La vita è esperienza, cioè improvvisazione, utilizzazione delle occasioni; la vita è tentativo in tutti i sensi. Donde il fatto, a un tempo imponente e assai spesso misconosciuto, delle mostruosità che la vita ammetteGeorges Canguilhem
sabato 27 giugno 2009
venerdì 26 giugno 2009

Quasi mi viene di paragonarlo ad Arnold: altro piccolo protagonista dell'omonimo telefilm che negli anni '80 ci teneva incollati allo schermo. "Che cavolo stai dicendo, Willis?". Già, che cavolo stai dicendo... Arnold non era un bambino, in realtà era un nano e ci ha ingannati tutti a tal riguardo. Michael Jackson ha sognato di diventare un grande, un gigante, ma è rimasto schiacciato dal suo stesso peso. Non posso che augurargli di riuscire a riafferrare, nel magico mondo che adesso lo ospita, tutta la purezza e l'innocenza che brillava negli occhi accesi di un bambino prodigio che ha rinunciato a diventare grande.
giovedì 25 giugno 2009
<<La parola attraversa da qualche giorno migliaia di bocche, che non l’avevano mai pronunciata prima. Un evento capace di attirare l’attenzione pubblica, scatenando la morbosità di alcuni, la suscettibilità di altri, ha svolto una evidente funzione linguistica. Non tutti conoscono l’inglese. To escort è un verbo che significa “scortare” o meglio “accompagnare”, lasciando intendere un’attività da dama o da cicisbeo d’altri tempi. L’escort è la puttana di rango; non riceve in scantinati, ma si intufola furtivamente nella dimora del suo cliente. Fa un lavoro come tanti, non sottoposto a tassazioni statali. Senza ricevute, con una doccia si passa a far altro. Il fatto che il premier riceva escort nelle sue dimore non mi interessa minimamente. Nel delirio di onnipotenza, un potentato può pensar bene di allestire un harem di signorine, da candidare poi in liste civiche o da promuovere con l’assunzione istituzionale.
Sono altri gli aspetti che mi inquietano. Credo che sia inaccettabile che la Chiesa Cattolica continui a considerare il papi il condottiero della cristianità italiana. Lo trovo disgustoso. Credo che sia inaccettabile che il TG1 non dia nessuna risonanza all’inchiesta barese. Credo che sia inaccettabile che si sia arrivato a questo punto>>
venerdì 19 giugno 2009
mercoledì 17 giugno 2009
Non potendo attirare l’attenzione per l’emergenza di un talento particolare o di una virtù, il ministro Brambilla si è guadagnata l’interesse pubblico per via dell’esposizione mediatica, nel salotto di Vespa, delle sue grazie. Le gambe accavallate lasciavano intendere tutto ciò che si poteva intendere.
Il suo datore di lavoro l’ha resa ministro del turismo, nel corso della legislatura, dal momento che questa promozione non poteva essere sancita nell’atto di insediamento del governo, per via di calcoli inerenti l’immagine della delegazione ministeriale. Allora si optò per la soluzione consolatoria del sottosegretariato. La Brambilla doveva essere compensata per aver costruito circoli di plastica in ogni dove e una TV ufficiale di regime. Delle sue imprese ora non resta traccia viva.
Non potendo attirare l’attenzione per l’emergenza di un talento particolare né per una nuova esposizione delle grazie, ha deciso di cambiare arto. Nel corso della Festa dell’Arma, in quel di Lecco, lo scorso 9 giugno, durante l’esecuzione dell’Inno di Mameli, la Brambilla ha teso il braccio al cielo. Anche il padre ha fatto lo stesso gesto. Giochi di arti, sintomo certo del cancro che sta consumendo il Paese.
martedì 16 giugno 2009
CONFERENZA INAUGURALE
Leibniz e la metafisica delle
relazioni: una nuova proposta
PALAZZO SERRA DI CASSANO
Presso l’Istituto Italiano per gli Studi filosofici
occasione della prima assemblea dei soci, dall’Istituto
per il Lessico intellettuale europeo e Storia delle idee
(CNR) e dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
INFO: http://www.leibnitiana.it
domenica 14 giugno 2009
Era uno dei militanti della canzone italiana. Ivan Della Mea è morto la scorsa notte all'ospedale San Paolo di Milano. Aveva 69 anni. Cantautore, poeta e scrittore, nacque a Lucca il 16 ottobre 1940. Si trasferì presto a Milano, dove fu fra i fondatori, con Gianni Bosio, del Nuovo Canzoniere Italiano, la fucini della canzone italiana di protesta. Nella sua lunga carriera artistica, musica e militanza nelle forze di sinistra si intrecciano coerentemente: le prime incisioni sono incluse in Canti e inni socialisti (1962), compilation commemorativa prodotta per il 70° anniversario del PSI. Della Mea è stato continuamente ispirato dalla tradizione politica del folk italiano, sin dai primi lavori, come prova Ballate della piccola e della grande violenza, lp uscito per l'etichetta Dischi del Sole, la stessa di Giovanna Marini e di Paolo Pietrangeli. Negli anni '60 le sue canzoni, come quelle altri esponenti del Nuovo Canzoniere, diventano progressivamente la colonna sonora alle proteste degli studenti e degli operai. Risale al 1972 una delle sue canzoni più famose, Ballata per Ciriaco Saldutto, dedicata ad un tema più che mai attuale, dal momento che commemora uno studente torinese suicidantosi per la pressione di una bocciatura. Seguendo le inclinazioni di una ricerca continua, aperta a più prospettive compositive, si confrontò anche con espressioni dialettali: El me Gatt è considerata una delle più importanti canzoni italiane di protesta. Nel 1996 divenne direttore dell'Istituto De Martino, l'istituzione dell'antropologia musicale italiana.
Artista a tutto tondo, Ivan Della Mea ha avuto anche esperienze cinematografiche e letterarie. Nel 1969 partecipa alla scrittura della sceneggiatura di Tepepa, cult movie dello spaghetti western interpretato da Tomas Milian e Orson Welles. Con Roberto Benigni partecipa nel 1979 a I Giorni Cantati di Paolo Pietrangeli. Tra le sue opere letterarie: Il sasso dentro d (1990) e Sveglia nel buio (1997). Per Jaca Book è uscita proprio quest'anno la sua autobiografia, intitolata Se la vita ti da uno schiaffo. Giornalista pubblicista ha curato rubriche per L'Unità, per Liberazione e ha collaborato a lungo con il Manifesto.
Iscrittosi per la prima volta al PCI nel 1956, Della Mea ha sempre seguito con attenzione il dibattito interno alla sinistra italiana. Nel 2007, in una dura requisitoria contro l'allora presidente della Camera Fausto Bertinotti, aveva scritto: "Noi siamo stati l'etica della sinistra, quella che è stata distrutta nel nome della ragione di partito. E' questo l'errore più grave che non abbiamo saputo o voluto vedere". In una delle ultime interviste, rilasciata a Liberazione il 15 maggio scorso, Della Mea aveva svolto una riflessione sugli obiettivi comuni della sinistra italiana: "Credo sia molto importante combattere a fondo contro il berlusconismo, perché è trasversale, tocca tutti, sia a destra che a sinistra. C'è bisogno di politica vera, fatta per strada, che venga fuori dalle proprie stanze".
sabato 13 giugno 2009
I. Il Presidente del Consiglio è amico intimo di dittatori, imbavaglia l’informazione, confonde vita pubblica e privata nel salotto familiare di Vespa e, nonostante tutto ciò, si ritiene un liberale.
II. Il Partito Democratico sembra ormai ridotto ad una lega appenninica, né bianca né rossa, arancione sbiadita.
III. La Lega Nord ha un consenso da partito nazionale, piuttosto che da movimento territoriale. Rosicchia voti a destra, a sinistra, a centro. È il primo mostro nello zoo della politica nazionale.
IV. I nostalgici della falce e martello, ingialliti e vinti dal mondo, continuano a battere colpi nella loro notte.
V. L’accozzaglia di Sinistra e Libertà è stata percepita per quello che realmente è: un palinsesto elettorale allestito per non morire democristiani o casinisti.
VI. Di Pietro è il secondo mostro nello zoo politico nazionale. I legalisti intransigenti dalle manette scintillanti stanno a destra delle destre in ogni dove. Paradosso italiano: Di Pietro condottiero di sinistrati in cerca d’autore.
VII. Casini sta valutando il prezzo per offrirsi al miglior acquirente.
VIII. I Radicali sopravvivono alle loro folli scorribande concettuali, affermandosi come una forza significativa. È interessante il progetto di rifondazione della Rosa nel pugno.
IX. I colonnelli della fiamma non meritano menzione.
X. C’è tanta stanchezza in giro.
giovedì 11 giugno 2009

Bernardino Lamis, professore ordinario di storia delle religioni, socchiudendo gli occhi addogliati e, come soleva nelle piú gravi occasioni, prendendosi il capo inteschiato tra le gracili mani tremolanti che pareva avessero in punta, invece delle unghie, cinque rosee conchigliette lucenti, annunziò ai due soli alunni che seguivano con pertinace fedeltà il suo corso:
– Diremo, o signori, nella ventura lezione, dell’eresia catara.
Uno de’ due studenti, il Ciotta – bruno ciociaretto di Guarcino, tozzo e solido – digrignò i denti con fiera gioja e si diede una violenta fregatina alle mani. L’altro, il pallido Vannìcoli, dai biondi capelli irti come fili di stoppia e dall’aria spirante, appuntì invece le labbra, rese piú dolente che mai lo sguardo dei chiari occhi languidi e stette col naso come in punto a annusar qualche odore sgradevole, per significare ch’era compreso della pena che al venerato maestro doveva certo costare la trattazione di quel tema, dopo quanto glien’aveva detto privatamente. (Perché il Vannìcoli credeva che il professor Lamis quand’egli e il Ciotta, finita la lezione, lo accompagnavano per un lungo tratto di via verso casa, si rivolgesse unicamente a lui, solo capace d’intenderlo.)
E difatti il Vannìcoli sapeva che da circa sei mesi era uscita in Germania (Halle a. S.) una mastodontica monografia di Hans von Grobler su l’Eresia Catara, messa dalla critica ai sette cieli, e che su lo stesso argomento, tre anni prima, Bernardino Lamis aveva scritto due poderosi volumi, di cui il von Grobler mostrava di non aver tenuto conto, se non solo una volta, e di passata, citando que’ due volumi, in una breve nota; per dirne male.
