La vita è esperienza, cioè improvvisazione, utilizzazione delle occasioni; la vita è tentativo in tutti i sensi. Donde il fatto, a un tempo imponente e assai spesso misconosciuto, delle mostruosità che la vita ammette
Georges Canguilhem



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sabato 11 febbraio 2012

La carriòla


Per Lisbona. Perché nel titolo rivive Lisbona e dunque Pessoa. Pessoa in realtà viene citato non molto spesso, due sole volte: una nel racconto, l’altra sul frontespizio del libro.


Rua dos Douradores. E se Bernardo Soares avesse deciso così, all’improvviso, di cambiare vita, di lasciare il suo lavoro e il suo ufficio e saltare sul primo treno in partenza alla stazione? Ecco, allora non avremmo avuto il Libro dell’Inquietudine. Dilaga il respiro del poeta portoghese e gonfia le pagine di quest’altro libro di cui vi scrivo e in cui si narra la storia di un professore svizzero di lingue morte – latino, greco, ebraico – che una mattina, mentre percorre la strada che lo separa dal suo liceo, s’imbatte in una donna che, a giudizio di Raimond Gregorius, pare voglia gettarsi da un ponte. Il professore scoprirà che la giovane donna è portoghese. Português. “La o, che lei sorprendentemente aveva pronunciato come una u, la sonorità stranamente soffocata e in crescendo della ê e la sc strascicata e morbida si fusero per lui in una melodia che echeggiò più a lungo di quanto non fosse accaduto in realtà, e che avrebbe amato poter ascoltare tutto il giorno”.


“Delle mille esperienze che facciamo, riusciamo a tradurne in parola al massimo una e anche questa solo per caso e senza l’accuratezza che meriterebbe. Fra tutte le esperienze mute si celano quelle che, a nostra insaputa, conferiscono alla nostra vita la sua forma, il suo colore e la sua melodia. Allorché ci volgiamo, quali archeologi dell’anima, a questi tesori scopriamo quanto sconcertanti essi siano. L’oggetto che prendiamo in esame si rifiuta di stare fermo, le parole scivolano via dal vissuto e alla fine sulla carta rimangono pure affermazioni contraddittorie. Per lungo tempo ho creduto che questa fosse una mancanza, una pecca, qualcosa che si dovesse superare. Oggi penso che le cose stiano diversamente: che il riconoscimento dello sconcerto sia la via regia per giungere alla comprensione di quelle esperienze tanto familiari quanto enigmatiche. Tutto ciò può suonare strano, anzi singolare, lo so. Ma da quando vedo la faccenda in questo modo, ho la sensazione di essere per la prima volta davvero vigile e vivo”.


Questa è l’introduzione del libro scovato per caso da Gregorius in una vecchia libreria antiquaria. AMADEU INÁCIO DE ALMEIDA PRADO, UM OURIVES DAS PALAVRAS, LIBSOA 1975, gli pronuncia a voce alta il libraio. L’orafo delle parole, non è un bel titolo? Allusivo ed elegante. Come argento opaco. Spesso, nell’osservare i suoi alunni, Gregorius s’era perso in un pensiero, sempre più frequente e tanto lontano da lui: “Quanta vita hanno ancora davanti a sé; come è ancora aperto il loro futuro; che cosa ancora può attenderli; quante esperienze possono fare ancora!” e adesso lì, in quel rifugio avvolto nell’odore di polvere e di rilegature in pelle, il libraio gli traduce un’altra frase dell’autore ignoto: “Se è così, se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è in noi, che ne è del resto?”


