La vita è esperienza, cioè improvvisazione, utilizzazione delle occasioni; la vita è tentativo in tutti i sensi. Donde il fatto, a un tempo imponente e assai spesso misconosciuto, delle mostruosità che la vita ammette
Georges Canguilhem



sabato 25 aprile 2009

Le voci dell'autentica libertà
Opponendo resistenza all'ipocrisia dei governanti


Mamma adorata,

quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l’Italia sarà di nuovo grande. Da Dita Marasli di Atene potrai avere i particolari sui miei ultimi giorni.
Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei cari; muio per l’Italia. Ricordatevi della donna di cui sopra che tanto ho amata. Ci rivedremo nella gloria celeste.
Viva l’ITALIA LIBERA !
Achille

Achille Barilatti (Gilberto della Valle)
22 anni, studente in scienze economiche e commerciali

Parma, 4 maggio 1944

Cari compagni,
ora tocca a noi.
Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria dell’Italia.
Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella.
Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile.
Se vivrete, tocca a noi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.
La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio.
Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.

Giordano Cavestro (Mirko)
18 anni, studente di scuola media

Pochi istanti prima di
morire a voi tutti gli ultimi
palpiti del mio cuore.
W l’Italia

Domenico Fiorani (Mingo)
31 anni, perito industriale

Bologna, 19 settembre 1944

‹‹Topolino›› mio caro,

è il tuo papà che ti scrive, il tuo papà che ti ha voluto tanto bene anche se qualche volta è stato severo. Non mi vedrai più Mary ma non dimenticarmi. Ricordami spesso e con orgoglio. È la politica che mi uccide, ma tuo papà non è stato ladro né assassino.
Vogli bene alla mamma, te lo raccomando. Studia e fatti onore. I miei compagni non ti abbandoneranno.
Io ti benedico, Mary. Bacia la mia foto e prega per me. Ogni sera prima del sonno mandami un bacio.
Il tuo papà non piange, non piangere neanche tu.
Ama la mamma e la tua casa.
Conforta il dolore della mamma e baciala tanto per me.
Ti abbraccio forte e ti bacio
tuo papà

Arturo Gatto
36 anni, impiegato


Caro babbo,

vado alla morte con orgoglio, sii forte come lo sono stato io fino all’ultimo e cerca di vendicarmi.
Per lutto porta un garofano rosso.
Ricevi gli ultimi bacioni da chi sempre ti ricorda. Tuo figlio Vito

Salutami tutti quelli che mi ricordano.
VENDICATEMI

Vito Salmi,
19 anni, tornitore

mercoledì 22 aprile 2009

Il volo dell' Albatros


Ricordo l’ultimo anno di scuola, quello della maturità. Proprio questi erano i mesi in cui ci si tuffava in uno studio ‘matto e disperatissimo’ volto ad assimilare il più possibile concetti, nozioni e teorie da sciorinare il giorno della prova. Sarò impopolare, lo so, ma io ricordo con un tale affetto e con una tale nostalgia quei giorni di spensieratezza giovanile che il solo rievocarli mi ubriaca di emozioni. Come dite, vi sembra assurdo che si possano considerare tanto cari quegli ultimi mesi di scuola? Ebbene, vi parrà strano e mi considererete completamente folle, ma è proprio così! Quanto vorrei che gli adolescenti apprezzassero gli anni trascorsi tra i banchi scuola! Una volta lasciato cadere lo zaino dalle spalle il mondo assumerà tutto un altro aspetto. Sento sghignazzare qualcuno attraverso le pagine virtuali che hanno preso il sopravvento sulla carta stampata. E già. Tutto cambia e noi, quelli di allora, più non siamo gli stessi, declamava il mio buon caro Neruda.
Non voglio rubarvi altro tempo e quindi tento di arrivare al dunque. C’è una poesia che mi viene a trovare ogni anno durante i mesi di aprile, maggio; una poesia che aleggia su tutte le altre opere classiche della letteratura italiana, su Leopardi, Ungaretti e il mio amato Montale. Essa bivacca indisturbata nel mio cassetto dei ricordi e salta fuori a bella posta col suo accento francese quasi fosse questo l’unico modo possibile per onorare la mia mirabile insegnante di francese, quella che è rimasta nella mente e nel cuore.
L' Albatros, è la poesia. L’autore lo conoscerete di sicuro: un tale a nome Charles Baudelaire, padre dei tanto apprezzati quanto inaccettabili - perché scandalosi e provocatori - fleures du mal. Proprio quei fiori maledetti che sputavano in faccia al perbenismo della lirica tradizionale dell’epoca tutto il loro carattere antitetico all’idea della purezza e della bellezza a cui il fiore era stato da sempre costantemente associato.
Ecco a voi il poeta che, contrariamente alla consuetudine seguita dai poeti precedenti che anteponevano prefazioni in prosa alle raccolte poetiche, scrisse in versi la propria apostrofe al lettore, e lo fece non con l’intento di captare la benevolenza del pubblico ma di provocarlo con un elenco di vizi, peccati e rimorsi. Naturalmente le ipocrisie e le viltà di cui viene accusato il lettore sono condivise anche dal poeta, che proprio per questo può chiamarsi suo simile, fratello!
Non c’è più nulla da aggiungere. Il volo dell’Albatros farà il resto.


L’albatros
[Les fleures du mal, II]

Souvent, pour s’amuser, les homme d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule !
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid !
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait !

Le Poëte est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer ;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.


Spesso, per passatempo, acchiappano i gabbieri
un di quei grandi albatri, uccelli d’altomare,
che, come pigre scorte, i nomadi velieri
sogliono sugli amari vortici accompagnare.

Sono appena deposti sul ponte che s’accasciano,
questi re dell’azzurro, con vergogna impotente,
e le grandi ali candide lungo i fianchi si lasciano
pendere come remi malinconicamente.

Il viator volante, com’è sgraziato e stroppio!
Lui, già sì bello, come laido e comico sembra!
V’è chi il becco gli stuzzica con la pipa, chi zoppica,
scimmiottando l’impaccio delle povere membra.

Poeta, anche tu abiti nel cuore della folgore,
sfidi i dardi, e sopra le nuvole t’accampi:
esule sulla terra, fra i dileggi del volgo,
nell’ali di gigante ad ogni passo inciampi!


* * *

E così, signori, se dovesse capitare di scontrarvi con un albatros marino non divertitevi a beffeggiarlo, a stuzzicarlo con la pipa della ragionevolezza, ad imitarlo zoppicando col passo incerto di un verso appena nato. Compatitelo, apprezzatelo: quando spiccherà il volo sulle grandi acque della vita lo seguirete, con lo sguardo, verso l’orizzonte che separa il cielo dalla terra.

lunedì 20 aprile 2009

La tradizione dell’orecchio italiano.
Concediamoci qualche minuto di svago; un attimo sacrosanto di distrazione dalle distruzioni dell’anima che ci derivano dalle notizie di cronaca e d’attualità. La parola d’ordine è: musica.
Si è conclusa, ieri sera, la lunga stagione canora andata in onda - in via eccezionale - sul primo canale (sulla rete ammiraglia, come s’esprime qualcuno) e che ha decretato vincitore un livornese di trentotto anni dalla capigliatura ‘shirleytempliana’ e dall’aria angelica e bonaria (o no?). Dall’altra parte, secondi classificati, tre trentini (e non è uno scioglilingua) che avrebbero buttato giù il palco dello studio televisivo se avessero avuto la possibilità di srotolare il loro estro sugli strumenti musicali che invece hanno dovuto, per regolamento, conservare ben chiusi nelle loro silenziose custodie. Dunque, due stili assolutamente differenti a confronto. Oserei dire: il diavolo e l’acqua santa. La tradizione contro l’innovazione. Non che il rock dei The Bastard sons of Dioniso sia una innovazione, intendiamoci. E’ da un bel pezzo che il genere rock ha fatto la sua comparsa nel panorama musicale mondiale. Intendo soltanto dire che sarebbe stata una vera innovazione se il pubblico italiano avesse attribuito la sua preferenza al rock bastardo dei tre ragazzi sbarcati dalla Valsugana. Naturalmente l’Italia ha optato per la tradizione.
Fortuna che non sia stato sempre così. Se Claudio Villa non fosse stato spodestato dal rivoluzionario Domenico Modugno saremmo ancora fermi all’esclamazione: Buongiorno, tristezza!
Non c’è dubbio, il prescelto è estremamente rassicurante, tranquillo, completamente a suo agio nel quadretto medioborghese della famiglia italiana. Non c’è dubbio, il vincitore ha una voce superba, schietta, pulita, perfetta. Troppo perfetta. Il suo inedito simile a mille altri, parente del pausinismo esasperante e poco originale, ed affine al tradizionalismo addormentato delle orecchie musicali dell’abbonato che occupa il posto in prima fila, su quella rete ammiraglia che resta attraccata alla riva sognando di scoprire nuove terre e di ammirare nuovi orizzonti. Impossibile che il sogno potesse interrompersi col grido all' Amor carnale dei figli bastardi di un mondo sconosciuto e lontano.

sabato 18 aprile 2009

Dalla parte di Vauro

La sua sospensione ha il carattere dell’intimidazione preventiva, espressione nitida di un’arroganza incensanta da cronisti compiacenti e da conduttori cortigiani. La tolleranza liberale della satira può essere intesa come uno strumento di valutazione delle libertà garantite dalla cassa risonanza governativa. Il regime dei berlusconiani non può tollerare le ingerenze, le domande scomode, l’autentica libertà di manifestazione pubblica di un’opinione, fosse anche irriverente; motiva il suo interventismo nei fori delle libere coscienze appellandosi a processi fantomatici di salvaguardia della Moralità, del pudore di Signora Decenza. È un trucco indecente, proprio del puttaniere che intende mostrarsi, uscendo da una basilica, in seguito alla messa domenicale, come il buon padre di famiglia. È difficile non richiamare alla memoria l’editto bulgaro del 2002. Si tratta di comportamenti recidivi, banausici e banali per le ripetizioni meccaniche che li motivano. È difficile non porre il casus della mortificazione che dovette subire Enzo Biagi, accusato di essere un criminale della comunicazione. È difficile non tornare indietro negli anni e risollevare la dignità con cui l’esimio Montanelli consacrò la propria libertà sull’abdicazione della direzione del Giornale, prima che quest’ultimo fosse snaturato nella Pravda berluscomica. È difficile non immaginare che i deliri di onnipotenza dei governanti delle libertà possano incatenare la lingua di qualche altro spirito libero.

mercoledì 15 aprile 2009

E lasciatemi divertire
(canzonetta)
A. Palazzeschi, 1910




Tri tri tri,
fru fru fru,
ihu ihu ihu,
uhi uhi uhi!

Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente!
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.

Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!

Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche!
Sono la mia passione.

Farafarafarafa,
tarataratarata,
paraparaparapa,
laralaralarala!

Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la spazzatura
delle altre poesie.

Bubububu,
fufufufu.
Friu!-Friu!

Ma se d'un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?

Bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.

Non è vero che non voglion dire,
voglion dire qualcosa.
Voglion dire...
come quando uno
si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.

Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!

Ma giovanotto,
ditemi un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?

Huisc...Huiusc...
Sciu sciu sciu,
koku koku koku.

Ma come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giapponese.

Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.

Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi è bene che non la finisca.
Il divertimento gli costerà caro,
gli daranno del somaro.

Labala
falala
falala
eppoi lala.
Lalala lalala.

Certo è un azzardo un po' forte,
scrivere delle cose così,
che ci son professori oggidì
a tutte le porte.

Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!

Infine io ò pienamente ragione,
i tempi sono molto cambiati,
gli uomini non dimandano
più nulla dai poeti,
e lasciatemi divertire!

"Questi versi sono un esempio eloquente dell’atteggiamento dei futuristi nei confronti della poesia tradizionale. In modo polemico e provocatorio il poeta prende in giro chi, in passato, ha composto poesie serie, rispettando ogni regola. Palazzeschi rivendica la libertà di trasgredire tutte le norme. La poesia, dice, non ha più nulla da offrire agli uomini; i tempi sono cambiati, la vecchia poesia è morta: lasciatemi divertire!".


domenica 12 aprile 2009

I trafficanti farisaici della poesia


Ho sempre cercato, nei limiti delle mie possibilità, di promuovere le inclinazioni autentiche che caratterizzano la personalità delle persone che sono presenti nel mio entourage sociale. Ho sempre incitato la coltivazione delle passioni individuali. Ho incentivato progetti di autovalorizzazione dell’anima. Tutto ciò ha una ragione precisa. Sono un sostenitore di una concezione greca della felicità, in virtù della quale l’eudaimonìa è, nella nostra epoca delle tristi passioni, un antidoto efficace contro il contagio della svalutazione di tutti i valori (premessa alla dilatazione del deserto emotivo e all’inadirimento del cuore). In definitiva, sono convinto che la condizione del benessere psicofisico sia riconducibile, in ultima analisi, all’affermazione piena del daimon individuale, piuttosto che alla ricerca esasperata del senso, che ci è stata inculcata dalla nostra formazione giudaico-cristiana. Il daimon è ciò che si è, la propria virtù, il proprio talento.

Per queste ragioni, ho sempre sostenuto con convinzione di causa la creatività poetica di una mia amica. Si tratta di un’artista dotata indubbiamente di talento e di una vivida fantasia. L’ho sempre incoraggiata. Sono stato il lettore privilegiato ed esclusivo, per diversi anni, del romanzo della sua anima. Non volevo, in ogni modo, che la sua arte fosse destinata esclusivamente a promuovere il mio piacere intellettuale. Lo consideravo un abuso insopportabile, un onore immeritato. Le ho detto di creare per il mondo, riconoscendo in lei un architetto della bellezza. Condividiamo la passione per gli stessi poeti. Leggiamo Alda Merini ed altri cantori di Dio. Mi ha dedicato una splendida poesia che mi ha fatto sciogliere in un lago amaro di commozione: Poeticare.

È così che le ho detto più volte: “Devi assolutamente partecipare ai concorsi”, “Qualcuno prima o poi non potrà non notarti, ne sono certo”. Nell’estate di qualche anno fa, abbiamo conseguito il primo riscontro, un terzo posto e una pizza offerta. La invito ad insistere, a perseverare. Mi segue. Oggi l’ho incontrata per gli auguri pasquali. Mi ha detto di essere stata esclusa dalla premiazione di un concorso su cui avevamo riposto le nostre attese. Abbiamo scoperto che il vincitore è un tal Tizio, collaboratore ed amico di vecchia data del Caio organizzatore. Tizio ha tradotto un’opera di Caio dall’italiano in una lingua sconosciuta ai più: l’ha fatto per passatempo culturale, per riempire le giornate di senso e scendere dalle nuvole olimpiche. Sul sito di Caio c’è addirittura un link al blog di Tizio. Il concorso prevede un unico vincitore. Non poteva non essere Tizio. L’anno prossimo toccherà magari a Sempronio, che quest’anno si limita a figurare fra gli Alti Giurati, Sacerdoti della Poesia. In definitiva, è come se bandissi un concorso saggistico su Pieghe Libertarie, coinvolgendo fra i responsabili delle selezioni Federica Passarelli, il prof. Nonsochè, il dott. Taldeitali e qualche altra comparsa, e conferissimo, a nostro giudizio insindacabile, il lauro e i riflettori ad Anonimo Nonsochè.

Tizio e Caio sono due figurazioni dei trafficanti farisaici della cultura. Si tratta di eruditi, topi di biblioteca, che devono ricorrere a messinscene gesuitiche per comparire sui giornali ed arricchire un curriculum che sarà dimenticato anche dai loro nipoti. Sono patetici. Violano la seconda formula dell’imperativo categorico kantiano (“Agisci in modo di trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”). Tizio e Caio si sono serviti della mia amica e di altri ragazzi per allestire un teatrino delle marionette. Non lavorano per la cultura, vivono per il loro vano narcisismo, infuocato dalla consapevolezza indicibile del fatto che la loro vita ricurva su libri e fogli volanti non si convertirà mai in un lemma di enciclopedia.

Scosso da questa disavventura degli equivoci, ho ancora la forza di invitare la mia amica a tentare ancora di affermare, su altri palcoscenici, il proprio daimon.

venerdì 10 aprile 2009

CONTRO LO SCETTICISMO
Sull’inaffidabilità dei sensi e sulle ragioni dello scetticismo
di Mirza Mehmedovic

Ogni tesi scettica, ogni soluzione scettica in filosofia, ha la forma di una negazione, o di una privazione che ci avvilisce nello spirito:


- non possiamo dire se il mondo è come lo concepiamo.
- ogni inferenza sul futuro si basa sull’abitudine e non su un principio razionale, dunque nessuna delle inferenze sul futuro è razionalmente giustificata.
- non vi è nessun fatto relativo a me stesso per cui io possa dire con certezza che non mi sbaglio riguardo all’uso corretto delle regole di qualunque genere che quotidianamente applico.


Le dispute filosofiche sorgono spesso quando una forma di scetticismo si insinua in una qualche tesi ontologica o epistemologica, oltre che per ragioni di abuso linguistico, come direbbe Wittgenstein. Talvolta, nella storia del pensiero metafisico, l’atteggiamento scettico si è rivelato un utile strumento di indagine. Prendiamo il caso di Cartesio: se dubito di ogni cosa, prima o poi giungerò a qualche principio di cui dirò di non poter dubitare. Questa è una tecnica elaborata ad hoc poiché, come la storia della filosofia stessa suggerisce, attraverso le opere di Hume, quel principio a cui giunse Cartesio è un principio di cui si può ragionevolmente dubitare e tutt’ora si dubita. Quell’eredità che tuttavia sì è prepotentemente conquistata una nicchia nell’ecosistema “del puro ragionare intorno a” è ben rappresentata nel punto primo: non possiamo dire se il mondo è come lo concepiamo. La scienza sembra talvolta suggerire che lo scettico faccia bene ad avere grosse riserve nel sostenere che vi è conoscenza vera delle cose. Perché? Grosso modo per il seguente motivo: poiché la scienza ci rivela che i sensi funzionano da trasduttori, possiamo concluderne che ogni percezione del mondo è mediata e non immediata. Di conseguenza, qualunque sia lo strumento di indagine scientifica, vi sarà sempre uno scarto tra ciò che saremmo tentati di concludere intorno alla realtà delle cose e ciò che, nel nostro modo di percepire il mondo, noi effettivamente conosciamo mediante i sensi. Questo è quello che definirei un atteggiamento irrazionalista. Generalmente chi afferma la tesi scettica, lo fa per puro spirito dogmatico e non propone alcuna soluzione alternativa. Per lo scettico noi saremmo condannati per sempre all’ignoranza della verità. Chiamo questa una riformulazione più perversa del gesto di Dio nei confronti del popolo della Babilonia: Non solo un’incapacità di capire ciò che ci dice l’altro, bensì l’incapacità di cogliere il messaggio scritto nel “linguaggio della natura”. Leggendo le pagine di un articolo del professor Stanzione, mi imbatto in una breve e chiara formulazione dell’argomento anti-scettico proposto da W. V. O. Quine nel suo “Naturalized Epistemology”[1] e nella successiva riformulazione della tesi scettica di Stroud. Il professor Stanzione si esprime così:

La critica di Quine allo scetticismo classico si basa sulla tesi che, ricorrendo all’argomento delle illusioni, quest’ultimo di fatto presupponesse la scienza e la conoscenza del senso comune. In caso contrario, sarebbe stato impossibile per lo scettico definire illusorie certe percezioni – nonché false le credenze da esse ispirate. Ma, contro Quine, Stroud aveva riformulato l’argomentazione scettica nei seguenti termini: o la scienza è vera, e ci fornisce conoscenza, o non lo è. Se non lo è, nessuna nostra credenza scientifica sul mondo fisico ha valore conoscitivo. Ma se la scienza ci da conoscenza, quello che essa afferma sul ruolo svolto dai nostri apparati sensoriali nell’atto della percezione basta a dimostrare che non potremo mai stabilire se il mondo esterno è realmente come lo concepiamo. Dunque quel che siamo portati scientificamente a credere mediante la scienza non è vera conoscenza.[2]
Restando fedele al tema qui presentato, abbandoniamo lo scritto del prof. Stanzione e concentriamoci su quanto viene qui affermato. Quel che subito salta all’occhio di un osservatore attento è che la tesi di Quine ha, nella storia del pensiero filosofico, un precedente nel De rerum natura di Lucrezio. Il filosofo epicureo, nel libro quarto dell’opera si esprime così contro gli scettici:
Se qualcuno ritiene che nulla si sappia, anche questo egli ignora, se si possa sapere, poiché afferma di non saper nulla. Contro questo, farò a meno di entrare in contrasto, lui che da solo si mette i piedi in testa. Tuttavia, concediamogli pure di sapere questo, questa cosa soltanto vorrei chiedergli: se nelle cose nulla di vero ha prima saputo, donde sa cosa siano “sapere” e al contrario “non sapere”, quale cosa abbia creato il concetto di “vero” e di “falso”, e quale cosa ha dato la prova che “dubitabile” è diverso da “certo”. Scoprirai che dai sensi è stato, prima, creato il concetto di “vero”, e che i sensi non possono confutarsi: si dovrebbe difatti discoprire un che più affidabile, che sia in grado da solo di vincere il vero col falso.[3]
Inutile dire che quel qualcosa di più affidabile Cartesio credeva d’averlo trovato in Dio. Quello che più ci interessa delle affermazioni di Lucrezio sta nella fiducia che a suo tempo riponeva nella conoscenza empirica. La tesi che Lucrezio propone è così formulabile: se uno scettico afferma che nulla sappiamo, come può sapere questo, di non sapere nulla? Egli deve essere in grado di dirci da quale principio superiore ha tratto tale conoscenza. Non possiamo appellarci all’espediente dell’ente supremo, poiché rischiamo di giocare in modo ambiguo. Se, infatti, parliamo di scienza e vogliamo negare a questa che sia mezzo di conoscenza, dobbiamo rimanere entro i limiti della questione epistemologica, senza introdurre enti il cui ruolo non è epistemologicamente chiaro. Generalmente a questo punto le discussioni si trasformano in caotiche dichiarazioni di principio e la ragione indagatrice scompare in un alone di deliranti e misticheggianti deformazioni comportamentali. Che cosa possiamo sapere? Decidiamo di rimanere per terra: i sensi non possono confutarsi, solo certe affermazioni possono essere confutate dall’esperienza. Che cosa ci dice la scienza. Prendiamo la riformulazione di Stroud dello scetticismo. Mi prendo la briga di riformulare in due punti distinti le tesi:


- La scienza non è vera, dunque non ci fornisce nessun genere di conoscenza sul mondo.
- La scienza è vera, dunque essa stessa può mostrarci che non possiamo appellarci ai nostri apparati percettivi per concludere che il mondo è, o è diverso da, come lo percepiamo.


Non entro nel merito dell’analisi del prof. Stanzione e propongo una personale critica al ragionamento di Stroud. Dunque, quanto al punto primo, c’è da domandare questo: se siamo disposti ad affermare che la scienza è falsa, a quale principio dobbiamo appellarci per affermare che è falsa? Evidentemente, se siamo scettici, dobbiamo disporre di un criterio per stabilire ciò, ma se disponiamo di un criterio del genere, per applicarlo dobbiamo ancora affidarci al nostro apparato percettivo per compiere la valutazione, il che equivarrebbe ad un atto di auto-contraddizione per lo scettico, il quale nega, nel punto due, che possiamo appellarci ai sensi per dire qualcosa che sia oggettivamente vero. Così, a prima vista, si direbbe che lo scettico operi una distinzione non giustificata tra giudizi teorici e giudizi empirici. Sarebbe una questione meramente logica, decidere della verità o della falsità della scienza. Questo è assurdo. È vero che la scienza dispone di un notevole apparato teorico che è parte integrante dell’atteggiamento scientifico sperimentale. Ma da ciò non possiamo concludere nulla. Inoltre, come lo stesso Quine afferma, la scienza non è un blocco monolitico e, dunque, non può crollare in blocco. Non so quanto sia efficace questa affermazione sulla natura della scienza. In effetti sembra che lo scettico abbia a cuore una questione più sottile: qualunque sia la complessità della scienza, nell’insieme, considerando la verità del punto due, essa non fa alcuna differenza circa la Verità con la “V” maiuscola. Essa, cioè, non ci mette nelle condizioni di dire se il mondo è come lo concepiamo. Ora, a mio avviso, anche nel punto due si cela una contraddizione. Se, di fatto, la scienza ci può dire qualcosa di vero circa il nostro apparato percettivo, essa può dirci qualcosa di vero circa qualunque altra cosa, poiché, nella misura in cui essa ha accesso alla realtà nel rivelarci le proprietà che caratterizzano tali apparati, essa ha accesso a tutto il mondo delle cose. Lo scettico ha così fatto il nostro gioco: si è appellato ad un criterio accessibile all’indagine epistemologica e, non disponendo di un meta criterio, si è contraddetto o, per dirla con Lucrezio, si è messo i piedi in testa. Il lettore avrà la tentazione di pensare che, con quanto si è appena detto , lo scetticismo è senza speranza e che, dunque, la nostra conoscenza del mondo è genuina. Io penso che lo sia. Ma non basta mostrare la contraddittorietà dello scettico per fondare una solida fiducia nell’indagine scientifica.
Riassumendo quanto si è fin ora detto, possiamo dire che nel giocare al gioco che indaga le possibilità della conoscenza, dobbiamo disporre di criteri che siano coerenti con quanto è messo in discussione, che in altre parole non trascendano nel genere l’oggetto dell’indagine, fino a concedere la possibilità di formulare proposizioni “non decidibili”.
Altra affermazione che possiamo apprezzare del De rerum natura è questa: se nulla sappiamo, non disponiamo di alcun criterio per distinguere il significato di termini quali “vero” e “falso”, “sapere” e “non sapere”. Queste affermazioni sono straordinariamente importanti per la filosofia. Sembra imporsi prepotentemente l’idea per cui, se siamo in grado di distinguere tra ciò che è vero e ciò che è falso, tra ciò che è conoscenza e ciò che non lo è, ciò lo dobbiamo ai sensi e all’indagine empirica mediata da questi.
C’è qualcosa di profondamente perverso nell’idea del noumeno, e le caricature che molti spacciano da tempo per conferme della realtà di ciò a cui non possiamo attingere mediante i sensi sono del tutto innocue. Le caricature hanno questa forma generalmente: se stiamo all’indagine scientifica, allora possiamo affermare con certezza che non avremo mai un accesso diretto a quegli enti che chiamiamo atomi, onde elettromagnetiche, onde luminose ecc. Spaventa ancor più, a mio avviso, il fatto che non ci si accorga del carattere metaforico della terminologia scientifica adottata. “Atomi”, che cosa sono? Poiché appunto non abbiamo un accesso diretto a quegli enti che chiamiamo atomi, come possiamo affermare di non avere alcun accesso ad enti chiamati così. Se non l’abbiamo, in verità non stiamo nominando un bel niente. Se, tuttavia, qualcosa stiamo nominando, dovremmo penderci per lo meno la briga di scoprire “che cosa” stiamo nominando. Ora, ho appena affermato che vi è un apparato metaforico di espressioni scientifiche. Nel nostro caso non per nulla esiste un modello della struttura atomica. “Atomo” sta con ogni probabilità, nel modo di parlare scientifico, più per un modello che non per una “cosa”, dal momento che non sappiamo se di “cosa” si tratti. Questa affermazione è lontana dalle nostre intuizioni. Gli esperimenti scientifici mostrano che questi enti esistono e che sono reali nel modo, grossolanamente detto, in cui sono reali tavoli, sedie, gatti e quant’altro. Sì, volendoci affidare ai nostri sensi, possiamo dire che qualcosa percepiamo, ma neghiamo che ciò che percepiamo sia l’ente stesso. Noi vediamo l’effetto, non la causa, quando guardiamo il rivelatore di un acceleratore di particelle. Che cosa voglio dire? Se siamo scettici, possiamo affermare che vi è un sostrato, reale, non indagabile mediante i sensi, che Kant chiamò noumeno e che si rivela davvero come trascendente la nostra capacità di osservazione. Trascendente? È curioso che si possa “parlare tanto di” e “costruire tanto mediante” questi enti, matematicamente e fisicamente indagati, poiché si supponeva per l’appunto che fossero trascendenti la nostra indagine. Come può qualcosa di inaccessibile essere oggetto di indagine, causare comportamenti talvolta irrazionali, essere impiegato per fare scienza? Con queste evidenze storiche possiamo riconoscere e valutare anche il peso dell’eredità Kantiana, senza togliere nulla ad altri illustri metafisici. Ad ogni modo: o il noumeno è altro da ciò che la scienza con fatica indaga, o è propriamente ciò che essa indaga. Se non è ciò che la scienza indaga, allora qualcuno deve darci un’indicazione di che cosa debba essere considerato noumenico, contraddicendosi. Deve altrimenti astenersi da giudizi affrettati, senza irrompere nella quiete della seria indagine, affermando a voce alta che ciò che è noumenico è insieme ciò che indaghiamo.
Colgo qui la palla al balzo per dire due parole sulle deliranti questioni relative al realismo di Putnam. In particolare, voglio avvalermi dell’espediente cartesiano dei cervelli nella vasca per scatenarmi ancora contro lo scetticismo – come spero, con la benedizione del lettore. L’esperimento mentale di Putnam può essere rappresentato nel modo seguente:
Immagina che la nostra condizione reale sia del tutto diversa da come la percepiamo/concepiamo. Siamo, in verità, cervelli in una vasca, posti lì da uno scienziato pazzo che li ha precedentemente estratti dai nostri rispettivi corpi, e che poi ha premurosamente alimentato e dotato di elettrodi capaci, mediante stimolazione elettrica, di procurarci l’illusione perenne di normale vita cosciente. Nulla nel nostro modo di fare scienza o filosofia cambia, poiché i limiti del nostro mondo sono definiti nel modo in cui siamo vittime di sogni incredibilmente vividi.
Non intendo questionare sulle capacità della scienza di arrivare a tanto, al punto da consentire allo scienziato un esperimento tanto perverso. Mi concentrerò invece sul messaggio. Putnam sostiene che il mondo esiste, ma possiamo non sapere se è come lo concepiamo. La nostra concezione, nel caso specifico, è completamente errata, se, pur constatando di mangiare, dormire, ballare e parlare, siamo oggettivamente cervelli nella vasca. La mia replica è la seguente. Quando Putnam afferma che potremmo essere cervelli nella vasca, è disposto ad ammettere che tutto ciò che sta accadendo, compreso il fatto di aver egli scritto un articolo in cui parla di cervelli nella vasca sia, in verità, un’illusione procurataci da uno scienziato pazzo, che tiene il cervello di Putnam e i nostri nella vasca? Se sì, come può Putnam non affermare che anche il suo esperimento mentale è il prodotto di uno stimolo elettrico indotto dallo scienziato? Se, ancora, Putnam afferma che è vero: anche il mio esperimento mentale potrebbe essere il prodotto di un’allucinazione, come potrebbe non affermare che anche quest’ultima valutazione è, in definitiva, il prodotto di uno stimolo artificiale? E così via, all’infinito, fin sulle alte vette dei crampi mentali. C’è poco da fare, o siamo cervelli nella vasca, e allora c’è uno scienziato che a sua volta si chiede se è un cervello nella vasca e che crede di controllare l’attività nervosa di altri cervelli nella vasca, o l’espediente stesso si rivela essere un ragionamento circolare. Se, infatti, siamo autorizzati a dubitare della nostra conoscenza, siamo automaticamente autorizzati a fare a meno di un qualunque criterio razionale e coerente di giudizio. Con ciò si può sostenere che lo scetticismo non può che cadere in disgrazia tutte le volte che si impone, talvolta per genuina riserva gnoseologica, talvolta per lasciare luogo all’ideologia.