Bernardino Lamis n’era rimasto ferito proprio nel cuore; e piú s’era addolorato e indignato della critica italiana che, elogiando anch’essa a occhi chiusi il libro tedesco, non aveva minimamente ricordato i due volumi anteriori di lui, né speso una parola per rilevare l’indegno trattamento usato dallo scrittore tedesco a uno scrittor paesano. Piú di due mesi aveva aspettato che qualcuno, almeno tra i suoi antichi scolari, si fosse mosso a difenderlo; poi, tuttochè – secondo il suo modo di vedere – non gli fosse parso ben fatto, s’era difeso da sè, notando in una lunga e minuziosa rassegna, condita di fine ironia, tutti gli errori piú o meno grossolani in cui il con Grobler era caduto, tutte le parti che costui s’era appropriate della sua opera senza farne menzione, e aveva infine raffermato con nuovi e inoppugnabili argomenti le proprie opinioni contro quelle discordanti dello storico tedesco.
Questa sua difesa, però, per la troppa lunghezza e per lo scarso interesse che avrebbe potuto destare nella maggioranza dei lettori, era stata rifiutata da due riviste; una terza se la teneva da piú d’un mese, e chi sa quanto tempo ancora se la sarebbe tenuta, a giudicare dalla risposta punto garbata che il Lamis, a una sua sollecitazione, aveva ricevuto dal direttore.
Sicché dunque davvero Bernardino Lamis aveva ragione, uscito dall’Università di sfogarsi quel giorno amaramente coi due suoi fedeli giovani che lo accompagnavano al solito verso caca. E parlava loro della spudorata ciarlataneria che dal campo della politica era passata a sgambettare in quello della letteratura prima, e ora, purtroppo anche nei sacri e inviolabili dominii della scienza; parlava della servilità vigliacca radicata profondamento nell’indole del popolo italiano, per cui è gemma preziosa qualunque cosa venga d’oltralpe o d’oltremare e pietra falsa e vile tutto ciò che si produce da noi; accennava infine agli argomenti piú forti contro il suo avversario, da svolgere nella ventura lezione. E il Ciotta, pregustando il piacere che gli sarebbe venuto dall’estro ironico e bilioso del professore, tornava a fregarsi le mani, mentre il Vannìcoli, afflitto, sospirava.
A un certo punto il professor Lamis tacque e prese un’aria astratta: segno, questo, per i due scolari, che il professore voleva esser lasciato solo.
Ogni volta, dopo la lezione, si faceva una giratina per sollievo giú per la piazza del Pantheon, poi su per quella della Minerva, attraversava Via dei Cestari e sboccava sul Corso Vittorio Emanuele. Giunto in prossimità di Piazza San Pantaleo, prendeva quell’aria astratta, perché solito – prima d’imboccare la Via del Governo Vecchio, ove abitava– d’entrare (furtivamente, secondo la sua intenzione) in una pasticceria, donde poco dopo usciva con un cartoccio in mano.
I due scolari sapevano che il professor Lamis non aveva da fare neppur le spese a un grillo, e non si potevano perciò capacitare della compera di quel cartoccio misterioso, tre volte la settimana.
Spinto dalla curiosità, il Ciotta era finanche entrato un giorno nella pasticceria a domandare che cosa il professore vi comperasse.
– Amaretti, schiumette e bocche di dama.
E per chi serviranno?
Il Vannìcoli diceva per i nipotini. Ma il Ciotta avrebbe messo le mani sul fuoco che servivano proprio per lui, per il professore stesso: perché una volta lo aveva sorpreso per via nel mentre che si cacciava una mano in tasca per trarne fuori una di quelle schiumette e doveva già averne un altra in bocca, di sicuro, la quale gli avea impedito di rispondere a voce al saluto che lui gli aveva rivolto.
– Ebbene, e se mai, che c’è di male? Debolezze! gli aveva detto, seccato, il Vannìcoli, mentre da lontano seguiva con lo sguardo languido il vecchio professore, ti quale se n’andava Pian piano, molle molle, strusciando le scarpe.
Non solamente questo peccatuccio di gola, ma tante e tant’altre cose potevano essere perdonate a quell’uomo che, per la scienza, s’era ridotto con quelle spalle aggobbate che pareva gli volessero scivolare e fossero tenute su, penosamente, dal collo lungo, proteso come sotto un giogo. Tra il cappello e la nuca la calvizie del professor Lamis si scopriva come una mezza luna cuojacea; gli tremolava su la nuca una rada zazzeretta argentea, che gli accavallava di qua e di là gli orecchi e seguitava barba davanti – su le gote e sotto il mento – a collana.
Né il Ciotta né il Vannìcoli avrebbero mai supposto che in quel cartoccio Bernardino Lamis si portava a casa tutto il suo pasto giornaliero.
Due anni addietro, gli era piombata addosso da Napoli la famiglia d’un suo fratello, morto colà improvvisamente: la cognata, furia d’inferno, con sette figliuoli, il maggiore dei quali aveva appena undici anni. Notare che il professor Lamis non aveva voluto prender moglie per non esser distratto in alcun modo dagli studi. Quando, senz’alcun preavviso, s’era veduto innanzi quell’esercito strillante, accampato sul pianerottolo della scala, davanti la porta, a cavallo d’innumerevoli fagotti e fagottini, era rimasto allibito. Non potendo per la scala, aveva pensato per un momento di scappare buttandosi dalla finestra. Le quattro stanzette della sua modesta dimora erano state invase; la scoperta d’un giardinetto, unica e dolce cura dello zio, aveva suscitato un tripudio frenetico nei sette orfani sconsolati, come li chiamava la grassa cognata napoletana. In mese dopo, non c’era piú un filo d’erba in quel giardinetto. Il professor Lamis era diventato l’ombra di se stesso: s’aggirava per lo studio come uno che non stia piú in cervello, tenendosi pur nondimeno la testa tra le mani quasi per non farsela portar via anche materialmente da quegli strilli, da quei pianti, da quel pandemonio imperversante dalla mattina alla sera. Ed era durato un anno, per lui, questo supplizio, e chi sa quant’altro tempo ancora sarebbe durato, se un giorno non si fosse accorto che la cognata, non contenta dello stipendio che a ogni ventisette del mese egli le consegnava intero, ajutava dal giardinetto il maggiore dei figliuoli a inerpicarsi fino alla finestra dello studio, chiuso prudentemente a chiave, per fargli rubare i libri:
– Belli grossi, neh, Gennarie’, belli grossi e nuovi!
Mezza la sua biblioteca era andata a finire per pochi soldi su i muricciuoli.
Indignato, su le furie, quel giorno stesso, Bernardino Lamis con sei ceste di libri superstiti e tre rustiche scansie, un gran crocefisso di cartone, una cassa di biancheria, tre seggiole, un ampio seggiolone di cuojo, la scrivania alta e un lavamano, se n’era andato ad abitare solo – in quelle due stanzette di via Governo Vecchio, dopo aver imposto alla cognata di non farsi vedere mai piú da lui.
Le mandava ora per mezzo d’un bidello dell’Università, puntualmente ogni mese, lo stipendio, di cui tratteneva soltanto lo stretto necessario per sé.
Non aveva voluto prendere neanche una serva a mezzo servizio, temendo che si mettesse d’accordo con la cognata. Del resto, non ne aveva bisogno. Non s’era portato nemmeno il letto: dormiva con uno scialletto su le spalle, avvoltolato in una coperta di lana, entro il seggiolone Non cucinava. Seguace a modo suo della teoria del Fletcher, si nutriva con poco, masticando molto. Votava quel famoso cartoccio nelle due ampie tasche dei calzoni, metà qua, metà là, e mentre studiava o scriveva, in piedi com’era solito, mangiucchiava o un amaretto o una schiumetta o una bocca di dama. Se aveva sete, acqua. Dopo un anno di quell’inferno, si sentiva ora in paradiso.
Ma era venuto il von Grobler con quel suo libraccio su l’Eresia Catara a guastargli le feste.
Quel giorno, appena rincasato, Bernardino Lamis si rimise al lavoro, febbrilmente.
Aveva innanzi a sè due giorni per finir di stendere quella lezione che gli stava tanto a cuore. Voleva che fosse formidabile. Ogni parola doveva essere una frecciata per quel tedescaccio von Grobler.
Le sue lezioni egli soleva scriverle dalla prima parola fino all’ultima, in fogli di carta protocollo, di minutissimo carattere. Poi, all’Università, le leggeva con voce lenta e grave, reclinando indietro il capo, increspando la fronte e stendendo le pàlpebre per poter vedere attraverso le lenti insellate su la punta del naso, dalle cui narici uscivano due cespuglietti di ispidi peli grigi liberamente cresciuti. I due fidi scolari avevano tutto il tempo di scrivere quasi sotto dettatura. Il Lamis non montava mai in cattedra: sedeva umilmente davanti al tavolino sotto. I banchi, nell’aula, erano disposti in quattro ordini, ad anfiteatro.
L’aula era buja, e il Ciotta e il Vannìcoli all’ultimo ordine, uno di qua, l’altro di là, ai due estremi, per aver luce dai due occhi ferrati che si aprivano in alto. Il professore non li vedeva mai durante la lezione: udiva soltanto il raspìo delle loro penne frettolose.
Là, in quell’aula, poiché nessuno s’era levato in sua difesa, lui si sarebbe vendicato della villania di quel tedescaccio, dettando una lezione memorabile.
Avrebbe prima esposto con succinta chiarezza l’origine, la ragione, l’essenza, l’importanza storica e le conseguenze dell’eresia catara, riassumendole dai suoi due volumi; si sarebbe poi lanciato nella parte polemica, avvalendosi dello studio critico che aveva già fatto sul libro del von Grobler. Padrone com’era della materia, e col lavoro già pronto, sotto mano, a una sola fatica sarebbe andato incontro: a quella di tenere a freno la penna. Con l’estro della bile, avrebbe scritto in due giorni, su quell’argomento, due altri volumi piú poderosi dei primi.
Doveva invece restringersi a una piana lettura di poco piú di un’ora: riempire cioè di quella sua minuta scrittura non piú di cinque o sei facciate di carta protocollo. Due le aveva già scritte. Le tre o quattro altre facciate dovevano servire per la parte polemica.
Prima d’accingervisi, volle rileggere la bozza del suo studio critico sul libro del von Grobler. La trasse fuori dal cassetto della scrivania, vi soffiò su per cacciar via la polvere, con le lenti già su la punta del naso, e andò a stendersi lungo lungo sul seggiolone.