Il romanzo narra l’esperienza di un uomo ordinario che ad un certo punto della sua vita, contro ogni aspettativa che avrebbero potuto offrirgli il suo carattere e la sua prevedibilissima volontà, decide di darle una sterzata, di seguire l’istinto, di fidarsi della sua voglia di evadere dal mondo stantìo che lo circonda, di allontanarsi dalla sua amata Bubenberghplatz, dove aveva trascorso tutta la sua vita, dove sapeva orientarsi, dove era a casa… Il libro di Prado gli fornisce l’ingresso in un altro se stesso e il viaggio che lo condurrà a Lisbona avrà il merito di forgiarne il carattere e l’aspetto (gli occhiali ne saranno una prova). Ecco perché in qualche modo il gusto pessoiano non può che essere avvertito in ogni alito delle lettere stampate. Nel suo Livro do Desassossego il poeta scriveva: - Nessuno mi ha riconosciuto sotto la maschera dell’identità con gli altri, né ha mai saputo che ero maschera, perché nessuno sapeva che a questo mondo esistono i mascherati. Nessuno ha supposto che al mio lato ci fosse sempre un altro che in fondo ero io. Mi hanno sempre creduto identico a me stesso. - (Libro dell’Inquietudine, annotazione del 7 aprile 1933).


La struttura del romanzo è un classico libro nel libro, perché la narrazione è intercalata dalle continue annotazioni di Prado. Ma c’è qualcos’altro. Non è solo un racconto nel racconto, ossia il narrare della vita di Prado e le conseguenti rivoluzioni che essa provoca nella vita di Gregorius. Il professore, infatti, si insinuerà talmente bene nel passato del portoghese - conoscerà gli amici più cari dello scrittore affratellandosi con alcuni di loro - che arriverà a scoprire sempre più nuovi volti anche nella pedissequa, invariata sovraccoperta della sua esistenza. Ad un certo punto Gregorius si chiederà: “Era possibile che la maniera migliore per accertarsi di esistere fosse imparare a conoscere e a comprendere un altro?”. E il mio amore per i libri non può non suggerirmi che dal racconto nel racconto, dal libro nel libro, ne viene fuori un terzo: quello dell’osservatore esterno, del destinatario delle parole scritte, del lettore che di pari passo con l’eroe del romanzo compie anch’egli un viaggio, quello dentro se stesso. Ho sempre considerato la lettura una maestra di vita perché attraverso i libri s’impara a scoprire il mondo e anche un po’ se stessi: senza un libro appresso penso di non saper camminare! Leggere è vita, è amare, è stupirsi di se stessi e anche degli altri. È, come mi ricorda un piccolo poster incorniciato che ho di fronte mentre scrivo, un guardare oltre: “Chi legge…guarda lontano”, così sentenzia il motto del quadro. E mi vengono in mente i capolavori di quel genere artistico che ci lascia sempre in qualche modo perplessi e dubbiosi: siamo di fronte alla realtà o al sogno? È un trompe-l’oeil, un’immagine che salta fuori per rubarci l’anima e i desideri nascosti per poterli realizzare.


Una frase, su tutte, ha senza dubbio punzecchiato la mia attenzione ed è quella espressa a riguardo della lealtà nei confronti di se stessi: “L’impegno a non fuggire neppure davanti a se stessi. Né nell’immaginazione né nell’azione. L’essere pronti a rimanere fedeli a se stessi anche quando ci si detesta”. Poetava il mio amato Pessoa: “Penso che esprimere una cosa sia conservare la sua forza e privarla della sua terribilità”. Dunque, per restare fedeli a se stessi anche quando si ha l’impressione di scontrarsi con i propri principi, occorre svelare l’altro nostro volto che scompare dietro la patina di deferenza che si mostra fedele alle aspettative degli altri. In una delle tante annotazioni Prado elabora questo pensiero: “Succede anche agli altri di non riconoscersi nel proprio aspetto? Di avere l’impressione che la propria immagine riflessa sia semplicemente una quinta che deforma tutto in modo grossolano?”. E perdonatemi, miei due cari lettori, se ancora una volta vi strazio con la mia fisima pirandelliana. Ma non vi sovviene il superbo ‘Uno, nessuno e centomila’?: - …Mi accadde di sorprendermi all’improvviso in uno specchio per via, di cui non m’ero prima accorto. […] Non riconobbi in prima me stesso. Ebbi l’impressione d’un estraneo che passasse per via conversando” […] “Era proprio la mia quell’immagine intravista in un lampo? Sono proprio così, io, di fuori, quando – vivendo – non mi penso? Dunque per gli altri sono quell’estraneo sorpreso nello specchio: quello, e non già io quale mi conosco: quell’uomo lì che io stesso in prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono quell’estraneo che non posso veder vivere se non così, in un attimo impensato. Un estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri, e io no. -
Ho tentato così di recensire un libro, a parer mio un buon libro, che ha nel titolo il gusto del viaggio verso luoghi sconosciuti della terra e verso altrettanti luoghi che non si finisce mai di esplorare, come quelli della propria anima. Si può essere sicuramente migliori di ciò si appare. Basta scoprirlo e rivelarlo.