[1] QUINE W. V. O., Epistemology Naturalized., in Quine W. V. O., Ontological Relativity and Other
Essays, New York, Columbia Univ. Press, 1969, pp. 60-90.
[2] MASSIMO STANZIONE, Epistemologia Evoluzionistica, in “Arco di Giano” 2005, n°43, p. 105.
[3] LUCREZIO, La natura delle cose, Giulio Milanese (a cura di), Milano, Arnaldo Mondadori Editore 1992, pp. 271-272.

Come i petali


Come i petali
che quando cadono a terra
non fanno rumore.
Come il buio tra le navate
di una cattedrale
quando non c’è luce che
s’insinui per i suoi vetri colorati.
Come l’incenso che purifica l’olfatto
dall’odore nauseante
del bigottismo impomatato.

Ed ecco s’allontana silente
il corpo magro di Nostro Signore,
così avvolto nella nube dell’indifferenza
che i suoi figli calpestano senza tacere.
Una Maddalena sospira,
e le lacrime bruciano il volto,
ma non c’è pietà nemmeno per lei:
una prostituta che si redime
non è talento riconosciuto.
Così t’hanno ritratta anche i pittori,
non sapevano che eri un’altra donna.

Qualcuno ha acceso una candela
sul davanzale della vita
e adesso sta ad osservare.
Prega e tremando
posa un ginocchio sulla nuda terra.
È solo un vecchio
che si prostra pietoso
dinanzi all’alto lume:
quei raggi riflessi
nel turibolo della sua anima
ardono ormai con un lieve
profumo di candore.

martedì 7 aprile 2009

R e q u i e m

Il cuore gonfio di pianto
si perde nei volti sfigurati dal terrore:
la terra ha scrollato le spalle ed ora
offre uno scenario bellico fatto di
sangue, polvere e detriti disordinati.

Un uomo s’avvicina
ai suoi piccoli con la razione
di pane quotidiano.
Sconforto lo assale
e le sue mani tremanti
trasudano lacrime amare:
la dignità di un padre
è dispersa per sempre
tra le macerie di una
esistenza caduta e rimpianta.
C’era una volta una
bambina che esercitava
la sua armonia
sui tasti amati di un
pianoforte.
La melodia l’ha rapita
e le sirene hanno coperto per sempre
quella musica dolce ormai lontana.
Non è più un campo spensierato
quello esteso sull’orizzonte non distante:
ecco, ormai ha perduto
i suoi colori naturali
e il verde ha lasciato spazio
alle sagome oscure
di molteplici feretri organizzati.

Eppure oggi è nato un bimbo,
immagine cara di speranza,
miracolo sacro della vita.
Fratelli, il vostro sacrificio
non scomparirà con i morti.
Essi hanno già avuto
la loro ricompensa
ma voi non siete soli:
è la solidarietà l’abbraccio
variegato esploso nel cuore
di una Nazione intera,
solidità di un cuore rapito
dalla volontà che compone
la sua rima nella parola Ricostruzione.
TERRA MATRIGNA

La catastrofe naturale della notte scorsa ha dilaniato, squarciandolo in profondità, con un boato di calcinacci, l'equilibrio sociale di una regione, violentando tante coscienze, tirate giù dalle alcove. Il Palazzo del Governo è stato devastato dalla furia folle dell'elemento della natura che consuma le nostre esistenze. Credo che sia intollerabile ciò che è accaduto per il Credente pronto a concedersi ai riti della Settimana Santa. Difficilmente il messaggio soteriologico della Pasqua sortirà effetti terapeutici, agendo da sedativo, per l'Osservatore attento degli eventi del mondo. Provo un autentico sentimento di pietas, di amore incondizionato per le vittime del non senso. L'aleatorietà della loro sofferenza segna uno scacco matto per ognuno di noi.

sabato 4 aprile 2009


giovedì 2 aprile 2009

S i l e n z i o

È solo uno sguardo.

Così immaginifica è la vertigine che sorvola
la sincopata marcia di un popolo,
di un popolo alla ricerca di un ultimo saluto
fatto di sguardi e di movimenti rotti,
rotti dal suono impervio che le scarpe lasciano
sulla pietra di un monumento sacro,
di un monumento acceso nel cuore turbato
dell’opera capitolina.
E mastichi la pura coloritura composta che
prosegue indomita e flessibile tra le
barricate gemellari della strada,
della strada lastricata di marcati porfidi sampietrini.
È solo uno sguardo.

Così salgono colonne di fumo come incenso
verso l’emisfero assoluto fatto di calce e sale,
mentre teste coronate di potenti (o uomini?)
piegano il vessillo all’utopia superiore,
un’utopia silenziosa che ora naviga incontrastata
verso le sembianze di un nuovo giorno.
E colui che raccoglie l’animosità di culture distanti
e credi opposti è solo un sognatore?

Il sonno eterno dell’Uomo Sacro,come squillo di tromba,
richiama la fede a mostrare un equilibrio,
un equilibrio fatto di mistero e di voci,
le voci nascoste nel cardine perfetto di un suono:
la voce della pace.
È solo uno sguardo.

Ciò che chiede il sognatore.

2 aprile 2oo5

martedì 31 marzo 2009

L'incapacità di saper scegliere
Se si potessero calcolare le assurdità che coinvolgono questo povero vecchio mondo e se il mondo stesso potesse alzare la voce e diffondere il suo monito contro la banalità quotidiana che l’opprime e che tende ad attribuirgli, di nuovo, la posizione al centro del sistema solare, penso che l’intero blog di Pieghe libertarie non sarebbe in grado di contenere l’immenso calderone di sterilità morali e falsità mediocre che si librano nel cielo modesto dell’universo umano.