A mano a mano, leggendo, se ne compiacque tanto, che per miracolo non si trovò ritto in piedi su quel seggiolone; e tutte, una dopo l’altra, in meno d’un’ora, s’era mangiato inavvertitamente le schiumette che dovevano servirgli per due giorni. Mortificato, trasse fuori la tasca vuota, per scuoterne la sfarinatura.
Si mise senz’altro a scrivere, con l’intenzione di riassumere per sommi capi quello studio critico. A poco a poco però, scrivendo, si lasciò vincere dalla tentazione d’incorporarlo tutto quanto di filo nella lezione, parendogli che nulla vi fosse di superfluo, né un punto né una virgola. Come rinunziare, infatti, a certe espressioni d’una arguzia così spontanea e di tanta efficacia? a certi argomenti così calzanti e decisivi? E altri e altri ancora gliene venivano, scrivendo, piú lucidi, piú convincenti, a cui non era del pari possibile rinunziare.
Quando fu alla mattina del terzo giorno, che doveva dettar la lezione, Bernardino Lamis si trovò davanti, sulla scrivania, ben quindici facciate fitte fitte, invece di sei.
Si smarrì.
Scrupolosissimo nel suo officio, soleva ogni anno, in principio, dettare il sommario di tutta la materia d’insegnamento che avrebbe svolto durante il corso, e a questo sommario si atteneva rigorosissimamente. Già aveva fatto, per quella malaugurata pubblicazione del libro del von Grobler, una prima concessione all’amor proprio offeso, entrando quell’anno a parlare quasi senza opportunità dell’eresia catara. Piú d’una lezione, dunque, non avrebbe potuto spenderci. Non voleva a nessun costo che si dicesse che per bizza o per sfogo il professor Lamis parlava fuor di proposito o piú del necessario su un argomento che non rientrava se non di lontano nella materia dell’annata.
Bisognava dunque, assolutamente, nelle poche ore che gli restavano, ridurre a otto, a nove facciate al massimo, le quindici che aveva scritte.
Questa riduzione gli costò un così intenso sforzo intellettuale, che non avvertì nemmeno alla grandine, ai lampi, ai tuoni d’un violentissimo uragano che s’era improvvisamente rovesciato su Roma. Quando fu su la soglia del portoncino di casa, col suo lungo rotoletto di carta sotto il braccio, pioveva a diluvio. Come fare? Mancavano appena dieci minuti all’ora fissata per la lezione. Rifece le scale, per munirsi d’ombrello, e s’avviò sotto quell’acqua, riparando alla meglio il rotoletto di carta, la sua « formidabile » lezione.
Giunse all’Università in uno stato compassionevole: zuppo da capo a piedi. Lasciò l’ombrello nella bacheca del portinajo; si scosse un po’ la pioggia di dosso, pestando i piedi; s’asciugò la faccia e salì al loggiato.
L’aula – buja anche nei giorni sereni – pareva con quel tempo infernale una catacomba; ci si vedeva a mala pena. Non di meno, entrando, il professor Lamis, che non soleva mai alzare il capo, ebbe la consolazione d’intravedere in essa, così di sfuggita, un insolito affollamento, e ne lodò in cuor suo i due fidi scolari che evidentemente avevano sparso tra i compagni la voce del particolare impegno con cui il loro vecchio professore avrebbe svolto quella lezione che tanta pena e tanta fatica gli era costata e dove tanto tesoro di cognizioni era con sommo sforzo racchiuso e tanta arguzia imprigionata.
In preda a una viva emozione, posò il cappello e montò, quel giorno, insolitamente, in cattedra. Le gracili mani gli tremolavano talmente, che stentò non poco a inforcarsi le lenti sulla punta del naso. Nell’aula il silenzio era perfetto. E il professor Lamis, svolto il rotolo di carta, prese a leggere con voce alta e vibrante, di cui egli stesso restò meravigliato. A quali note sarebbe salito, allorché, finita la parte espositiva per cui non era acconcio quel tono di voce, si sarebbe lanciato nella polemica? Ma in quel momento il professor Lamis non era piú padrone di sè. Quasi morso dalle vipere del suo stile, sentiva di tratto in tratto le reni fènderglisi per lunghi brividi e alzava di punto in punto la voce e gestiva, gestiva. Il professor Bernardino Lamis, così rigido sempre, così contegnoso, quel giorno, gestiva! Troppa bile aveva accumulato in sei mesi, troppa indignazione gli avevano cagionato la servilità, il silenzio della critica italiana; e questo ora, ecco, era per lui il momento della rivincita! Tutti quei bravi giovani, che stavano ad ascoltarlo religiosamente, avrebbero parlato di questa sua lezione, avrebbero detto che egli era salito in cattedra quel giorno perché con maggior solennità partisse dall’Ateneo di Roma la sua sdegnosa risposta non al von Grobler soltanto, ma a tutta quanta la Germania.
Leggeva così da circa tre quarti d’ora, sempre piú acceso e vibrante, allorché lo studente Ciotta, che nel venire all’Università era stato sorpreso da un piú forte rovescio d’acqua e s’era riparato in un portone, s’affacciò quasi impaurito all’uscio dell’aula. Essendo in ritardo, aveva sperato che il professor Lamis con quel tempo da lupi non sarebbe venuto a far lezione. Giú, poi, nella bacheca del portinajo, aveva trovato un bigliettino del Vannìcoli che lo pregava di scusarlo presso l’amato professore perché « essendogli la sera avanti smucciato un piede nell’uscir di casa, aveva ruzzolato la scala, s’era slogato un braccio e non poteva perciò, con suo sommo dolore, assistere alla lezione ».
A chi parlava, dunque, con tanto fervore il professor Bernardino Lamis?
Zitto zitto, in punta di piedi, il Ciotta varcò la soglia dell’aula e volse in giro lo sguardo. Con gli occhi un po’ abbagliati dalla luce di fuori, per quanto scarsa, intravide anche lui nell’aula numerosi studenti, e ne rimase stupito. Possibile? Si sforzò a guardar meglio.
Una ventina di soprabiti impermeabili, stesi qua e là a sgocciolare nella buja aula deserta, formavano quel giorno tutto l’uditorio del professor Bernardino Lamis
Il Ciotta li guardò, sbigottito, sentì gelarsi il sangue, vedendo il professore leggere così infervorato a quei soprabiti la sua lezione, e si ritrasse quasi con paura.
Intanto, terminata l’ora, dall’aula vicina usciva rumorosamente una frotta di studenti di legge, ch’erano forse i proprietarii di quei soprabiti.
Subito il Ciotta, che non poteva ancora riprender fiato dall’emozione, stese le braccia e si piantò davanti all’uscio per impedire il passo.
– Per carità, non entrate! C’è dentro il professor Lamis.
– E che fa? – domandarono quelli, meravigliati dell’aria stravolta del Ciotta.
Questi si pose un dito su la bocca, poi disse piano, con gli occhi sbarrati:
– Parla solo!
Scoppiò una clamorosa irrefrenabile risata.
Il Ciotta chiuse lesto lesto l’uscio dell’aula, scongiurando di nuovo:
– Zitti, per carità, zitti! Non gli date questa mortificazione, povero vecchio! Sta parlando dell’eresia catara!
Ma gli studenti, promettendo di far silenzio, vollero che l’uscio fosse riaperto. Pian piano, per godersi dalla soglia lo spettacolo di quei loro poveri soprabiti che ascoltavano immobili, sgocciolanti neri nell’ombra, la formidabile lezione del professor Bernardino Lamis.
– ...ma il manicheismo, o signori, il manicheismo, in fondo, che cosa è? Ditelo voi! Ora, se i primi Albigesi, a detta del nostro illustre storico tedesco, signor Hans von Grobler...
domenica 7 giugno 2009
Le elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo sono abbinate ad una capillare tornata di prove amministrative. Si vota in ogni dove. Il responso delle urne, domani sera, lascerà intendere quale sia la condizione di salute delle opposizioni, svelando agli osservatori delle tribune elettorali la diagnosi delle patologie autodistruttive che hanno infettato integralmente i partiti sinistri. La compassione dell’elettore probabilmente non decreterà ragioni sufficienti per sciogliere il PD, il partito dalle infinite contraddizioni. È molto interessante la sfida a sinistra, fra la coalizione rossoverde e i veterocomunisti vinti dalla storia. È del tutto improbabile che entrambe le liste superino lo sbarramento del 4 %; è possibile che si attestino entrambe al di sotto della soglia. In ogni modo, Sinistra è Libertà sembrerebbe avere qualche chances in più. Me lo auguro vivamente.
Liberale di sinistra, sacrificando straordinariamente la condivisione dei contenuti del Manifesto del PES, ho votato per la prima volta per i Radicali. Era un'idea che vagava fra i miei pensieri dal giorno in cui la Curia proibì la cerimonia funebre di Welby, consentendo, al contempo, sepolture nelle cripte di chiese di campagna a padrini e camorristi. Una scelta radicale, testimonianza diretta della presa di coscienza di una crisi di orizzonti e valori programmatici che impone processi di rifondazione del centrosinistra italiano. Il coraggio di cambiare o la barbarie berlusconiana. Tertium non datur.
mercoledì 3 giugno 2009

Ad ogni modo per il mio lavoro, ma soprattutto per passione, in questi anni ho frequentato i grandi della storia del pensiero. E quando dico frequentato, intendo nel senso stretto della parola, o quasi. Con Socrate, Platone e compagni bella io sono andato a prendere il caffè, ho fatto lunghe passeggiate chiacchierando un po’ di tutto: di donne, di televisione, del traffico, del cibo, di computer. Insomma, della vita».
Così prende avvio l’ultimo libro di Luciano De Crescenzo: Socrate e compagnia bella, in cui affronta dieci tematiche filosofiche riconducibili al pensiero di altrettanti dieci amici filosofi che lo hanno sostenuto nel corso della sua vita con i loro insegnamenti e, a volte, con le loro follie!
L’autore decide di scrivere il libro per trasmettere a suo nipote Michelangelo tutto ciò che ha ricevuto dai grandi pensatori, rassicurando il quattordicenne che gli parlerà solo dei preferiti perché «i ragazzi, si sa, spesso profumano di ignoranza ed è giusto così, ma poi, quando si cresce è indispensabile la conoscenza. Gli adulti non profumano più e l’ignoranza non aiuta a vivere e tanto meno a pensare con la propria testa e quindi a essere uomini liberi».