Treno di notte per Lisbona.
Di Pascal Mercier (pseudonimo di Peter Bieri, docente di filosofia della Freie Universität di Berlino). Perché uno pseudonimo? Perché nel suo ambiente non si può attribuire credibilità ad uno che decide di scrivere romanzi. E allora s’inventa, riconoscendosi, un altro se stesso. Tutto qua!

Dare buoni consigli significa mancare di rispetto alla facoltà
di sbagliare che Dio ha dato a tutti noi. E poi le azioni altrui
devono avere il vantaggio di non essere uguali alle nostre.
È comprensibile solo chiedere consigli agli altri:
affinché possiamo sapere, agendo in modo opposto, chi siamo
esattamente noi, assolutamente in disaccordo con l’Alterità.
(Livro do Desassossego)

lunedì 14 settembre 2009

Invito alla lettura di What a Carve Up!
di Jonathan Coe



L'opera richiederebbe diverse ore di tempo per poter essere presentata degnamente. Purtroppo diverse faccende impongono la definizione di una presentazione più scarna che, in nessun modo, intende essere una soluzione sbrigativa o superficiale, fatta soltanto per salvare le apparenze. Nelle opere di Jonathan Coe si svela il volto autentico dell'Inghilterra e - in particolar modo - di Londra, spoglio delle facili mitizzazioni da agenzia turistica che sono diffuse con disinvolutura dai media. Cartoline interessate. A pochi passi dalle arterie centrali della City si sviluppano nella nebbia vie e parchi intristiti dalla foschia che difficilmente potrebbero essere frequentati con spensieratezza nelle ore serali. Versione vagamente più elegante delle più squallide realtà deturpate della provincia italiana. In questo senso, i romanzi di Coe denunciano sempre delle disfunzioni sociali.