Telegiornali, giornali, programmi televisivi e talk show elaborati all’occorrenza martellano i sensi dell’udito e della vista con quella che sta diventando (o lo è già?) la piaga sociale per eccellenza. A cosa mi riferisco? No, non alla droga. E nemmeno alla delinquenza giovanile. Niente di tutto questo, sebbene costituiscano entrambe questioni delicate e gravi. Ciò a cui mi riferisco è qualcosa d’altro: la facilità con la quale gli adolescenti scoprono il mistero che avvolge la sessualità. Dico, gli interessati spesso non hanno ancora raggiunto la maggior età che entrano già a far parte di quell’universo lontano, di quell’universo strano che non può ancora appartenergli seriamente e che andrebbe scoperto lentamente. Bambine-madri che sconvolgono la propria esistenza e quella di eventuali figli-fratelli che vengono messi al mondo. Non ci si crede. Quasi fosse la storia inventata di un regista avanguardista e anche un po’ folle. Invece. E invece, no.
Dunque, tutti ne parlano. Nessuno risponde. E già, perché i genitori degli adolescenti mascherati da adulti fanno finta di non ascoltare, fanno finta di non guardare e quando, poi, il pericolo bussa alla porta di casa lo allontanano rispondendo che non hanno tempo di rimproverare, non hanno modo di recuperare. C’era una volta un libro di Moravia intitolato Gli indifferenti e il titolo ci sta tutto, è perfetto. Sono ‘indifferenti’ i genitori moderni? Sì, lo sono ma non basta. I genitori moderni sono quasi impalpabili: sono assenti, che è peggio. Ma poi!, lasciatemi sfogare contro quella scatola magica che propone scempiaggini megagalattiche! A parte qualche rarità (la famiglia Angela, i format giornalistici e qualche buon film), la televisione è davvero un immondezzaio cosmico (e con tutto il rispetto per la categoria degli operatori ecologici)! Io mi chiedo, come si possono mandare in onda quelle porcherie tanto poco intelligenti che fanno rima con volgarità e sudiciume cerebrale? E sì, avete capito bene che mi riferisco alle pareti corrotte di quelle quattro mura che fanno capolino ogni lunedì sul quinto canale della macchina infernale. Ma la sanità di mente come si arriva a stabilirla oggi? Mi dicono che i pazzi sono rinchiusi in manicomio. Credo che non sia vero. Credo che i pazzi siano i veri sani.
Restiamo sempre sul quinto canale o facciamo zapping? Mhh…, restiamo ancora un po’ sul quinto ma cambiamo giorno. Il venerdì va in onda un altro programma che potrebbe anche definirsi divertente se non fosse per quegli intermezzi diseducativi che, manco a farlo apposta, hanno per protagonisti dei ragazzini. E rieccoci di nuovo al problema iniziale: la sessualità come unico scopo degli adolescenti. Nel programma in questione non ci si fa proprio alcuno scrupolo nell’elaborazione dei testi e delle battute recitate con gran convinzione dagli attori-ragazzini. Non demonizziamo il quinto canale, però. Ricordo anche un’altra fiction andata in onda sul canale nazionale qualche tempo fa (Tutti pazzi per…) e che, mi pare, affrontava l’argomento non distanziandosi troppo da quella stessa linea di combattimento del filmetto del quinto canale.
Ma certo che non sono a favore della censura, è chiaro! Sono a favore, però, di quelle accortezze che vagano tra le righe e che andrebbero colte per assecondare la buona educazione.
Gli adolescenti, poi, dovrebbero imparare un concetto importante che oserei definire quasi pseudo-filosofico. È l’ideale della pecora nera. No, non ho bevuto, né tanto meno sono in preda a crisi d’astinenza da sostanze stupefacenti! Quello di cui parlo è un ideale di libertà, un ideale sacrosanto che permette d’andare in controtendenza. Perché l’adolescente può decidere di porsi controcorrente e di non seguire il gregge di pecore che si lancia nel burrone dell’idiozia. L’uomo veramente libero è colui che decide da solo senza condizionamenti esterni, senza proposte vessatorie che lo inducono a percorrere la strada più dissestata perché percorsa da chiunque. Non si deve aver timore di percorrere strade diverse, di scoprire terre incontaminate e conquistarle con la vera intelligenza. Dico agli adolescenti: non abbiate timore di urlare con una voce diversa da quella che imita il bee del gregge privo di carattere e personalità. Si ha sempre una possibilità diversa. Quella di saper scegliere.

domenica 29 marzo 2009

Invito alla visione di Fortapàsc
Non è il solito film centrato su tematiche mafiose, dalla trama narrativa scontata ed appesantita da futili ricami romanzeschi o volto alla mitizzazione indiretta della figura maledetta del criminale, sulla falsariga di robaccia come “Il capo dei capi”. Si tratta della storia nuda e cruda di un ventiseienne, apparentemente normale, che si chiamava Giancarlo Siani, e che aveva un contratto da precario, dipendente “abusivo”, presso la redazione del Mattino di Fortapàsc, una Torre Annunziata soffocata dalle lotte di potere che opponevano i clan camorristici Nuvoletta, Gionta e Bardellino, nella prima metà degli anni’80. Dobbiamo riferirci a Giancarlo con l’imperfetto. Ha pagato il prezzo della verità, scaturita da inchieste giornalistiche impeccabili, da “giornalista-giornalista”, piuttosto che da innocuo “giornalista-dipendente”, cronista di frontiera che si occupi esclusivamente si scippi, rapine, incidenti stradali, morti bianche. Viviamo sullo schermo le giornate di un ragazzo autentico che, comunque, non emergeva affatto per qualità straordinarie. Avrebbe voluto tanto partecipare al concerto napoletano di Vasco Rossi; pochi istanti prima di essere martirizzato, rientrando a casa con la sua inseparabile Mehari, ascoltava alla radio, canticchiando nervosamente, Ogni volta che viene giorno. L’eccezionalità di Giancarlo è da ricondurre, piuttosto, alla straordinaria tenacia con cui ha saputo essere se stesso, amare, disprezzare, ridere, temere in un Far West, dove la “legge” è riflesso dell’esercizio bruto della forza, dove la comunità è asservita alla buffoneria di gorilla analfabeti, segnati esclusivamente dalla capacità di maneggio del “ferro”.
Tre scene straordinarie lasciano il segno.
Durante uno scontro a fuoco fra i rappresentanti delle diverse cosche, nel cuore della città, nelle prime ore del pomeriggio, rese oziose dall’afa soffocante, seguiamo la passeggiata di una bambina, passo spensierato che diviene corsa disperata, poi pugni battuti contro il portale della chiesa barocca. La Casa di Dio è serrata. La bambina si accascia al suolo, punta da un proiettile. Ho inteso la figurazione della scena come una proiezione metaforica del disimpegno della Chiesa cattolica contro mafie, padrini devoti di Padre Pio e criminali pendolanti croci abnormi. Mai una parola spesa. La Curia è troppo presa dalla valutazione teologica dell’uso dei preservativi, del decorso naturale della vita, delle cellule staminali, per opporsi alla barbarie contagiante intere lande meridionali. Il coraggio della denuncia è affidato esclusivamente alla santa intrapredenza di pochi illustri sacerdoti, come l’eroico don Puglisi.
In seguito alla strage di piazza, nel contesto della quale la bambina resta ferita, il sindaco ha indetto un comizio pubblico per starnazzare la tesi secondo cui un'oscura minoranza non può oscurare la dignità di una comunità sana. Parole di un mafioso. Si elevano fischi di dusgusto dal cuore della città, un temporale impone il silenzio. Pioggia celeste che si converte in fango.
La discussione del dibattimento nel consiglio comunale a maggioranza DC-PSI, animato dalle urla disperatamente inutili degli oppositori berlingueriani, viene magistralmente sovrapposta da Risi ad un vertice congiunto dei tre clan di Torre. Metafora dei processi di criminalizzazione della politica e politicizzazione della mafia, ancora attivi, in Campania, Calabria e soprattutto Sicilia.
I tempi non sono semplici. Abbiamo bisogno di leggerezza. Ben vengano, pertanto, commedie come I mostri. Oggi. In ogni modo, proprio perché i tempi sono difficili, un film come Fortapàsc può svolgere un’eccellente funzione civica ed educatrice.
La sala era piena, soprattutto di coetanei di Giancarlo Siani. Si tratta di una straordinaria notizia.

venerdì 27 marzo 2009

Il tyrannus e le nuvole
Se un paio di anni fa qualcuno mi avesse preannunciato che avrei avuto l’occasione di riconoscere competenza, di lì a qualche anno, a Fini come Presidente della Camera, avrei reagito bruscamente, dicendo al malcapitato profeta di farsi ricoverare d’urgenza in un reparto psichiatrico. Abbandonati, a differenza di molti suoi colonnelli, i rancori del fascista vinto dalla storia, Fini si sta riconfigurando in questi anni come un autentico conservatore (di certo non liberale, ma di governo senza dubbio). In ogni modo, lo stronco con una osservazione: il suo problema essenziale è che, in assenza del premier, la figura istituzionale, che sta ben costruendo, si sgonfierebbe fino a diventare un palloncino portato via dal vento. Fini è consapevole di questo limite invincibile e, per questa ragione, nei limiti del possibile, appena può cerca di smarcarsi dal suo patronus cercando di prendere le distanze dalle farneticazioni eccessive. Si tratta di una strategia perdente, che potrebbe rivelarsi utile unicamente nella prospettiva (estranea a Fini) di un’emancipazione morale dall’orrore del berlusconismo. L’ultimo esempio è emblematico. Da qualche tempo, il premier avalla la tesi secondo cui, per un funzionamento più fluido del parlamento, sarebbe oportuno che votassero soltanto i capigruppo delle delegazioni partitiche. L’eterno delfino ha risposto con sacrosanta ragione che «la democrazia parlamentare ha procedure e regole precise che devono essere rispettate da tutti, in primis dal capo del governo. Si possono certo cambiare ma non irridere». Il Tyrannus è caduto dalle nuvole risultando, bontà sua, illeso. Secondo un copione collaudato, è stato semplicemente frainteso da un esercito di giornalisti faziosi e sovietici, per i quali sarebbe opportuno – perché no? – emettere un nuovo editto bulgaro. In realtà, l’ideale berluscomico è un altro, mutuato dalle stagioni rinnegate sinceramente e probabilmente non senza una certa sofferenza da Fini: la conversione dal voto esclusivo concesso ai capigruppo parlamentari alla determinazione di un unico gruppo parlamentare. Il resto sono nuvole e coriandoli.