Con leggerezza e acume lo scrittore napoletano riesce a cogliere i tratti salienti di ciascun pensator filosofo dipingendone, senza sbavature ed esagerazioni cromatiche, il profilo completo e spesso efficacemente divertente. Eraclito, ad esempio, lo definisce il «primo animalista della storia» perché «se la prendeva con quelli che per purificarsi dei peccati, sacrificavano gli animali”. Inoltre, sempre Eraclito, «si vantava di non aver mai avuto maestri. Quando sentiva il bisogno di consultarsi con qualcuno, era solito dire: “Aspettate un momento che vado a interrogare me stesso”». L’autore, quasi in un dialogo immaginario col filosofo sembra rispondergli sottovoce: “Vorrei farlo pure io, ma finora non sono riuscito ad avere un appuntamento”!
Il capitolo in cui affronta il pensiero di Galileo Galilei lo intitola La curiosità ed è davvero con spirito romantico che lo scrittore offre dello scienziato pisano una immagine tanto familiare quanto rassicurante e sincera, direi quasi da dirimpettaio di un appartamento condominiale: «Io Galileo me lo immagino così: in vestaglia, davanti a una tavoletta di legno, con in mano una palla di bronzo, e con un righello per misurare il livello dell’acqua nel bicchiere».
Per Nietzsche adopera l’aggettivo ‘esagerato’ e dato che fra le innumerevoli intuizioni che gli si possono accreditare, quella che a parere dello scrittore risulta essere più geniale è la dualità esistente tra l’apollineo e il dionisiaco, allora semplificando all’estremo, Nietzsche «nasce apollineo e muore dionisiaco».
Il capitolo di gran lunga più bello, anche perché caro allo scrittore - e tale sensazione la si avverte da subito! - è l’ultimo, quello intitolato Il tempo. Per affrontare la decima ed ultima lezione decide di far ricorso ad una squadra d’eccezione capitanata da Einstein, Sant’Agostino, Bergson e dal regista Federico Fellini. E quando al termine della lezione lo scrittore offre una sua intuizione su ciò che per lui voglia significare il tempo, bè… onora il lettore di una vera e propria pillola di saggezza filosofica.
A questo punto per il lettore ormai Michelangelo è pressoché un ricordo sbiadito. Chi legge, infatti, si è impossessato del ruolo di Michelangelo, veste perfettamente i suoi abiti e fa tutto suo l’augurio che lo scrittor filosofo gli lascia attraverso la carta stampata: «Il migliore augurio che ti posso fare è che questo libro, i suoi insegnamenti, e in generale la Cultura, la filosofia, riescano a regalarti una vita davvero larga».
Il lettore-Michelangelo ringrazia di cuore.
giovedì 28 maggio 2009
di MEHMEDOVIC MIRZA
Le osservazioni che seguono sono preteoriche nel senso che anticipano una teoria dell’identità. Le domande cui qui vogliamo dare risposta sono tendenziose nel senso in cui, chi le comprende, capisce che la direzione che vuole assumere la ricerca è quella della negazione della questione da un punto di vista metafisico e, viceversa, dell’affermarsi della questione da un punto di vista epistemologico - linguistico. Non si danno, pertanto, presupposizioni di sorta che diano adito ad una vuota speculazione intorno a quello che deve rimanere una mera descrizione del fenomeno, o stato delle cose. Detto ciò:
Perché troviamo incomprensibile o inaccettabile l’identità di mente e cervello? La questione è forse metafisica? Non possiamo immedesimarci nello stato cerebrale quando proviamo una certa sensazione di dolore o piacere poiché siamo schiavi di un limite estetico? Noi non “crediamo”, il che è fatale all’indagine scientifica, che una pietra provi o possa provare dolore. Così, per analogia, troviamo irresistibile vedere la pietra (cosa) nel modo in cui vediamo una certa attività neuronale (stato di cose). La prospettiva è l’essenziale, a dispetto di ogni critica anti-psicologistica. Il solipsismo, possiamo sostenere per un attimo la tesi, funziona nella misura in cui “io” sono, e ancor più nella misura in cui “io” sono una cosa che sente, che vede, che soffre, solo che (qui) “cosa” è preferibilmente o un’essenza distinta, o un limite trascendentale – come un occhio che non vede sé nel campo visivo – del mondo fattosi punto geometrico o superficie delimitante. Fin qui sembra che basti estendere il vocabolario, passando da “cosa” ad “essenza”, per giustificare qualcosa che, a dirla tutta, non va affatto giustificato mediante uno sforzo della ragione, soprattutto di quella filosofica. La questione è ancora una volta empirica, a meno che il vocabolario non diventi la ragion sufficiente di una difficoltà insormontabile.
Quello che crediamo circa le possibilità di identificare stati cerebrali e stati mentali dipende dal modo in cui queste singole credenze (credenze su stati mentali e cerebrali) si relazionano a contesti distinti. Così il contesto del vissuto, da una parte, differisce profondamente dal contesto, dall’altra, della prassi scientifica oggi particolarmente in fermento e particolarmente nell’ambito dell’indagine circa le funzioni svolte dalle parti componenti l’encefalo. Le tendenze scettiche sono tendenze di senso comune, soprattutto in filosofia, soprattutto quando il filosofo non ha la cura, ma in buona misura pregiudizio, nell’indagare le possibilità della conoscenza scientifica. Noi non possiamo concepire l’identità tra una sensazione di dolore – alla quale, come Kripke afferma, sarebbe essenziale l’esser quella sensazione – e un qualcosa che entra nella “sfera del noto” attraverso un canale differente: quello della percezione/visione della cosa. Ma, come ho prima specificato, l’estensione del vocabolario è fatale in tutte le implicazioni ch seguono cosicché, se è la traduzione da un vocabolario ad un altro quello che stiamo cercando, abbiamo perso di vista l’obiettivo: la soluzione di un presunto problema. La soluzione, viceversa, consisterebbe in buona parte nella scelta ponderata dei termini medi – oltre che nelle premesse – i quali, riflettendo la metodologia di indagine, rappresenterebbero il migliore alleato. Cosa vogliamo dire con ciò? Proviamo a servirci di un semplice esempio. Supponiamo di trovarci in un laboratorio e di intraprendere un esperimento ideale. Supponiamo che un equipe di scienziati riesca a stabilire con certezza che il rapporto tra certi stati cerebrali e certe sensazioni, caratteristiche ed esplicitamente descritte dal soggetto S, sia puntuale secondo certe variabili. Il risultato di tale esperimento non catturerebbe l’attenzione del filosofo se l’equipe mantenesse intenzionalmente implicita la relazione, descrivendo l’evento in termini puramente quantitativi e con linguaggio matematico. Ecco perché la scelta dei termini determina, in qualche misura, la scelta delle possibili implicazioni. Se, per tanto, gli scienziati mantenessero esplicito il rapporto tra stati cerebrali e stati mentali, la mera scelta di una descrizione in termini di correlazioni determinerebbe una serie di implicazioni indesiderabili e potenzialmente non osservativamente giustificabili. La ragione di questi in-desiderata sta tutta nel potenziale epistemico inespresso, l’insieme degli impegni epistemici del filosofo che non tardano a manifestarsi. Questi in-desiderata sono perlopiù empiricamente non giustificati. Nondimeno si ha spesso il sospetto che un’argomentazione cartesiana debba, tutto sommato, salvare qualcosa di importante – il fenomeno o la teoria che si cela dietro certe conclusioni, non è chiaro – che sia la “verità”, o il diritto di avere l’ultima parola in merito alla questione, per non parlare di quanto siamo affezionati ai colori e ai sapori del vissuto. Ancora una volta i filosofi tendono a confondere le acque perché l’analisi rigorosa del corretto uso dei termini – entro i confini di un gioco linguistico – è per loro uno sforzo non compreso e, dunque, “gioco forza” immotivato. Ma quale sorpresa e quale imbarazzo coglie coloro che non si sono presi la briga di “vederci chiaro”, tutto ciò rappresenta l’occasione per l’ironia di coloro che seguono.
Generalmente siamo insoddisfatti quando i termini dell’equazione sono dissonanti. Come si può concepire l’identità tra la rappresentazione visiva di un paesaggio ricco di forme e colori e una certa attività elettro-chimica del cervello? Siamo schiavi, come dicevamo all’inizio, di un limite/pregiudizio estetico. Questi due sembrano davvero due tipi distinti di fenomeni e, soggettivamente parlando, come tali si presentano tutte le volte che li raffrontiamo. C’è qualcosa di impersonale nell’oggetto osservato che nel vissuto rimane: l’altro tra i molti oggetti del campo visivo. Quest’impressione di alterità che è davvero tale si insinua nell’analisi dell’idea della “mente”. La mente, come cosa pensante cartesiana, è “cosa” nella misura in cui può essere trattata concettualmente, e implicitamente, come l’altro da quel limite che, oltre a sentire, vedere, gustare, ora giudica di sé, della propria essenza, negando di sé la propria ancestrale intuizione di limite nel campo visivo, sporcandosi le mani di un materialismo che, sebbene non in stato embrionale, a sua volta si macchia della colpa di una confusione semantica senza precedenti. Ricorsivamente il vocabolario si amplifica e diviene mezzo di ulteriori congetture fondamento, storicamente, della scuola a priori. Ora, se ciò che caratterizza questa grande separazione di ambiti del reale, o esperienze, è nell’insieme il prodotto di un apparato metaforico e in principio non autocritico, possiamo ben sperare che il riconquistato buon senso rappresenti con rigore quell’idea relativa all’uso linguistico che sta “ a metà strada” tra Platone e Aristotele. Sappiamo che per il primo il metaforico, come in generale il poetico, sono mezzi che distolgono dalla conoscenza del vero, per il secondo sono l’essenziale, il vero mezzo dell’imprevedibile e inedita novità. Non possiamo pronunciarci più di tanto al riguardo – lo sforzo che vogliamo compiere non è ermeneutico – tuttavia, se non altro, sembra che v’è qualcosa relativamente al nostro modo di concepire le soluzioni ai problemi che deve esser messo in buon ordine. Chi spera che la proporzione sia geometrica non intuisce la questione in modo adeguato. La proporzione, a dirla tutta, potrebbe rivelarsi del tutto disillusiva, senza però mancare di offrire un lauto guadagno. Proviamo a vedere la questione nel modo seguente:
Quale rapporto esiste, in una televisione a tubo catodico, tra gli elettroni proiettati sullo schermo secondo certe frequenze e l’immagine che osserviamo? Il rapporto, o la relazione, è una puntuale identità, ma, cosa più importante, tale relazione di identità è dinamica, non statica. Nel nostro modo di ragionare, spesso per modelli, non consideriamo problematico il rapporto di identità, dinamico e non deterministico, che porta comunemente il nome di “immagine”. La problematicità è conseguente alla separazione di morale ed estetica, per cui quel limite del mondo, trascendente una volta, si fa “fisico” e avanza la pretesa di coglier se stesso ed essenzialmente fuori da ciò che, invece, essenzialmente lo caratterizza. Ragion per cui la geometria ci da modo di privarci rigorosamente del buon senso, quasi che quest’ultimo sia un pesante cappotto che ci troviamo ad indossare nel giorno più caldo della più calda estate africana. Senza mezzi termini, possiamo dire che è la geometrizzazione spaziale del rapporto tra concetti a trarci in inganno – non un genio maligno – cosicché, se da una parte poniamo il cervello, necessità e coerenza vuole che dall’altra si abbia la mente e il “luogo” delle sue idee.
