nata nel 1912 dalla scissione con la CGdL riformista), ricoprendone dal 1913 la carica di membro del Comitato Centrale. Nel 1913 diventa segretario della Camera del Lavoro di Minervino Murge, mentre si sviluppa in parecchi centri della Capitanata e della provincia di Bari l'influenza del sindacalismo rivoluzionario. Nel 1914, ricercato dalla polizia in seguito ai fatti della "settimana rossa", è costretto a riparare a Lugano. Quindi prende contatto con molti fuoriusciti italiani e ne approfitta per studiare in modo sistematico. E' quello che Di Vittorio ricorderà come il suo "liceo". Nel 1915 è richiamato in guerra e dopo aver partecipato a parecchie azioni rimane ferito. Per il suo passato di "sovversivo", dopo un lungo peregrinare, viene inviato a Porto Bardia, in Libia. Rientrerà in Italia tra gli ultimi, nell'agosto del 1919. Il 31 dicembre sposa Carolina Morra. Avranno due figli: Baldina, che nasce a Cerignola il 6 ottobre del 1920, e Vindice che nasce a Bari il 21 ottobre 1922.
Nel 1921 viene eletto deputato mentre è detenuto nelle carceri di Lucera. La elezione a deputato avviene in circostanze del tutto eccezionali. Esse ci offrono un quadro della situazione non solo personale, ma ci indicano lo scontro sociale in atto tra la fine del 1920 e la metà del 1921. In questo periodo dilaga il fascismo, con la violenza più spietata, in molti centri pugliesi considerati le roccaforti del movimento socialista e, soprattutto, delle organizzazioni sindacali dei lavoratori. Queste fanno capo, in parte, alla CGdL, di orientamento socialista, e in misura consistente (Cerignola, Minervino, Corato, Bari) all' Unione sindacale italiana, di cui Di Vittorio è il maggiore e più qualificato esponente. La resistenza al fascismo era molto forte in Puglia e Di Vittorio ne era uno degli animatori più convinti e deciso. Ed è proprio in seguito ad uno sciopero regionale antifascista, in un momento in cui il movimento operaio è più in ritirata, che Di Vittorio viene arrestato. Nel 1921 lo scontro in quella campagna elettorale è totale: i fascisti provocano una strage a Cerignola (nove lavoratori uccisi). Nonostante il clima di violenza e di intimidazione Di Vittorio viene eletto. Per tutto il 1921 e fino ai primi mesi del 1923, l'attenzione preminente di Di Vittorio è rivolta alla situazione dei lavoratori e delle loro organizzazioni in Puglia, sottoposta ad un'opera di logoramento fino alla distruzione. Egli stesso è bandito dalla sua città, dai fascisti di Cerignola. Ma è a Bari che egli mette a profitto tutta la sua esperienza, nella Camera del Lavoro. L'occasione e' offerta dallo sciopero nazionale, detto "legalitario", dell'estate 1922, che ha luogo in tutta Italia per imporre la fine delle violenze fasciste ed il ritorno al rispetto della legge. Indetto dall'Alleanza nazionale del lavoro lo sciopero si risolse in una amara sconfitta: furono poche le realtà nel quale si costituì un ampio schieramento antifascista. Una di queste è stata Bari e la sua Camera del Lavoro che riuscì a costituire un ampio schieramento di forze (socialisti, sindacalisti, anarchici, comunisti, ufficiali fiumani, arditi del popolo) e tenne in scacco i fascisti fino all'ottobre del 1921, quando intervenne l'esercito a conquistare e sciogliere la Camera del Lavoro. Sul finire del 1922 per Di Vittorio non è più possibile vivere in Puglia. Si trasferisce a Roma.Nel 1924 avviene l'incontro con Antonio Gramsci e con Palmiro Togliatti, che lo porta ad aderire al Partito Comunista. Insieme con Ruggiero Grieco, dirigente comunista pugliese, avvia un'interessante lavoro per gettare le basi di un'organizzazione autonoma dei contadini italiani, in primo luogo nelle regioni meridionali. Il clima è quello della semilegalità che ben presto diventerà, ai primi di novembre del 1926, illegalità piena e totale.Fra il 1928 ed il 1930 è in Urss, rappresentante del Pcd'I presso l'Internazionale Contadina. Nel 1930 va a Parigi per far parte del gruppo dirigente del PCI e per assumere l'incarico di responsabile della CGIL clandestina. Nella primavera del 1935 muore la moglie di Di Vittorio. Nel 1936 è fra i primi ad accorrere in Spagna ad Albacete partecipa all'organizzazione delle Brigate Internazionali con Luigi Longo e Andrè Marty ed altri dirigenti. Nel 1939 dirige "La voce degli italiani", quotidiano antifascista. Il 10 febbraio 1941 è arrestato a Parigi dai tedeschi. Assieme a Bruno Buozzi e Guido Miglioli viene consegnato alle autorità italiane, che lo condannano a 5 anni di confino che sconta sull'isola di Ventotene.
Nel 1943 viene liberato e partecipa alla lotta di Liberazione. Firmatario del Patto di unità sindacale di Roma del 1944 con Achille Grandi per i democristiani e Emilio Canevari per i socialisti, diviene segretario generale della Cgil unitaria e poi, dopo la scissione, della Cgil fino alla sua morte.Nel 1946 viene eletto deputato dell'Assemblea Costituente. Tra le sue innumerevoli iniziative, va almeno ricordato il Piano per il lavoro, del 1949. Nel 1953 viene eletto presidente della FSM (Federazione Sindacale Mondiale). La convinta adesione agli ideali comunisti fu sempre contraddistinta da una totale autonomia che ebbe il suo momento più noto nella condanna decisa della feroce repressione sovietica in Ungheria nel 1956. Un altro punto fermo del suo pensiero fu il rifiuto della violenza nelle lotte di massa e nell'azione del movimento sindacale, convinto come era che nel nuovo regime democratico ai lavoratori erano dati gli strumenti pacifici per sviluppare le loro rivendicazioni e per allargare la loro influenza sugli altri ceti della popolazione italiana. Non ebbe esitazioni ad ammettere pubblicamente gli sbagli della organizzazione che dirigeva, e memorabile in questo senso rimane il discorso al comitato direttivo della Cgil dell'aprile del 1955, dopo la sconfitta alle elezioni dei rappresentanti dei lavoratori alla Fiat.Muore il 3 novembre del 1957 a Lecco, dopo un incontro con i delegati sindacali.
L'affermazione del valore sociale e culturale del lavoro è stato il principio che ha sempre ispirato e accompagnato l'azione sindacale di Di Vittorio; l'autonomia, la democrazia e l'unità del sindacato sono stati i suoi principali obiettivi. La CGIL doveva restare rigorosamente plurale e apartitica, senza per questo venire meno ad una sua naturale vocazione politica, centrata sulla difesa e lo sviluppo della democrazia e della Costituzione repubblicana, che aveva nella solidarietà e nei diritti i suoi principali valori. Pur vivendo una stagione assai difficile, segnata da tensioni ideologiche stridenti legate al sottile equilibrio bipolare della guerra fredda, Di Vittorio lavorò sempre per l'unità di tutti i lavoratori, dalla quale faceva derivare anche l'unità sindacale; a suo avviso, solo in questo modo sarebbe stato possibile difendere l'interesse generale della classe lavoratrice, lottando efficacemente per la sua emancipazione.»