martedì 24 marzo 2009

Pieghe libertarie aderisce alla lodevole iniziativa promossa dal WWF. Riportiamo dal sito di WWF Italia la presentazione dell'evento:
Il 28 marzo, dalle 20,30 alle 21,30 sarà l’ Ora della Terra – Earth Hour. In tutto il mondo grandi città con i loro monumenti, piccoli comuni, aziende e singoli cittadini nelle loro case spegneranno le luci. Un gesto semplice, per accendere un messaggio che risuonerà in ogni angolo del Pianeta. Partita da Sydney nel 2007, Earth Hour - l’ Ora della Terra ha contagiato 370 città e 50 milioni di persone nel 2008 con spegnimenti che hanno coinvolto il mondo a ogni latitudine dalle isole Fiji a San Francisco, passando per Manila, Bangkok, Roma, Copenaghen, Toronto, Chicago, New York. Per il 2009 l’ambizione è grandissima e si mira a coinvolgere un miliardo di persone e più di 1000 città. Si spegneranno icone mondiali come la Tour Eiffel, il Colosseo, le Cascate del Niagara, le piccole isole Chatham nel Pacifico e il più alto grattacielo del mondo il Taipei 101 in Cina. Conferma che ci sarai anche tu! Spegni le luci in casa per 60 minuti, servirà a chiedere ai grandi della Terra di agire contro i cambiamenti climatici.
Non ci resta che aderire. E' sufficiente riflettere un attimo e premere un pulsante, per iniziare una revolution.

lunedì 23 marzo 2009

Come una madre


È una voce immersa
nel candore dell’infanzia
quella che sale senza far rumore
su per i pensieri più remoti.
Come non dire parole dolci,
come non rallegrarsi con i baci
e gli sguardi affettuosi dell’amore?

Fecondo il mio pensiero,
audace il mio confronto.
Temo una caduta nella
profondità del mio spirito
e non vorrei macchiare
d’inchiostro questo cielo
azzurrino che percorre le
strade d’Egitto.
Desiderio profano di
un cuore solitario e vago.

Piccolo Amir,
odi il canto d’amore
che promana dalle labbra
dischiuse dei tuoi genitori,
così che tu possa un giorno
ripeterlo a tuo figlio
nell’istante in cui
si svelerà alla luce
del mondo.
Amato Amir, benvenuto nel mondo
Caro amore,
alle 9 del mattino ti sei svegliato dal tuo sonno uterino e hai gettato il tuo primo sguardo su chi aveva la fortuna di trovarsi lì ad attenderti, mamma e papà. Nell’agosto del 2007, mentre passeggiavo per i vicoli del suk centrale del Cairo, sapevo già che saresti arrivato, sapevo che quest'alba sarebbe giunta. Mi rendi per la prima volta zio, donandomi la consapevolezza del tempo che passa, certo del fatto che né io né tua madre siamo più dei fanciulli. Mi rendi uno zio di secondo grado. L’affetto che mi lega ai tuoi genitori, autentico e sincero, vanifica il distacco parentale delle gradazioni. Ti sento vicino nonostante ancora non abbia avuto il privilegio di osservare il tuo candore, il tuo sguardo fiero, erede delle grazie d’Egitto. Porti il nome del protagonista straordinario del Cacciatore di aquiloni; vorrei che tu, dai prossimi anni, non ti stancassi mai di essere un cacciatore di sogni e libertà. Come tua madre sa, da ormai diversi mesi, il tuo nome, in ballottaggio con altre possibilità fino a pochi giorni fa, mi piace tantissimo, talmente tanto che tifavo in silenzio per la scelta che mamma e papà hanno poi effettivamente fatto. Diventeremo amici, parleremo tanto, fino a quando non ti sarai stancato di me. Domattina verrà al S. Camillo a chiedere notizie su di te uno strano individuo, nascosto da una barba ribelle e da occhiali marcati. Se gli offrirai in dote uno sguardo di dolcezza si scioglierà al tuo cospetto in gocce di felicità. Amir caro, sei l’annuncio della mia primavera. Mi permetto di dedicarti una quartina di un poeta persiano del XII secolo di cui ti parlerò, magari, fra una quindicina d’anni. Si chiamava ‘Omar Khayyâm e così ha scritto, pensa un pò Amir, proprio per te:

O cuore, fa conto di avere tutte le cose del mondo,
fa conto che tutto ti sia giardino di verde,
e tu su quell’erba fa conto d’esser rugiada
gocciata là nella notte, e al sorger dell’alba svanita.


A presto allora,
tuo Francesco

domenica 22 marzo 2009

Spiragli di socialismo
in piazza Farnese? Io c’ero

La manifestazione di presentazione pubblica del logo elettorale della lista rossoverde di Sinistra e Libertà è legata alla suggestiva titolazione: La primavera della sinistra. Il vento gelido che ci ha avvolti non lascerebbe sperare molto bene. Il tepore primaverile su cui gli organizzatori dell’evento hanno fondato la metafora del risveglio della sinistra non ci ha affatto coccolati: in piazza eravano fustigati da folate insidiose e malevole. Ho aderito con piacere all’evento, con l’umore proprio di chi non vuole affatto rassegnarsi all’estrazione esclusiva di numeri perdenti. La sinistra riformista libera il concetto di libertà dal sequestro abusivo e dalle violenze inflittegli dalle destre negli ultimi quindici anni, senza che nessuno abbia mai osato ristabilire le sue esatte coordinate identitarie. Le destre della semplificazione e del populismo da bar sport avrebbero riesumato magari Stalin o Pol Pot per poi capovolgere le sorti di un gioco che non potrebbero mai vincere, se non truccassero le carte. L’ulivo di Prodi è stato sradicato. I miei convincimenti liberalsocialisti e riformisti, ancorati al Manifesto del Partito Socialista Europeo, non possono declinarsi nel sostegno al Partito Democratico, il partito del tutto e del suo contrario. La politica, nel senso nobile del termine, intesa come piano inclinato nella prospettiva esclusiva del bene comune, esige chiarezza, scelte di parte, coraggio intellettuale, passione disinteressata, intraprendenza, determinazione, l'orgoglio di essere l’approdo ultimo di più storie imparentate.
Per tutte queste ragioni, sono rientrato da poco a casa, dopo aver trascorso il pomeriggio in piazza Farnese. Mi sento meglio, ho ricevuto una boccata d’ossigeno, un’iniezione d'energia, nonostante sia consapevole di spendermi per una causa più aristocratica (da intellettuale che non vuole rassegnarsi) che popolare, dacchè il vulgus è sempre più stretto alle catene auree del suo Patronus, talmente tanto da amarlo, lottando per la sua segregazione, come se fosse un riflesso di libertà.

venerdì 20 marzo 2009

Pantomima primaverile




Scompare l’essenza audace dei
versi antichi tinti d’allegria.
Silenziosa mi assale una fallace
idea rivoluzionaria:
mescolare profumi e sapori
di un tempo ormai allontanato
per obliare il senso oscuro
diffuso oggi nel ventre della terra.
Fugace desiderio imperlato di speranza,
di miele e arbusti intrecciati di frutti maturi.

Trimalcione!
Sei nascosto nel velo del desco romano,
non arride la tua sorte alla tavola misera
del contadino ormai venduto,
dell’operaio ormai sfruttato.
Povertà vera e seria
maneggia oggi le redini
della società sconquassata e stanca.
Povertà triste e scortese
solleva le masse contro i falsi custodi
del bene comune
contro i falsi garanti
dell’uguaglianza sociale.
E non c’è spazio nelle menti
per il terzo precetto costituzionale,
per il quarto principio fondamentale.