Sebbene questa metafora, conformemente a quanto prospettava Aristotele, abbia portato davvero del nuovo nella filosofia, questo qualcosa di nuovo si è portato dietro ogni genere di inintelligibilità concettuale. Così, per amore di reiterazioni costanti, la filosofia si è trascinata dietro il nuovo – ora vecchio – fardello del dualismo, senza trovare una via d’uscita, quel distinto modulatore dello spazio che ci fa percepire d’aver oltrepassato la soglia dell’indesiderato per andare incontro a quel che ci sembra d’aver sempre cercato. Questa soglia, oggi più di ieri, vogliamo barattarla con il pregiudizio di cui ci riempiamo le tasche da tempo immemore. Non possiamo non barattare il vecchio col nuovo, e sottolineo che non possiamo poiché, gioco forza, nel modo in cui vecchie idee si insinuarono una volta nel pensiero speculativo, nuove idee a loro volta si insinuano prepotentemente nella testa di coloro che di “mente” non vorranno più parlare, a dispetto della secolare prospettiva del dio geometra.
Riassumendo:
- La separazione di etica ed estetica ha come conseguenza la reificazione del trascendentale e, di conseguenza, come sua legittima conseguenza, il dualismo cartesiano.
- L’identità come relazione o rapporto non è espressione del modo corretto di intendere il rapporto mente-corpo, poiché trascura almeno due elementi: 1°la spazializzazione geometrica - simmetrica di mente e cervello (un esempio di metafora), 2°l’adozione di vocabolari che portano a una pluralità di contesti semantici che dovrebbero poi, successivamente, essere intesi come il medesimo (il che rappresenta per il filosofo un bel problema).
- Nella misura in cui la scienza dispone di una buon approccio metodologico nell’analisi dell’encefalo, i problemi di correlazione o di identificazione vengono meno. Questa prospettiva riduzionista non è fatale all’ontologia del soggetto, mentre è certamente fatale – ben venga! – alla speculazione che qualifica ogni prodotto dell’immaginazione come intuitivamente valido e, dunque, assolutamente valido.
Ammetto che, contrariamente a quanto qui si afferma, la filosofia tutt’ora sembra seguire un orientamento differente. Le questioni sembrano tutt’altro che chiarite e le eredità della teologia e del romanticismo sembrano dominanti in molti pensatori che, attraverso l’insegnamento accademico, hanno un efficace accesso alle menti degli sprovveduti. Ne è uno straordinario esempio il filosofo e psicologo Humphrey, il quale recentemente, nel suo “Seeing Red, A Study in Consciousness”, ha tratto le seguenti conclusioni “teoriche”:
la coscienza – questo è il termine che per lo più usa Humphrey – conta perché il suo compito è quello di contare. È stata progettata – ma certo! – per creare, negli esseri umani, un Sé la cui vita vale la pena di seguire. Per incominciare – prosegue –, il Sé è qui per noi, fenomenicamente denso e sostanziale. Ed essere qui è un gran passo avanti rispetto a non esserci. Un Sé temporalmente denso è qualcosa su cui costruire una ricca vita soggettiva, e per gli esseri umani la cosa si può spingere ancora oltre: ora abbiamo un Sé che, comunque ci si arrivi, sembra abitare un diverso universo di essere spirituale. E questo è qualcos’ altro.[1]
Ammetto di rimanere spiazzato da tanta evidenza empirica, tutte le volte che rileggo il passo. Credevo, prima di leggere Humphrey, che nella coscienza vi fosse qualcosa di problematico. Mi accorgo invece che bastano poche metafore e un po’ di sana filosofia cartesiana a risolvere nell’assurdo tutta la serietà con cui avevamo cominciato ad andare a braccetto. Ammetto anche di essere un po’ nostalgico, forse perché considero la serietà un pregio. Ad ogni modo Humphrey rappresenta bene la tradizione filosofica da cui le attuali generazioni, per non dire le future, di filosofi dovrebbero discostarsi. Il senso del religioso che dalle parole dell’autore citato traspaiono, non hanno nulla a che vedere con una eventuale soluzione del problema relativo al modo in cui il cervello crea il fenomeno della coscienza. Forse nemmeno quest’ultima affermazione ha la corretta impostazione teorica. Il fenomeno della coscienza, sarebbe il caso di verificarlo, è davvero un fenomeno che, come nelle parole di Humphrey appare evidente, ha un che di “temporalmente denso”? Certamente sì: nella misura in cui l’attività cerebrale è, al tempo t, attività di materia o energia (il che non è problematico da che si comprende la natura della famosa formula di Einstein). Il sospetto bussa alla porta nel momento in cui subentrano elementi di un “diverso universo di essere spirituale”, sicché tutte le difficoltà che abbiamo denunciato in queste pagine sono le medesime che in troppi autori ancora appaiono come “eleganti soluzioni”.
[1] NICOLAS HUMPHREY, “Seeing Red, A Study in Consciousness”, Copyright © 2006 by the President and Fellows of Harvard College, USA; “Rosso, uno studio sulla coscienza” trad. ita. Eva Filoramo, 2007 Codice edizioni, Torino.
lunedì 25 maggio 2009

Era un’ultima sigaretta molto importante. Ricordo tutte le speranze che l’accompagnarono. M’ero arrabbiato col diritto canonico che mi pareva tanto lontano dalla vita e correvo alla scienza ch’è la vita stessa benché ridotta in un matraccio. Quell’ultima sigaretta significava proprio il desiderio di attività (anche manuale) e di sereno pensiero sobrio e sodo.
Per sfuggire alla catena delle combinazioni del carbonio cui non credevo ritornai alla legge. Pur troppo! Fu un errore e fu anch’esso registrato da un’ultima sigaretta di cui trovo la data registrata su di un libro. Fu importante anche questa e mi rassegnavo di ritornare a quelle complicazioni del mio, del tuo e del suo coi migliori propositi, sciogliendo finalmente le catene del carbonio. M’ero dimostrato poco idoneo alla chimica anche per la mia deficienza di abilità manuale. Come avrei potuto averla quando continuavo a fumare come un turco?
Anche adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente. Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione. Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta. Che cosa significano oggi quei propositi? Come l’igienista vecchio, descritto dal Goldoni, vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita?
Una volta, allorché da studente cambiai di alloggio, dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza perché le avevo coperte di date. Probabilmente lasciai quella stanza proprio perché essa era divenuta il cimitero dei miei buoni propositi e non credevo più possibile di formarne in quel luogo degli altri.
Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su se stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute. Le altre hanno la loro importanza perché accendendole si protesta la propria libertà e il futuro di forza e di salute permane, ma va un po’ più lontano.
Le date sulle pareti della mia stanza erano impresse coi colori più varii ed anche ad olio. Il proponimento, rifatto con la fede più ingenua, trovava adeguata espressione nella forza del colore che doveva far impallidire quello dedicato al proponimento anteriore. Certe date erano da me preferite per la concordanza delle cifre. Del secolo passato ricordo una data che mi parve dovesse sigillare per sempre la bara in cui volevo mettere il mio vizio: “Nono giorno del nono mese del 1899”. Significativa nevvero? Il secolo nuovo m’apportò delle date ben altrimenti musicali: “Primo giorno del primo mese del 1901”. Ancora mi pare che se quella data potesse ripetersi, io saprei iniziare una nuova vita.
Ma nel calendario non mancano le date e con un po’ d’immaginazione ognuna di esse potrebbe adattarsi ad un buon proponimento. Ricordo, perché mi parve contenesse un imperativo supremamente categorico, la seguente: “Terzo giorno del sesto mese del 1912 ore 24”. Suona come se ogni cifra raddoppiasse la posta.
L’anno 1913 mi diede un momento d’esitazione. Mancava il tredicesimo mese per accordarlo con l’anno. Ma non si creda che occorrano tanti accordi in una data per dare rilievo ad un’ultima sigaretta. Molte date che trovo notate sui libri o quadri preferiti, spiccano per la loro deformità. Per esempio il terzo giorno del secondo mese del 1905 ore sei! Ha un suo ritmo quando ci si pensa, perché ogni singola cifra nega la precedente. Molti avvenimenti, anzi tutti, dalla morte di Pio IX alla nascita di mio figlio, mi parvero degni di essere festeggiati dal solito ferreo proposito. Tutti in famiglia si stupiscono della mia memoria per gli anniversari lieti e tristi nostri e mi credono tanto buono!
Per diminuirne l’apparenza balorda tentai di dare un contenuto filosofico alla malattia dell’ultima sigaretta. Si dice con un bellissimo atteggiamento: “mai più!”. Ma dove va l’atteggiamento se si tiene la promessa? L’atteggiamento non è possibile di averlo che quando si deve rinnovare il proposito. Eppoi il tempo, per me, non è quella cosa impensabile che non s’arresta mai. Da me, solo da me, ritorna.
(Italo Svevo, Il fumo tratto da La coscienza di Zeno)

Il ricordo delle atrocità subite e della follia nazista non riusciranno mai a scomparire dai cuori dei sopravvissuti, così come non si cancellerà mai il marchio che essi portavano sul braccio quando erano deportati nei campi di concentramento. “Considerate se questo è un uomo o una donna”, scriveva Primo Levi nella premessa al libro citato; ed egli, segnato così profondamente dal fantasma della guerra e dalle brutalità subite si vedrà libero, a distanza di anni, solo col suicidio.