Nel caso specifico, l'attenzione del lettore viene attirata da una rete di trame ad incastro in cui i destini dei protagonisti si intrecciano variamente, sviluppando la magistrale lezione di Italo Calvino. Si intersecano le vicende private di Michael Owen - scrittore intorpidito senza particolari qualità, abbandonato dall'ispirazione e tradito dalla vita - con la logica del potere e della sopraffazione attuata da una famiglia corrotta fino in fondo dalla spregiudicata ricerca di interessi lucrativi - gli Winshaw appunto - di cui Michael - non senza un motivo come si scoprirà nelle ultime pagine - è stato incaricato di narrare le gesta da Tabitha, reclusa per tutta la vita in un manicomio per essersi opposta al (pre)potere del fratello Lawrence. In realtà, al lettore attento la patologia mentale della zia matta apparirà - fino all'ultima clamorosa pagina - soltanto un pretesto strategico di eliminazione di un parente scomodo. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, Lawrence ha venduto ai tedeschi il fratello, il buon Godfrey, impegnato nell'aviazione. La famiglia Winshaw ha raggiunto l'apice del successo nel corso degli anni folli dei governi di Margaret Thatcher. Liberismo estremo fino al delirio della discriminazione sociale. Un nipote di Lawrence e Tabitha, Henry, il politico di famiglia, è consigliere e sostenitore sfrenato della Lady di Ferro soltanto fino al momento in cui quelle frequentazioni risultano fruttuose. Ciò spiega il suo imbarazzante passato da deputato del Labour Party. Da laburista sosteneva i conservatori. Ciò che conta è l'esclusivo interesse di sfruttare al meglio le circostanze per attivare il motore dell'Avidità, macchina di frantumazione di ogni barlume di moralità. Suo fratello Thomas è un banchiere disposto ad offrire l'anima in pasto al diavolo pur di far rientrare le proprie speculazioni spregiudicate nei margini di una legalità fittizia. Figlia di Lawrence, Dorothy ha trasformato una fattoria di campagna in un campo di concentramento volto alla produzione industriale di prodotti alimentari contagiati da tossine di morte. Scatolame da supermarket dell'intossicazione Figlio di Godfrey, Mark è un criminale che trae smisurati profitti dagli affari che combina con Saddam Hussein ai tempi della Guerra del Golfo. A lui si oppone, l'intrepido Graham . . . Mortimer è fratello di Lawrence e Tabitha. Assente per quasi tutta la narrazione, si rivelerà - nelle pagine finali dell'opera, sperimentazione autentica di un thriller- il protagonista assoluto del romanzo, l'autore del riscatto dettato dall'odio e della vergogna. Mortimer agisce, riscattando alfine i soprusi attuati dai suoi stessi figli. Roddy è un mercante d'arte che non fa altro che ingannare giovani artiste, portandole a letto in cambio della promessa - mai mantenuta - di allestire mostre o esposizioni; a lui si oppone - per certi versi - Phoebe. Dopo aver fatto fallire un'importante società presso la quale ha svolto mansioni manageriali, Hilary si è inventata opinionista per una testata molto popolare; la sua rubrica orienta fino alla manipolazione l'opinione pubblica, in relazione agli interessi esclusivi di famiglia.
Carattere di incontro fra Michael e i Winshaw, il vecchio detective Fidley - anch'egli assoldato da Tabitha, la cui caratterizzazione offre a Coe lo spunto per denunciare la persecuzione liberale dei gay attuata fino a qualche anno fa nella civile England. Fidley consuma la sua esistenza a fasi alterne in prigione, per pagare la ricerca di piaceri effimeri nei servizi pubblici.

Per interesse, gli interessi dei Winshaw sono intrecciati. Le loro fortune derivano da continue agevolazioni reciproche. Nulla avviene a caso. Nulla si concede in cambio di niente. Le anime si prostituiscono nel bordello della Londra thatcheriana. Ricca di invenzioni, profili, raffigurazioni estremamente realistiche e di note mai scontate di intrattenimento, l'opera è grandiosa e monumentale, a tratti irripetibile. Diario corale di un delirio statale di (pre)potenza oligarchica.

La famiglia Winshaw è un romanzo che ogni lettore dovrebbe leggere, non solo per sviluppare una comprensione di sistema dell'Inghilterra degli anni '80, ma anche per chiarire alcuni fenomeni sociologici che sono stati disseminati nella provincia italiana dal cancro berlusconiano.

Ogni lettore italiano può raffigurarsi almeno un'esemplificazione nostrana di famiglia Winshaw. L'invito alla lettura vuole essere un invito al riscatto, rinunciando ovviamente ai tratti estremi delle ultime pagine del romanzo - pubblicato in Inghilterra nel 1994 - per sciogliere politicamente questo cappio nazionale.

Jonathan Coe, La famiglia Winshaw, traduzione di Alberto Rollo, Feltrinelli, Milano 2007, pp. 478, Euro 8.50