[dal sito http://www.cgilfoggia.it/]

Il film (stavolta ritorno alla classica terminologia britannica!) andato in onda in televisione ha davvero carpito in modo perfetto i lineamenti di quest’uomo venuto al mondo per realizzare i sogni e le speranze di quella gente lasciata ai margini della società dai padroni affamati solo di potere e di denaro. E quanta passione, che ardore nella sua lotta contro l’ingiustizia e la disuguaglianza tra potenti e servi, tra potenti e contadini, tra uomini e uomini. Ho apprezzato tantissimo una scena del film, in particolare: secondo la consuetudine di quel mondo fatto di lavoro e sudore, i figli dei contadini non avrebbero mai potuto essere degni di frequentare la scuola. Anzi, lo stesso Di Vittorio si sente rimbrottare dalla madre che solo i ‘figli dei signori possono andare a scuola, i cafoni no’. E allora sapete lui cosa fa? Si procura un abito elegante, un abito da signore e col cappello in testa e le scarpe lucide ai piedi, passeggia per le strade del suo paese mostrando come sia possibile trasformare in un signore un cafone ben vestito!
Ed ho apprezzato ancora di più il titolo della narrazione televisiva: Pane e libertà. Due tesori che non dovrebbero mancare mai sul desco dell’umanità.


Stralcio dal discorso al II congresso della cultura popolare, Bologna 11 gennaio 1953.

Io non sono, non ho mai preteso, né pretendo di essere un uomo rappresentativo della cultura. Però sono rappresentativo di qualche cosa. Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana… La cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini: la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale…
Io sono, in un certo senso, un evaso da quel mondo dove ancora imperano in larga misura l’ignoranza, la superstizione, i pregiudizi, gli apriorismi dogmatici che derivano da questa ignoranza. Io lo conosco quel mondo, profondamente. Ci sono vissuto e so quanto siano grandi gli sforzi che occorrono per tentare di uscirne. Ma in quel mondo, dietro quel muro, vi sono ancora milioni di italiani, milioni di fratelli nostri. Tutte le iniziative, tutte le forme di organizzazione, tutti i tentativi debbono essere fatti per accorrere in aiuto di questi nostri fratelli, per aiutarli a liberarsi da questa ignoranza, perché anch’essi possano provare a sentire le gioie e i tormenti dell’accesso al sapere. Dobbiamo andare fra quelle masse di nostri fratelli, chiamarle, stimolarle alla vita nuova, al sapere, al conoscere, a vedere alto e lontano; dobbiamo andare come un trattore potente su un terreno incolto da secoli per fecondarlo e trarlo a coltura, a vita, a bene della società…"


E cos’altro aggiungere a questo punto? Qualsiasi altro discorso dopo quello riportato sopra sarebbe davvero inutile.