Diversa l’esperienza dello scrittore russo Fёdor Dostoevskij. Arrestato con l’accusa di attività cospiratoria e descritto nei verbali come “particolarmente pericoloso” - non avendo negato la sua partecipazione alle attività, peraltro esclusivamente di carattere intellettuale, del circolo incriminato - fu condannato a morte. Solo all’ultimo momento giunse la grazia dello zar, perché un procedimento del Codice Penale dell’epoca prevedeva che in caso di grazia sovrana, i condannati dovevano essere informati soltanto pochi istanti prima dell’esecuzione. E così, nel libro intitolato ‘L’idiota’ (1869) avvalendosi della figura e del racconto del principe Myskin (racconto riflettente, è chiaro, il suo personale stato d’animo) offre al lettore lo scenario delle sensazioni che il condannato a morte prova dinanzi alla consapevolezza del dover morire. Egli afferma, dunque, che “quando c’è la tortura, ci sono sofferenze e ferite, dolore fisico, e perciò tutto questo allevia le sofferenze dello spirito, così che soffri soltanto per le ferite, finchè non muori. Eppure il dolore maggiore, il più acuto, forse non sta nelle ferite, ma nel fatto che hai la certezza che ecco, tra un’ora, e poi tra dieci minuti, e poi tra mezzo minuto, e poi adesso, ecco, subito, l’anima volerà via dal corpo, e tu non sarai più un uomo, e questo è ormai certezza: la cosa fondamentale è che sia una certezza”. E proprio per questo Dostoevskij afferma che uccidere per punire un omicidio è, per la sua atrocità, un castigo incomparabilmente maggiore del delitto stesso.
Restando nell’ambito della letteratura russa, è possibile imbattersi in un’altra rilevante esperienza che tende a chiarire la linea di demarcazione tra il dolore fisico e quello emotivo. Tale è l’esperienza del contemporaneo Michail Bulgakov, scrittore brillante ma vittima di una critica spietata che giunse persino a definirlo “un addetto alle pulizie della nostra letteratura, intento a raccogliere gli avanzi sputazzati da almeno una dozzina di commensali”.
Accusato di tendenza controrivoluzionaria e incluso nella schiera dei ‘poputciri’, i “compagni di strada” che senza partecipare alla edificazione della giovane società sovietica si limitavano a non opporsi apertamente al regime, Bulgakov vide pian piano annientata la sua carriera di scrittore. Diverse sue opere ebbero vicissitudini complesse: alcune furono pubblicate all’incirca quarant’anni dopo la stesura, altre addirittura senza l’autorizzazione dell’autore; i diari che Bulgakov era andato scrivendo nel corso di parecchi anni vennero sequestrati dalla OGPU, la polizia del regime e furono soppressi anche i drammi teatrali. Si delinearono così le premesse che indussero Bulgakov a scrivere due lettere al Governo dell’URSS.
In una prima lettera destinata a non ricevere risposta, lo scrittore provvide ad illustrare quanto la stampa dell’URSS e insieme ad essa tutte le organizzazioni alle quali era affidato il controllo del repertorio, per tutti gli anni della sua attività letteraria, avessero dimostrato come le sue opere non potessero esistere in URSS.
Consapevole, dunque, che fossero perite tutte le sue opere, non solo quelle passate, ma altresì quelle presenti come quelle future, Bulgakov sostenne che ormai tutto era per lui senza speranza, anche perché “l’impossibilità di scrivere equivale ad essere sepolto vivo”.
È incredibile come un uomo possa trascorrere tutta la vita nella sofferenza emotiva, più che nel dolore fisico.
Un altro celeberrimo esempio in proposito è il filosofo e teologo francese Pietro Abelardo. Vissuto intorno al 1100, si legò sentimentalmente a Eloisa che divenne segretamente sua moglie, ma lo zio della giovane lo fece evirare ad opera di alcuni miserabili da lui assoldati. Dopo il dramma dell’evirazione, Abelardo si ritirò in un’abbazia e successivamente anche Eloisa prese il velo in un monastero.
Nota è la lettera di Abelardo in cui egli narrava lo stupore, il pianto e le grida dei suoi concittadini e dei suoi discepoli in seguito alla sua evirazione. Sottolineando che la sofferenza maggiore non era tanto quella fisica, quanto piuttosto quella provata nei confronti di coloro che penavano per lui e quella della sua personale vergogna. Il dolore per la vergogna era talmente più forte del dolore corporale che, proprio a causa della sua infelicità (dopo la sua evirazione, infatti, la notizia si diffuse ovunque e con una rapidità tale che non poteva più mostrarsi in pubblico senza essere vittima di insulti, maldicenze, dita puntate e quant’altro) decise di ritirarsi in un rifugio monastico per il resto della sua triste vita.
A questo punto andrebbero formulate le conclusioni. Decido di non riportarle perché questo testo non conclude. E non conclude perché ho deciso di invitare te, o lettore, a proporre la tua chiosa e le tue argomentazioni. Un pensiero, un'idea o qualsivoglia prospettiva sarà bene accolta e rispettata. Chiamiamo pure questo proposito: esperimento d'interazione!
mercoledì 20 maggio 2009
martedì 19 maggio 2009

Buone ragioni possono indurre a ritenere che il nuovo spot di un noto target di intimo femminile non sia passato inosservato a nessuno, forse neanche allo spettatore che tenta di sfuggire alla pubblicità lavando i denti o facendo altro. Sulle note della cover di una canzone dance di D’Agostino, rimbalzata dalle disco degli anni passati alla voce avvolgente ed elegante di Sagi Rei, lo schermo viene letteralmente perforato da una giovane modella, che può essere presentata come la perfezione estetica fatta donna, per i canoni della tv generalista. Il corpo sinuoso di Irina Shaykhlislamova ondeggia con estrema sensualità aderendo al timbro vocale della canzone. Tutto lascerebbe intendere che i fotogrammi dello spot potrebbero pubblicizzare anche un quartiere a luci rosse di una città dell’Europa del nord. Forse per scongiurare questa possibilità i pubblicitari si sono guardati bene dall’idea di adottare la versione discomusic della canzone. La versione melodica è un raffinato e sotteraneo indice dell’insieme dei pensieri che disorientano il telespettatore, indipendentemente dalle sue inclinazioni sessuali.
Sarebbe straordinario promuovere un nuovo video, per la Pubblicità Progresso, contro le omologazioni sociali e la depressione giovanile indotta dal folle inseguimento di modelli estetici impareggiabili. Si potrebbero conservare la colonna sonora, la scenografia, il gioco degli specchi e gli effetti scenici dello spot dell’intimo femminile. Basterebbe sostituire esclusivamente la modella senza nome con un’altra donna. Syusy Blady, per esempio, andrebbe benissimo. Si potrebbe conservare anche il testo: “Nasce una nuova forma di femminilità” che, così, inizierebbe ad avere un senso compiuto, un senso progressista.
giovedì 14 maggio 2009
È la sfida dei nostri malinconici giorni
Inizia a far caldo la pioggia evapora nel sudore
I muri delle città diventano un tappeto di volti da riciclare
La stanchezza mi induce a restare sveglio
Prolungare la veglia per rendere più dolce il crollo
Ho fame d’aria e di scenografie divergenti
Vivere nelle stazioni, nell’attesa del vagone opportuno
Ascolto sempre più spesso le stesse canzoni. Ho bisogno di inni.
Identificarmi in un frammento di realtà
Non vedo più la TV. Preferisco parlare con la mia gatta.
L’attesa dell’alba si sta consumando come l’LM che mi oscura
domenica 10 maggio 2009

di VINCENZO BRUSELLO
La ragione per cui valga la pena studiare la filosofia è molto significativa, soprattutto oggi, dal momento che il mondo si rende sempre più complesso e falliscono sempre più frequentemente anche le soluzioni più semplici di comprensione, per la loro fragilità. Il filosofo sa cogliere i problemi esistenziali dell’uomo. Rammarica il tentativo di affermare, senza timore, le cose del mondo trovandosi costantemente nella condizione didover sfondare faticosamente la porta del pregiudizio. La filosofia non vive in un mondo astratto o nell’alto dei cieli irraggiungibili. Anche il pensiero in apparenza più astratto e teoretico si occupa, in realtà, delle domande irrinunciabili della nostra vita. Per questo motivo, la filosofia non può essere affatto un’occupazione per pochi. Deve circolare nella città, tornando a frequentare le piazze, così come suggeriva qualche anno fa Paul Ricouer. In effetti la società attuale, troppo interessata ad avere la soluzione pronta per tutti i problemi e la risposta a tutte le domande, è dominata da un eccessivo pragmatismo, che esclude o limita fortemente l'attività speculativa. In questo contesto socio-culturale, la filosofia viene spesso tascurata, proprio perché solleva questioni e si nutre in maniera a volte inquietante di un dubbio costante e metodico. Questa “forma mentis” sembra piuttosto difficile da modificare, qualora non si affermasse un notevole cambiamento culturale; ecco perché bisognerebbe restituire, agli occhi della gente, una “dignità pratica” alla filosofia (Nell'undicesima tesi su Feuerbach, 1845, Marx scrive: "I filosofi hanno solo interpretato il mondo, in modi diversi; ora si tratta però di cambiarlo"). Da sempre i filosofi vengono chiamati a dare il loro contributo in diverse aree della vita pratica, dalla politica all’economia, dalla bioetica alle intelligenze artificiali. Non sempre, comunque, il contributo dei filosofi si è rivelato fecondo. Basti considerare il fallimento di Platone a Siracusa o, più in generale, i processi di conversione dell’ideale in ideologia. Allora perché tutta questa diffidenza? L'individuo non può fare a meno di filosofare, anche se non volesse. Aristotele afferma che la filosofia comincia con la “meraviglia” (thauma) intesa come passione subita, come stato d’animo sconvolto da eventi insoliti, una realtà prevaricatoria che provoca inquietudine. Si innescano, dunque, i meccanismi di un circolo vizioso in cui si viene sconvolti dalla meraviglia, di cui si estingue l’incendio con il suo controllo, questo per tutta la vita. Come ha sostenuto Wittgenstein, “Il problema della filosofia è la consapevolezza del disordine nei nostri concetti,e lo si può risolvere conferendo loro ordine”. Nel 1991, Jostein Gaarder, docente di filosofia nei licei, pubblicò in Norvegia, con uno stile limpido ed elegante, un romanzo sulla storia della filosofia, dal titolo Il mondo di Sofia, successo internazionale tradotto in 41 lingue. Protagonista del romanzo è una ragazzina come tante che scopre la filosofia attraverso le strane domande ricevute nella cassetta postale da uno sconosciuto filosofico. Lo scambio di riflessioni fra Sofia e il filosofo diviene lo spunto per rendere accessibile il sapere filosofico ad un pubblico sterminato di non soli giovanissimi. Il romanzo non è soltanto un avvincente giallo o una raccolta di avventurose storie nel tempo e nello spazio, o un esauriente manuale narrativo di filosofia, quanto piuttosto, più in generale, la più originale storia dell’uomo e del suo pensiero che sia mai stata scritta. Scrive Gaarder: “…per motivi diversi, la maggior parte delle persone è così presa dalle cose di tutti giorni che il pensare all’esistenza occupa l’ultimo posto (scivolano giù, giù nella pelliccia del coniglio, si sistemano ben bene e rimangono lì per tutta la vita). Per i bambini, il mondo, con tutto ciò che offre, è qualcosa di nuovo, di stupefacente. Non è così per gli adulti parte dei quali percepisce il mondo come un fatto ordinario”. Lo scrittore continua ancora accomunando magistralmente i filosofi ai bambini, la curiosità che affascina, che stimola, fa di queste due figure un’unica essenza; scrive, infatti: “I filosofi rappresentano una nobile eccezione. Un filosofo non è mai riuscito ad abituarsi del tutto al mondo che, per lui, continua ad essere assurdo, sì enigmatico e misterioso. I filosofi e i bambini hanno in comune questa importante capacità. Potremmo ben dire che un filosofo conserva la pelle delicata di un bambino per tutta la vita” .La filosofia non è inutile, è una disciplina altamente formativa; è sbagliato pensare che sia un passatempo ozioso per pochi eruditi, un gioco di parole incomprensibili. Una disciplina che ha il suo linguaggio specifico, così come la medicina e l’astronomia. L’insegnamento della filosofia non ha solo un valore storico-culturale e metodologico ma possiede anche una finalità di tipo esistenziale. Come scrisse, infatti, Nicola Abbagnano: “Filosofare significa per l’uomo, in primo luogo, affrontare ad occhi aperti il proprio destino e porsi chiaramente i problemi che risultano dal proprio rapporto con se stesso, con gli altri e col mondo […]. Alla filosofia l’uomo può e deve chiedere di comprendere un po’ meglio se stesso e agli uomini di intendersi un po’ meglio tra loro”. L’insegnamento della filosofia ha sopratutto lo scopo educativo di formare individui che siano all’altezza della società “complessa” e tecnico-scientifica dei giorni nostri, ovvero di una società pluralista e democratica di tipo postmoderno, che ospita al proprio interno una molteciplità irriducibile di linguaggi, di voci discordanti apparentemente incomprensibili come il mormorio di un mercato rionale. La filosofia si pone dunque come il dizionario che rende possibile la comunicazione tra le diverse tonalità individuali.