mercoledì 3 giugno 2009

Socrate e compagnia bella

«Caro Michelangelo, tu mi hai chiesto che cos’è la filosofia e io ti ho risposto: non lo so. Bene credimi, sul serio non lo so. Ci campo sopra e anche bene. Oddio bene, diciamo benino. […]
Ad ogni modo per il mio lavoro, ma soprattutto per passione, in questi anni ho frequentato i grandi della storia del pensiero. E quando dico frequentato, intendo nel senso stretto della parola, o quasi. Con Socrate, Platone e compagni bella io sono andato a prendere il caffè, ho fatto lunghe passeggiate chiacchierando un po’ di tutto: di donne, di televisione, del traffico, del cibo, di computer. Insomma, della vita».
Così prende avvio l’ultimo libro di Luciano De Crescenzo: Socrate e compagnia bella, in cui affronta dieci tematiche filosofiche riconducibili al pensiero di altrettanti dieci amici filosofi che lo hanno sostenuto nel corso della sua vita con i loro insegnamenti e, a volte, con le loro follie!
L’autore decide di scrivere il libro per trasmettere a suo nipote Michelangelo tutto ciò che ha ricevuto dai grandi pensatori, rassicurando il quattordicenne che gli parlerà solo dei preferiti perché «i ragazzi, si sa, spesso profumano di ignoranza ed è giusto così, ma poi, quando si cresce è indispensabile la conoscenza. Gli adulti non profumano più e l’ignoranza non aiuta a vivere e tanto meno a pensare con la propria testa e quindi a essere uomini liberi».
Con leggerezza e acume lo scrittore napoletano riesce a cogliere i tratti salienti di ciascun pensator filosofo dipingendone, senza sbavature ed esagerazioni cromatiche, il profilo completo e spesso efficacemente divertente. Eraclito, ad esempio, lo definisce il «primo animalista della storia» perché «se la prendeva con quelli che per purificarsi dei peccati, sacrificavano gli animali”. Inoltre, sempre Eraclito, «si vantava di non aver mai avuto maestri. Quando sentiva il bisogno di consultarsi con qualcuno, era solito dire: “Aspettate un momento che vado a interrogare me stesso”». L’autore, quasi in un dialogo immaginario col filosofo sembra rispondergli sottovoce: “Vorrei farlo pure io, ma finora non sono riuscito ad avere un appuntamento”!
Il capitolo in cui affronta il pensiero di Galileo Galilei lo intitola La curiosità ed è davvero con spirito romantico che lo scrittore offre dello scienziato pisano una immagine tanto familiare quanto rassicurante e sincera, direi quasi da dirimpettaio di un appartamento condominiale: «Io Galileo me lo immagino così: in vestaglia, davanti a una tavoletta di legno, con in mano una palla di bronzo, e con un righello per misurare il livello dell’acqua nel bicchiere».
Per Nietzsche adopera l’aggettivo ‘esagerato’ e dato che fra le innumerevoli intuizioni che gli si possono accreditare, quella che a parere dello scrittore risulta essere più geniale è la dualità esistente tra l’apollineo e il dionisiaco, allora semplificando all’estremo, Nietzsche «nasce apollineo e muore dionisiaco».
Il capitolo di gran lunga più bello, anche perché caro allo scrittore - e tale sensazione la si avverte da subito! - è l’ultimo, quello intitolato Il tempo. Per affrontare la decima ed ultima lezione decide di far ricorso ad una squadra d’eccezione capitanata da Einstein, Sant’Agostino, Bergson e dal regista Federico Fellini. E quando al termine della lezione lo scrittore offre una sua intuizione su ciò che per lui voglia significare il tempo, bè… onora il lettore di una vera e propria pillola di saggezza filosofica.
A questo punto per il lettore ormai Michelangelo è pressoché un ricordo sbiadito. Chi legge, infatti, si è impossessato del ruolo di Michelangelo, veste perfettamente i suoi abiti e fa tutto suo l’augurio che lo scrittor filosofo gli lascia attraverso la carta stampata: «Il migliore augurio che ti posso fare è che questo libro, i suoi insegnamenti, e in generale la Cultura, la filosofia, riescano a regalarti una vita davvero larga».
Il lettore-Michelangelo ringrazia di cuore.