Il mio grido silenzioso è solo per voi,
lavoratori senza pane,
disoccupati senza dignità sociale,
perché il vostro domani non si rifletta
in questa odierna pantomima di primavera:
muta e malinconica non giova
del vecchio cinguettio vitale
ma pigra e timida soggiace ancora inerte
al supplizio di un inverno epocale.

giovedì 19 marzo 2009

Sogni deragliati



La stazione ferroviaria è il cuore della città. È un luogo speciale, il teatro urbano dei saluti, degli abbracci di benvenuto, dei pianti di congedo, dei baci clandestini dei teenegers. I murales, i graffiti del sottopassaggio, i messaggi, scritti con grafia incerta, sul marmo dei muretti, sono i capitoli della storia di una generazione precaria e perdente, vinta dagli ormoni, assuefatta alle ripetizioni. Un testo paradossale, scritto per non essere letto, scritto per essere baciato dalla pioggia. La stazione non è un situs che lascia indifferenti. Riconosce una location cinematografica. È una fabbrica di metafore, alimentate dalla direzione presunta dei binari, dai ritardi delle corse, dalla solitudine del capostazione, dal caffè rifugio delle ombre della notte. Le stazioni ferroviarie delle città provinciali non sempre sono frequentabili nelle ore serali o notturne, dacchè il rischio di incontri spiacevoli è molto elevato. Fra tossici, puttane consumate dalla nebbia, ubriachi, girovaghi, disperati senza casa né nome, potrebbe aggirarsi qualche anima molesta. Nella cittadina in cui sono nato e in cui ancora vivo, nulla di tutto ciò. Nelle ore serali, la piccola stazione non ha nulla della fascinazione maledetta, dark, punk che potrebbe evocare un racconto di Tondelli, non accoglie anime degenerate, oscure. Ha in comune con le stazioni dei romanzi e dei film soltanto la celebrazione del neon, la luminosità artificiale, proiettata sui limiti dell'uomo. Domina il silenzio. La struttura intera diviene un cantiere abbandonato, un’officina manifatturiera che non ha mai accolto operai. Il non senso diventa poesia. La piccola stazione – la stessa che mi fa storcere il naso, quando capito lì di giorno, per il suo squallore decadente, segno di una città saccheggiata da barbari, villaggio sofferente senza futuro né speranze, diventa poesia pura, una gemma di bellezza, un panegirico estetico proprio perché il tutto è fine a se stesso, svelato per uno sguardo melanconico privilegiato. La bellezza può elevarsi anche dalla banalità architettonica, circo delle attese consegnato alla condanna di essere corrotto dall'umidità.

La vignetta è d'autore, la firma Plantu, il disegnatore satirico di Le Monde. Apparsa sul quotidiano di ieri raffigura Gesù Cristo che «moltiplica» preservativi mentre da dietro Papa Benedetto XVI lo guarda e commenta: «buffonate»; e ancora più dietro il monsignor lefebvriano Williamson che aggiunge: «.. e poi l'Aids non è mai esistito». Ho monopolizzato il blog con questa vicenda , correndo il rischio di appesantirne la facciata sbarazzina. Non potevo tratterermi. Ora metto il punto.

mercoledì 18 marzo 2009

Il silenzio dei clericofascisti
(per le libertà, si intende)

Quando la scorsa notte ho postato le mie considerazioni sui deliri incensati ho pensato, per un istante, di indossare l’abito consunto dell’ereticus, che si concede il lusso di esprimere liberamente le proprie opinioni, anche nel caso in cui queste vadano ad infrangersi contro l’auctoritas pontificia. Mi sono sentito un giacobino, un libertario senza catene che si è guadagnato un eterno castigo di fuoco.
Non sono solo, sono in buona compagnia. Una compagnia di rappresentanti seri di istituzioni rispettabilissime. Non una congrega di esaltati bolscevichi o di miscredenti temerari.
Il portavoce del ministro francese degli Esteri ha dichiarato: “La Francia esprime la sua più viva inquietudine per le consequenze delle dichiarazioni di Benedetto XVI. Anche se non è nostro compito giudicare la dottrina della Chiesa, crediamo che tali dichiarazioni mettano a rischio le politiche della salute pubblica e gli imperativi di protezione della vita umana”. Una nota congiunta dei ministri tedeschi della Salute e della Cooperazione sociale rende noto che “i preservativi salvano la vita, tanto in Europa quanto in altri continenti”. Il portavoce del commissario Ue agli aiuti umanitari conferma, come se fosse necessario, che il preservativo "è uno degli elementi essenziali nella lotta contro l'Aids e la Commissione Ue ne sostiene la diffusione e l'uso corretto". Anche il direttore esecutivo del Fondo mondiale per la lotta contro l'Aids ha espresso la sua profonda indignazione a Radio France Inter. "Queste parole sono inaccettabili. E' una negazione dell'epidemia. E fare tali dichiarazioni in un continente che è sfortunatamente quello più colpito dalla malattia, è assolutamente incredibile. Chiedo che queste parole vengano ritirate, in modo chiaro". La posizione dei nostri governanti, che si autodefiniscono tealtralmente come dei liberali, è il silenzio. Il nulla che riflette la loro essenza. Si tratta di politicanti senza arte né parte, privi di qualsiasi convincimento etico, che pur di governare sarebbero disposti ad allearsi anche con i talebani, con Satana in persona, stringendo un patto di vergnogne, il Patto con gli Italiani. Sono desolato, sento sulle mie spalle le miserie di un’intera nazione, in balia di una ciurma di pirati e di una conventicola di repressori moralisti. Si salvi chi può, finchè è in tempo.

Deliri incensati

Benedetto XVI ha raggiunto il Camerun, iniziando così la sua prima visita ufficiale in Africa, in cui sofferenze e disperazioni sono amplificate dal sentimento periferico della marginalità. L’Africa è il continente magico, la culla dell’umanità, in cui la natura può ancora sprigionare le sue gioie ancestrali. Il pontifex, Christus in terra, abbandona, così, per qualche giorno gli stucchi barocchi delle sue dimore per stabilire un contatto diretto con il mondo, di cui dovrebbe essere il divino consolatore. Una scelta coraggiosa, degna di essere lodata. In ogni modo, prima ancora di incontrare il presidente ospitante a Yaoundé, conversando con i giornalisti sull’aereo, Benedetto XVI ha chiarito la propria posizione sugli anticoncezionali, in relazione alla prevenzione dal virus HIV. Sua eccellenza ha dichiarato, infatti, che per prevenire il contagio dell’AIDS, i preservativi non servono affatto e, piuttosto, aumentano i problemi, dacchè sarebbe sufficiente un rinnovo spirituale ed umano nella sessualità. Qualsiasi individuo sia portatore di questo punto di vista deformato e deformante dovrebbe assumersi la responsabilità di pronunciare parole velenose, che flaggellano il cuore dei sieropositivi, siano essi cattolici, luterani, induisti o agnostici. L’AIDS è particolarmente diffuso nei paesi sottosviluppati, siano essi latini o africani, in cui il livello di alfabetizzazione non è particolarmente elevato, contesti sociali in cui le parole pontificie pesano come decreti statali. Più in generale, le parole sono come lame affilate, possono far male, con violenza inquisitoria. Dopo aver riabilitato alcuni vescovi lefebvriani, fanatici negazionisti, in prossimità della commemorazione della Shoah, inquietando le comunità ebraiche e gli uomini di buona volontà, un altro delirio. In realtà, si tratta di gesti prevedibili. Le gerarchie cattoliche danno davvero l’idea dell’orchestrina del Titanic che continua a suonare, mentre tutto va a catafascio. Gente che non ha nessun contatto con la realtà. Ottuso conservatorismo reazionario autoreferenziale. Arroccamento violento, poliziesco, fallimentare.

martedì 17 marzo 2009

Pane e libertà

Devo dire che la fiction non mi ha mai attratta in modo particolare. Tranne qualche caso sporadico, come la narrazione ben fatta sulla vita di Perlasca o di Caravaggio, ribadisco che non mi mai completamente rapita. Come dite?, ho adoperato la parola ‘narrazione’ piuttosto che quella più di tendenza: fiction? Eh lo so, avete ragione, ma che farci se io trovo molto più elegante e prestigiosa la nostra lingua italiana? Prego, non abbiate timore ché sulla questione non intendo soffermarmi di più, e ce ne sarebbero di cose da scrivere! Ritorno al punto principale, tentando di non uscire fuori tema, dunque.
Ammetto di essere stata colpita positivamente dalle puntate andate in onda domenica e lunedì sul primo canale (quello della rete nazionale, per intenderci!). Mi riferisco alla - ecco ci siamo, mi concentro e scrivo!: - fiction ‘Pane e libertà’, biografia perfetta di un uomo chiamato Giuseppe Di Vittorio. Voglio rendervi partecipi della biografia rintracciata tra le pagine svolazzanti del web scritta da Felice Chilanti:

«Giuseppe Di Vittorio nasce a Cerignola il 13 agosto del 1892 [in realtà la data è l'11 agosto, dichiarata all'anagrafe di Cerignola il 13 agosto, ndr] . Il padre Michele è un lavoratore dei campi e tutta la famiglia è costituita da braccianti agricoli. La madre si chiama Rosa Errico.
Nel 1902 il padre muore in seguito a malattia contratta nel suo lavoro di curatolo, e lui è costretto ad abbandonare la scuola elementare per essere avviato al lavoro nei campi.Nel 1904, nel maggio, partecipa ad una manifestazione di lavoratori agricoli, durante la quale interviene la polizia. Quattro lavoratori vengono colpiti a morte. Fra questi un suo giovane amico quattordicenne, Antonio Morra.Nel 1910, alla fine di novembre, diventa segretario del circolo giovanile socialista di Cerignola, che prende il nome di "XIV maggio 1904", per ricordare l'eccidio consumato in quell'anno. Il circolo prende ben presto un indirizzo a carettere sindacalista rivoluzionario, staccandosi dal PSI e aderendo alla Federazione di Parma della gioventù socialista. Partecipò all'esperienza del sindacalismo rivoluzionario e aderì all'USI (l'Unione Sindacale Italiana, nata nel 1912 dalla scissione con la CGdL riformista), ricoprendone dal 1913 la carica di membro del Comitato Centrale. Nel 1913 diventa segretario della Camera del Lavoro di Minervino Murge, mentre si sviluppa in parecchi centri della Capitanata e della provincia di Bari l'influenza del sindacalismo rivoluzionario. Nel 1914, ricercato dalla polizia in seguito ai fatti della "settimana rossa", è costretto a riparare a Lugano. Quindi prende contatto con molti fuoriusciti italiani e ne approfitta per studiare in modo sistematico. E' quello che Di Vittorio ricorderà come il suo "liceo". Nel 1915 è richiamato in guerra e dopo aver partecipato a parecchie azioni rimane ferito. Per il suo passato di "sovversivo", dopo un lungo peregrinare, viene inviato a Porto Bardia, in Libia. Rientrerà in Italia tra gli ultimi, nell'agosto del 1919. Il 31 dicembre sposa Carolina Morra. Avranno due figli: Baldina, che nasce a Cerignola il 6 ottobre del 1920, e Vindice che nasce a Bari il 21 ottobre 1922.
Nel 1921 viene eletto deputato mentre è detenuto nelle carceri di Lucera. La elezione a deputato avviene in circostanze del tutto eccezionali. Esse ci offrono un quadro della situazione non solo personale, ma ci indicano lo scontro sociale in atto tra la fine del 1920 e la metà del 1921. In questo periodo dilaga il fascismo, con la violenza più spietata, in molti centri pugliesi considerati le roccaforti del movimento socialista e, soprattutto, delle organizzazioni sindacali dei lavoratori. Queste fanno capo, in parte, alla CGdL, di orientamento socialista, e in misura consistente (Cerignola, Minervino, Corato, Bari) all' Unione sindacale italiana, di cui Di Vittorio è il maggiore e più qualificato esponente. La resistenza al fascismo era molto forte in Puglia e Di Vittorio ne era uno degli animatori più convinti e deciso. Ed è proprio in seguito ad uno sciopero regionale antifascista, in un momento in cui il movimento operaio è più in ritirata, che Di Vittorio viene arrestato. Nel 1921 lo scontro in quella campagna elettorale è totale: i fascisti provocano una strage a Cerignola (nove lavoratori uccisi). Nonostante il clima di violenza e di intimidazione Di Vittorio viene eletto. Per tutto il 1921 e fino ai primi mesi del 1923, l'attenzione preminente di Di Vittorio è rivolta alla situazione dei lavoratori e delle loro organizzazioni in Puglia, sottoposta ad un'opera di logoramento fino alla distruzione. Egli stesso è bandito dalla sua città, dai fascisti di Cerignola. Ma è a Bari che egli mette a profitto tutta la sua esperienza, nella Camera del Lavoro. L'occasione e' offerta dallo sciopero nazionale, detto "legalitario", dell'estate 1922, che ha luogo in tutta Italia per imporre la fine delle violenze fasciste ed il ritorno al rispetto della legge. Indetto dall'Alleanza nazionale del lavoro lo sciopero si risolse in una amara sconfitta: furono poche le realtà nel quale si costituì un ampio schieramento antifascista. Una di queste è stata Bari e la sua Camera del Lavoro che riuscì a costituire un ampio schieramento di forze (socialisti, sindacalisti, anarchici, comunisti, ufficiali fiumani, arditi del popolo) e tenne in scacco i fascisti fino all'ottobre del 1921, quando intervenne l'esercito a conquistare e sciogliere la Camera del Lavoro. Sul finire del 1922 per Di Vittorio non è più possibile vivere in Puglia. Si trasferisce a Roma.Nel 1924 avviene l'incontro con Antonio Gramsci e con Palmiro Togliatti, che lo porta ad aderire al Partito Comunista. Insieme con Ruggiero Grieco, dirigente comunista pugliese, avvia un'interessante lavoro per gettare le basi di un'organizzazione autonoma dei contadini italiani, in primo luogo nelle regioni meridionali. Il clima è quello della semilegalità che ben presto diventerà, ai primi di novembre del 1926, illegalità piena e totale.Fra il 1928 ed il 1930 è in Urss, rappresentante del Pcd'I presso l'Internazionale Contadina. Nel 1930 va a Parigi per far parte del gruppo dirigente del PCI e per assumere l'incarico di responsabile della CGIL clandestina. Nella primavera del 1935 muore la moglie di Di Vittorio. Nel 1936 è fra i primi ad accorrere in Spagna ad Albacete partecipa all'organizzazione delle Brigate Internazionali con Luigi Longo e Andrè Marty ed altri dirigenti. Nel 1939 dirige "La voce degli italiani", quotidiano antifascista. Il 10 febbraio 1941 è arrestato a Parigi dai tedeschi. Assieme a Bruno Buozzi e Guido Miglioli viene consegnato alle autorità italiane, che lo condannano a 5 anni di confino che sconta sull'isola di Ventotene.
Nel 1943 viene liberato e partecipa alla lotta di Liberazione. Firmatario del Patto di unità sindacale di Roma del 1944 con Achille Grandi per i democristiani e Emilio Canevari per i socialisti, diviene segretario generale della Cgil unitaria e poi, dopo la scissione, della Cgil fino alla sua morte.Nel 1946 viene eletto deputato dell'Assemblea Costituente. Tra le sue innumerevoli iniziative, va almeno ricordato il Piano per il lavoro, del 1949. Nel 1953 viene eletto presidente della FSM (Federazione Sindacale Mondiale). La convinta adesione agli ideali comunisti fu sempre contraddistinta da una totale autonomia che ebbe il suo momento più noto nella condanna decisa della feroce repressione sovietica in Ungheria nel 1956. Un altro punto fermo del suo pensiero fu il rifiuto della violenza nelle lotte di massa e nell'azione del movimento sindacale, convinto come era che nel nuovo regime democratico ai lavoratori erano dati gli strumenti pacifici per sviluppare le loro rivendicazioni e per allargare la loro influenza sugli altri ceti della popolazione italiana. Non ebbe esitazioni ad ammettere pubblicamente gli sbagli della organizzazione che dirigeva, e memorabile in questo senso rimane il discorso al comitato direttivo della Cgil dell'aprile del 1955, dopo la sconfitta alle elezioni dei rappresentanti dei lavoratori alla Fiat.Muore il 3 novembre del 1957 a Lecco, dopo un incontro con i delegati sindacali.
L'affermazione del valore sociale e culturale del lavoro è stato il principio che ha sempre ispirato e accompagnato l'azione sindacale di Di Vittorio; l'autonomia, la democrazia e l'unità del sindacato sono stati i suoi principali obiettivi. La CGIL doveva restare rigorosamente plurale e apartitica, senza per questo venire meno ad una sua naturale vocazione politica, centrata sulla difesa e lo sviluppo della democrazia e della Costituzione repubblicana, che aveva nella solidarietà e nei diritti i suoi principali valori. Pur vivendo una stagione assai difficile, segnata da tensioni ideologiche stridenti legate al sottile equilibrio bipolare della guerra fredda, Di Vittorio lavorò sempre per l'unità di tutti i lavoratori, dalla quale faceva derivare anche l'unità sindacale; a suo avviso, solo in questo modo sarebbe stato possibile difendere l'interesse generale della classe lavoratrice, lottando efficacemente per la sua emancipazione.»

[dal sito http://www.cgilfoggia.it/]

Il film (stavolta ritorno alla classica terminologia britannica!) andato in onda in televisione ha davvero carpito in modo perfetto i lineamenti di quest’uomo venuto al mondo per realizzare i sogni e le speranze di quella gente lasciata ai margini della società dai padroni affamati solo di potere e di denaro. E quanta passione, che ardore nella sua lotta contro l’ingiustizia e la disuguaglianza tra potenti e servi, tra potenti e contadini, tra uomini e uomini. Ho apprezzato tantissimo una scena del film, in particolare: secondo la consuetudine di quel mondo fatto di lavoro e sudore, i figli dei contadini non avrebbero mai potuto essere degni di frequentare la scuola. Anzi, lo stesso Di Vittorio si sente rimbrottare dalla madre che solo i ‘figli dei signori possono andare a scuola, i cafoni no’. E allora sapete lui cosa fa? Si procura un abito elegante, un abito da signore e col cappello in testa e le scarpe lucide ai piedi, passeggia per le strade del suo paese mostrando come sia possibile trasformare in un signore un cafone ben vestito!
Ed ho apprezzato ancora di più il titolo della narrazione televisiva: Pane e libertà. Due tesori che non dovrebbero mancare mai sul desco dell’umanità.


Stralcio dal discorso al II congresso della cultura popolare, Bologna 11 gennaio 1953.

Io non sono, non ho mai preteso, né pretendo di essere un uomo rappresentativo della cultura. Però sono rappresentativo di qualche cosa. Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana… La cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini: la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale…
Io sono, in un certo senso, un evaso da quel mondo dove ancora imperano in larga misura l’ignoranza, la superstizione, i pregiudizi, gli apriorismi dogmatici che derivano da questa ignoranza. Io lo conosco quel mondo, profondamente. Ci sono vissuto e so quanto siano grandi gli sforzi che occorrono per tentare di uscirne. Ma in quel mondo, dietro quel muro, vi sono ancora milioni di italiani, milioni di fratelli nostri. Tutte le iniziative, tutte le forme di organizzazione, tutti i tentativi debbono essere fatti per accorrere in aiuto di questi nostri fratelli, per aiutarli a liberarsi da questa ignoranza, perché anch’essi possano provare a sentire le gioie e i tormenti dell’accesso al sapere. Dobbiamo andare fra quelle masse di nostri fratelli, chiamarle, stimolarle alla vita nuova, al sapere, al conoscere, a vedere alto e lontano; dobbiamo andare come un trattore potente su un terreno incolto da secoli per fecondarlo e trarlo a coltura, a vita, a bene della società…"


E cos’altro aggiungere a questo punto? Qualsiasi altro discorso dopo quello riportato sopra sarebbe davvero inutile.