Esprimo apprezzamenti sinceri per l’iniziativa ed insieme manifesto la mia gioia perché sono qui a riflettere con voi. Devo partire dalla situazione attuale della filosofia.
La filosofia ha divorziato dalla cultura contemporanea, per scelta propria e per scelta della controparte. Per scelta propria perché la filosofia ha fondamenti dai quali non può derogare: quello più significante è la tendenza all’universalità dei concetti e dei principi. L’universalità dei concetti significa anche l’universalità della ragione, l’universalità delle metodologie di ricerca, l’universalità dei valori che si intendono perseguire e realizzare. La filosofia si fonda sulla certezza che non solo esistono i saperi universali ma che questi sono i saperi dai quali si origina ogni tipo di cultura e goni finalità della cultura. Per scelta della cultura contemporanea, perché questa ha ceduto ai particolarismi, ai soggettivismi, ai relativismi pensando di difendere in questo modo l’identità dell’individuo e la libertà dell’individuo.
La cultura contemporanea si propone così come un insieme di rivoli autonomi, senza origine unitaria e senza finalità unitarie, rivoli che quindi rifiutano una collocazione all’interno di quadri d’insieme e di composizioni logiche progressive. Ogni rivolo si propone come quello superiore, quello più importante, e questo non riguarda la diversità degli ambiti culturali ma anche le facce di uno stesso settore, come succede in alcune università ove ogni docente tende ad affermare la superiorità della propria disciplina e spesso la superiorità del proprio metodo di fare lezione o spesso di mettere i voti. E quindi ci si appiglia: è l’economia, la sanità, la politica, l’educazione, il turismo, lo sport, quale di questi rivoli è prioritorio di fronte agli altri?
Vi dico subito la mia idea, che è l’idea di tanti: la cultura o è filosofica o è semplicemente un rivolo; o sceglie di essere l’humus connettivo dei pensieri disciplinari, o seceglie di assumere il ruolo secondario qual è quello di una pianificazione politico, o economica o addirittura un progetto di potere. La filosofia ha proprie condizioni e non cede ai valori dei singoli settori che appartengono all’effimero e all’individuale.
La filosofia è nata come sapienza della relazione e della comunicazione, come ricerca di principi fondanti l’ordine oggettivo e cosmico, l’ordine storico, l’ordine della vita personale. La filosofia come amore della sapienza, di una sapienza indeterminata, non ha riscontri storici: l’interpretazione nasce una lettura errata, o almeno incompleta, di una espressione aristotelica.
Pensiamo per un attimo al cammino percorso dalla filosofia per almeno duemila anni: una ricerca di principi e condizioni aggreganti, ricerca affidata ai sensi, alla ragione, alla contemplazione e a tutti gli strumenti che qualificano l’uomo.
Per duemila anni l’invito di Apollo posto sul frontale del tempio di Delfi con le parole “conosci te stesso” ha indicato al ricercatore la via da percorrere per raggiungere la pienezza della propria umanità, ossia la propria divinità: in se stesso, nella profondità della propria intelligenza, c’è il luogo dell’origine unitaria, il luogo dell’universalità ove è chiaro il senso della vita, ove sono chiari i saperi essenziali ed oggettivi. La filosofia non è mai venuta meno alla ricerca dell’universalità passando attraverso le limitazioni proprie della mente umana.
Talete, Anassimente, Anassimandro, Pitagora, Anassagora, Parmenide, Eraclito, Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, i Padri della Chiesa Cristiana, Agostino, Tommaso, fino a Leonardo, Galilei, Cusano, Botero, Landino, appartengono ad una stessa schiera di testimoni della cultura dell’universalità. Dal ‘600 la ricerca subisce una profonda trasformazione: come se i pezzi di un mosaico si fossero staccati del tutto per percorrere itinerari autonomi ed isolati. L’Europa vive una storia di grandi trasformazioni: le sviluppo delle autonomie nazionali, la conquista e l’incivilimento “occidentale” dei popoli dell’America, la perdita dell’unità religiosa in Europa per via della Riforma protestante, la rovinosa Guerra dei Trent’anni durante i quali c’è la nascita e la propagazione di malattie da contagio; ebbene tutti questi eventi causano spinte centrifughe e disintegranti che coinvolgono e sconvolgono la struttura del pensiero e naturalmente la filosofia. A tutto questo si unisce l’ipotesi assurda da parte di uomini della nascente scienza tecnologica, di costruire rapporti logici nuovi attraverso la separazione più o meno totale dei settori disciplinari.
La filosofia di Cartesio, indicata come la nascita della filosofia moderna, sembra dare stimolazioni appropriate alla creazione di un soggettivismo fuori dalle regole tradizionali, per cui l’evidenza si presenta come qualità del soggetto e non come qualità propria della realtà oggettiva. In più pagine trova spazio anche l’ipotesi della scomparsa della filosofia e le sue leggi di unificazione presentata con la veste di una nuova filosofia, idonea a difendere alcuni settori della vita, alcuni settori della ragione, alcuni settori comunicativi.
È un’aspra battaglia che comunque si combatte. Voglio ricordare i filosofi difensori della unitarietà, quella autentica, quella che ha caratterizzato e dato l’impronta a più di duemila anni di storia occidentale: Spinoza, Leibniz, Barkeley, Kant, Schelling, Hegel, Husserl, Bergson, Maritain fino al grande Giovanni Paolo II.
Viviamo adesso la dicotomi fra il pensiero dell’universalità aggregante, proprio della filosofia autentica, e il pensiero delle individualità settoriali, proprio delle scienza particolari: dicotomia alimentata dai mali del nostro secolo ossia l’uso eccessivo di tecnologie e il consumo sfrenato della nostra intelligenza e del nostro tempo.
È il momento di chiederci: la cultura oggi ha bisogno di trovare origini e finalità aggreganti? Ha bisogno delle peculiarità della filosofia autentica? I problemi dell’umanità contemporanea sono universali o possono essere risolti attraverso le logiche particolari? Il problema dell’accesso all’acqua potabile e quello della terra, dell’inquinamento e delle migrazioni, dell’intercultura, ma anche il problema dell’educazione delle giovani generazioni, il problema della distribuzione della ricchezza, il problema della povertà, sono problemi economici, politici, matematici o sono problemi da affrontare attraverso la logica dell’universalità?
La filosofia, con i suoi principi oggettivi e la sua tensione verso orizzonti illimitati, si pone come l’unica scienza della salvezza dell’uomo; è in grado di raggiungere la quotidianità di ciascuno ed è l’unica a fornire gli strumenti per superare angolazioni particolaristiche o settoriali.
Chi sono i nemici della filosofia? Non certo chi non studia la filosofia ma chi è contrario alla soluzione dialogata dei problemi, chi è contrario all’insieme, chi non accetta il bene comune, che è oggettiva ed universale.
Questa è la conclusione del mio breve intervente: il ritorno della filosofia, con il suo respiro dell’essenzialità e dell’oggettività, è il rimedio a tanti problematiche che i tavoli politici non riusciranno mai a risolvere, e nello stesso tempo è fondamento certo di progresso nella giustizia e nella pace.
Come fare perché la filosofia raggiunga le scrivanie dei maneger, le cattedre dei docenti, i computer degli economisti? La risposta non deve essere banale: occorre cominciare da qualcuno e da qualcosa. Secondo il mio punto di vista, quello di un docente in pensione, occorre cominciare dai docenti, da tutti i docenti, dalla materna alle università. Tutti devono essere in possesso di cultura filosofica e di tensione filosofica.