domenica 15 marzo 2009

Invito alla lettura di Schlafes Bruder di Robert Schneider

La narrazione si snoda ritmicamente all’interno di una cornice montanara. L’ambientazione avviene in un irreperibile villaggio sperduto fra le Alpi austriache. Gli eventi risalgono ai primi dell’800. Fin qui nulla di particolarmente attraente. Si profila il testo riconducibile al filone fiabesto nordico, frammento di un genere letterario che, se non ha goduto di particolari successi in Italia, tocca tradizionalmente, invece, in maniera immediata le corde della sensibilità germanica e scandinava. Prima di essere pubblicato nel 1994 da Reclam, il romanzo fu cestinato da una ventina di editori. Considerati alcuni casi precedenti registrati dalla storia dell'editoria, si tratta di un elemento molto promettente. Non dico nulla sugli sviluppi della trama, per non prosciugare il gusto della lettura che mi auguro davvero di suscitare in un lettore di buona volontà. Per trascorrere una serata diversa dalle banalità del calcio e del teatrino della TV demenziale, volta ad intorpidire coscienze già sonnolente. Il protagonista dell’opera si chiama Elias ed è un genio musicale, istintivo ed incontenibile, ovviamente incompreso, in un paese in cui l’unica occupazione pensabile è quella di mungere le vacche. Elias conosce le voci del mondo, è in contatto simbiotico con la Natura che venera come la Madonna di un culto pagano sviscerato con carne e cuore. Elias sa comunicare con gli animali, sa sciogliere i cuori duri dei contadinotti con la sua arte magistrale, dacchè suona divininamente l’organo della chiesa pur non avendo mai visto uno spartito in vita sua. La prodigiosa sensibilità del giovane ha danzato sulla tastiera nelle notti d'insonnia sprigionando il canto miracoloso dell'anima. Elias ama Elsbeth, la cugina, espressione della normalità, sa di amarla da prima della sua nascita, dacchè sente che il cuore dell’amata è accordato con le sue pulsazioni da quando ondeggia nel grembo materno. La cugina si mostra interessata alle bizzarie di Elias, che è votato dall'infanzia alla solitudine e allo scherno, per via di quegli occhi gialli, davvero satanici… L’amore di Elias non può essere ricambiato. Elsbeth viene data in sposa a Lukas, uno dei giovani più promettenti del paese, con la testa sulle spalle. Quello di Elias non è l’unico amore non ricambiato. Sullo sfondo del pudore di provincia, Elias è amato da Peter, l’amico irrinunciabile, fratello di Elsbeth, l'unica anima di Eschberg che si degni di considerarlo, solo per amore. Elias sa di essere amato da Peter che può accarezzare il corpo tanto desiderato soltanto quando sarà violaceo e freddo. Se è vero che ama soltanto chi non dorme, soltanto chi può totalmente, in ogni istante di vita, darsi all’amato, Elias dimostra fino in fondo il suo amore disperato ed incompreso, sacrificandosi. Elias è il martire innocente dell’amore puro, l’artista autentico che paga a caro prezzo la sventura di essere nato nel luogo sbagliato, nel momento sbagliato, in un villaggio tenebroso consumato da tre incendi enigmatici, gonfiati dal föhn invernale. In una notte di föhn, è sufficiente lasciare un cerino dietro la finestra per far scintillare un'intera comunità fra le nubi dense di tormenta. Il martirio di Elias purifica l’animo di Peter dalle schegge rivoltose del sadismo che lo fanno apparire come un ragazzo tanto strano. La lettura del testo è scandita da piacevolissimi spiragli di lieve umorismo (indimenticabile è la figura del sacerdote del villaggio), che preparano il lettore al finale catartico. Uno spartito di emozioni libertarie da sottoporre alle tonalità dell’anima, magari in una notte primaverile, una notte senza vento, una notte libera da luoghi comuni e ripetizioni incatenanti l'anima alle alienazioni dei giorni nostri.

Indicazione bibliografica: ROBERT SCHNEIDER, Le voci del mondo, traduzione di F. Cuniberto, Einaudi, Torino 2006, pp. 181. Euro 9.20. Dello stesso autore, mi permetto di segnalare, per i palati più sofisticati: Kristus, Neri Pozza, Vicenza 2006, pp. 550. Euro 18.50, il racconto della storia straordinariamente avventurosa di Jan Beukels (1510-1536), uno dei leader degli anabattisti di Munster, attivo nelle effervescenze variegate del primo luteranesimo. Un'altra storia, insomma, una storia da studiare.