Ogni lettura all’interno dei propri cammini disciplinari può e deve essere carica di potenziale relazionale e di aggregazione. Se ai docenti si uniscono poi i genitori che con la scuola hanno e mantengono rapporti di collaborazione, allora diventano accessibili anche traguardi di grande spessore sociale e culturale. Provo solo ad immaginare che cosa succede se ai docenti e ai genitori si uniscono anche le istituzioni, a cominciare da quelle più piccole. Una riflessione ancora a conclusione di questa mia comunicazione: la cultura è stata una volta filosofica, oggi in massima parte non lo è ma se rimane quella che è, anche per nostra disattenzione o per nostra scelta, deve rinunciare anche a chiamarsi cultura.
L'INTERVENTO DI FRANCESCO GIAMPIETRI
Tentare di legittimare l’attualità della filosofia nell’età di Facebook, della riduzione degli scambi intersoggettivi a frasi monche e virtuali, delle carte di credito e dell’AIDS, è un’impresa disperata. Ogni aspetto della società contemporanea sembra mettere inesorabilmente in discussione l’utilità della filosofia, il senso concreto di biblioteche infinite di volumi prestigiosi e vani. Ciò risulta ancora più evidente se prendessimo in considerazione le condizioni del filosofare poste da Descartes: la mancanza di distrazioni, la tranquillità indotta dall’assenza di ogni preoccupazione, la liberazione dalle passioni e l’occupazione di una stanza riscaldata da una stufa.
I filosofi sono stati oggetto di caricature ridicole. Talete cade in un pozzo mentre scruta il firmamento celeste scatenando l’ilarità di due giovani serve. Aristofane ne Le Nuvole rappresenta Socrate appeso in un cesto, elevato in alto, per studiare le stelle o impegnato ad insegnare ai fanciulli l’arte del bastonare i genitori. Luciano di Samosata (II secolo d. C.) presenta tutti i filosofi dell’antichità classica messi all’asta, venduti al miglior acquirente (in relazione alla possibilità di sfruttamento delle loro idee per fini pratici) come se fossero schiavi o prostitute. La risata di derisione della filosofia esorcizza l’inquietudine che il filosofo tenta di dissipare. Il filosofo è ridicolo perché pone mille domande offrendo come risposte ulteriori domande. Le poche risposte affermative sono inquietanti o incomprensibili. Il filosofo è ridicolo perché osa dubitare della validità del senso comune e di tradizioni venerate da gente per bene, perché si esprime in un linguaggio incomprensibile, talvolta soffre di egocentrismo e non è quasi mai dello stesso parere di altri filosofi.
Si tratta di osservazioni soltanto in parte iperboliche e caricaturali. Tentiamo, in ogni modo, di attenuarne la valenza decostruttiva.
La filosofia ha risvolti pratici, dal momento che può essere intesa come un piano inclinato nella prospettiva della sophia. Non è un inventario di opinioni prestigiose. È l’opposto sia della notizia che dell’erudizione (Josè Ortega y Gasset). Nonostante la filosofia sia uno studio, pensando filosoficamente non mi limito ad esprimermi per citazioni divenendo la cassa di risonanza di pensieri altrui.
La filosofia non coincide con l’insieme delle informazioni, composizioni contingenti di notizie. È lo strumento di spiegazione dell’informazione che viene interpretata nel contesto della rete di dati in cui è inserita. La progettualità filosofica è, inoltre, la condizione della tecnica, dello sfruttamento utilitario degli strumenti.
La conoscenza filosofica struttura una gerarchia di significati (in una società non gerarchica) con cui comprendere il mondo ed elabora principi generali di comprensione cui ricondurre i casi particolari. Rende possibile il conseguimento di una saggezza etologica, ovvero lo sviluppo di comportamenti ispirati dalla ragione. Uno dei compiti della ragione è senza dubbio quello di tentare di favorire gli incontri convenienti, capaci di incrementare la mia virtus, il mio grado di potenza. È buono ciò che si compone con il mio rapporto caratteristico, è cattivo ciò che decompone il mio rapporto caratteristico avvelenandomi, contagiandomi (Baruch Spinoza).
La filosofia non riconosce un sistema concettuale chiuso, dal momento che ha la caratteristica di essere una disciplina come tante, aperta al confronto e ad integrazioni, e di pretendere, al contempo, di porsi come la scientia scientiarum, che nelle sue determinazioni le avvolge tutte. Non si può fare filosofia se non si è in possesso di una preparazione che attraversi trasversalmente tutte le altre discipline; altrimenti si sarebbe al cospetto di uno sciamano, di un ciarlatano negromante o di un venditore di corpi astrali. La filosofia è un metodo, una via da seguire. In questo senso non si può insegnare la filosofia, quanto piuttosto l’attitudine a filosofare (Kant).
La filosofia è una strategia di difesa contro la santificazione di verità assolute e preconcette. Una verità assoluta non può essere scoperta, dal momento che non può costituire un punto di vista ed esclude la particolarità della condizioni da cui prende le mosse la ricerca (Santayana). Ricondurre causalmente ogni evento a Dio non è fare filosofia (Pierre Bayle). La filosofia è perplessa per statuto costitutivo. Vive di dubbi. Fa della diffidenza e della critica le sue ragioni di vita.
La filosofia distingue idee (espressione di verità di ragione) dalle credenze. Ha il compito di mettere in discussione e, qualora fosse necessario, di demolire le credenze per sostituirle con i concetti intellettuali. La ricerca filosofica deriva dell’inquietudine, dalla consapevolezza angosciante che le acquisizioni del senso comune (indispensabili per la gestione della vita quotidiana) non spieghino quasi nulla.
La filosofia è pubblica e sociale. La ragione è pubblica, nel senso che un potere che privi l’individuo di comunicare pubblicamente i propri pensieri lo spoglia della libertà di pensare. Io posso comprendere se i miei pensieri siano o meno corretti, solo in quanto li comunico ad altri. La ragione è fallibile e il suo funzionamento presuppone un uso pubblico. Negare la necessità di comunicare liberamente i pensieri equivale ad estirpare la possibilità stessa di pensiero (Kant). Non può esistere un linguaggio privato. Il mondo è un impalcatura di simboli condivisi (Wittgenstein). Nessuno può essere escluso dal dialogo. Bisogna abbattere quello che Popper ha chiamato il mito della cornice, secondo il quale non è possibile una discussione feconda nel caso in cui gli interlocutori non condividano una cornice di assunzioni comuni, il riferimento al medesimo vocabolario concettuale. Il sapere progredisce mediante il disaccordo fra cornici differenti. Non è vero che contra impugnantes principia non est disputandum, dal momento che se così fosse affermeremmo una dimostrazione legittimante che premette il dogmatismo fanatico, regressi all’infinito e la dottrina relativistica delle cornici inconfrontabili. Il dibattito seleziona le idee. L’interlocutore che non sia in grado di argomentare le proprie ragioni ha disperatamente bisogno di un padrone che gli dia ordini. È un punto indistinto della massa asservita ai voleri di un clan di potere. La filosofia ha il compito di costruire ponti dialettici fra i sostenitori di tesi che si annullano a vicenda. Il primo prerequisito della comunicazione è quello di comprendere colui da cui vorremmo essere compresi. Per conoscere me stesso devo essere riconosciuto. L’io coincide con il suo riconoscimento sociale. L’individuo ha una tendenza innata a farsi conoscere ed approvare (William James).
L’introspezione filosofica può essere assunta anche come un piano di intervento per lenire il malessere dei giovani. I giovani stanno male, dal momento che, per dirla con Nietzsche, un ospite inquietante, il nichilismo è penetrato nei loro sentimenti, annullando orizzonti di senso e prospettive progettuali, inaridendo il cuore e i suoi legami e rendendolo recettivo verso l’acquisizione dei modelli mediatici e l’assunzione di effimere scorciatoie per denunciare il vischioso male (Tondelli) che li logora, quali il bullismo, la seduzione delle droghe, il gesto omicida o suicida, le follie del cavalcavia, la venerazione del dio Denaro, delle apparenze virtuali. I pensieri sono confusi, i sogni collettivi di trasformazione del mondo sono estinti, si affermano le passioni tristi (Spinoza) che condannano l’individuo all’impotenza, alla paralisi. Soltanto il mercato sembra interessarsi ai giovani dalle passioni tristi, per affermare la logica del divertimento obbligato e del consumo. È la vita stessa, in realtà, a consumarsi. Il nichilismo deve essere inteso come una sfida per la filosofia. La psicanalisi fallisce al cospetto di un disagio che ha una radice culturale più che psicologica. Non ha senso imbottirsi di pasticche per stare meglio. Bisogna riconquistare una comprensione greca della felicità come eudaimonia, valorizzazione del daimon, delle proprie inclinazioni, scoperta del proprio talento, logica di un’autostima misurata. Soltanto un ragazzo che sia innamorato di sé è autenticamente felice e può, indifferente alle contaminazioni della noia, conquistare il mondo. L’arte o il mestiere di vivere consiste nello scoprire le proprie capacità e nel farle evolvere secondo misura. È in tal senso che l’individuo è entusiasta ed autore della propria sceneggiatura esistenziale, non affidata alla casualità delle circostanze. Per vivere non è necessario filosofare. Per meglio dire, per sopravvivere non è necessario filosofare. Prima sopravvivere, poi filosofare, potremmo dire. Vivere bene, però, presuppone esercizi filosofici.
Non esiste una filosofia, ma le filosofie. Non esiste un senso del mondo, ma i sensi del mondo, tanti quanti sono gli sguardi delle soggettività, le prospettive scenografiche di comprensione del mondo. Se il mondo avesse un solo significato intrinseco, non sarebbe stato oggetto dal VII secolo a. C. di una varietà di significati eterogenei.
La filosofia non promette nulla, né la salvezza eterna né la resurrezione di anime o corpi, né la trasmigrazione dell’anima da un corpo all’altro. La filosofia può garantire soltanto l’esplorazione e la sperimentazione dei significati. È la prassi delle libertà dell’individualità sciolta dai messaggi trasmessi dalla TV, dal cinema, dalle virtualità telematiche che, altrimenti, sarebbero assorbiti passivamente in ogni attimo dall’interiorità. Pensando filosoficamente, agisco e non subisco i processi di omologazione veicolati da ambigui strumenti di asservimento delle coscienze.
Non siamo nella condizione, purtroppo, di pubblicare i contenuti sviluppati da Ciro Greco nel corso del suo interessantissimo intervento.

