La vita è esperienza, cioè improvvisazione, utilizzazione delle occasioni; la vita è tentativo in tutti i sensi. Donde il fatto, a un tempo imponente e assai spesso misconosciuto, delle mostruosità che la vita ammetteGeorges Canguilhem
venerdì 26 ottobre 2012
sabato 20 ottobre 2012
sabato 22 settembre 2012
venerdì 14 settembre 2012

“Il mio segreto è una memoria che agisce a volte per terribilità. Isolata, immobile, sul punto di scattare, sto al centro di correnti vorticose che girano a spirali in questa stanza dove i miei cento orologi sgranano battiti diversi in diversi timbri. Se alzo il capo le vedo fiammeggiare, e ad ogni tocco di fuoco corrisponde un’immagine. Sempre sono trascinata fuori di me dalla tempesta di vivere. Che cosa è il tempo, e perché deve considerarsi passato? Fino a quando viviamo esiste un solo tempo, il presente. Una forza struggente mi prende alle viscere: costruttiva o devastatrice non mi è dato sapere; è senza regola, almeno apparente”.
Maria Bellonci è la signora che ha elaborato ‘Rinascimento privato’, romanzo in cui si narra la vicenda di Isabella d’Este Gonzaga, marchesana di Mantova. Maria Bellonci è anche colei che insieme a suo marito Goffredo ha ideato, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, quel riconoscimento letterario che s’esprime nel famoso premio Strega. Casa Bellonci era il ‘covo’ di letterati, intellettuali, scrittori: i cosiddetti ‘Amici della domenica’ (dal giorno prescelto per le loro riunioni). Proprio da questo sodalizio nasce l’idea di contribuire, attraverso un premio, alla diffusione della narrativa italiana. Nel 1947 si tiene la prima edizione del premio Strega, dal liquore prodotto dalla famiglia di un giovane industriale, Guido Alberti, che per spirito mecenatesco e amore per la cultura si è unito al gruppo. Non pensiate che il premio riconosciuto a Maria nel 1986 sia una ovvia vittoria dovuta al ruolo avuto in ordine all’esistenza del premio suddetto. Maria muore nel maggio del 1986 alla vigilia della presentazione del quarantesimo premio Strega, a cui con sofferta decisione ha accettato di concorrere incoraggiata dal sostegno di amici ed intenditori. Ma Maria è davvero una signora del bello scrivere, una superba scrittrice e una instancabile studiosa. Donna d’intelligenza pura e verace, immersa completamente nei libri che ha saputo giovarsi, nei primi anni di matrimonio con Goffredo, di quell’apprendimento libero e personale ispirato all’educazione alla bellezza, all’arte e alla letteratura che il marito seppe impartirle attraverso la lettura dei classici e delle visite a chiese e musei di Roma.
A questo punto vi state chiedendo chi è Alessandro. Alessandro Piperno è lo scrittore romano che quest’anno ha vinto il premo Strega. Ma avrei potuto citare Baricco, Ammaniti, Mazzantini, tutti scrittori contemporanei che propongo uno stile moderno e lontano anni luce da quello profondo, articolato e strutturalmente complesso della Bellonci. Ma questa non vuole essere una critica. Gli scrittori sono cambiati perché forse sono cambiati i lettori. Dicevo più su che ‘Rinascimento privato’ è stato il mio compagno durante la settimana di vacanza al mare. Grave errore! Perché il capolavoro di Maria avrebbe richiesto un contesto ambientale completamente diverso! Ovvero, una poltroncina accanto alla finestra, un taccuino di appunti (che comunque non m’è mancato, essendo il fratello siamese di ogni libro di turno), silenzio, animo teso alla lettura e libri storici da consultare. Bé, so cosa state pensando, che se bisogna attrezzarsi a questo modo per rilassarsi con un libro allora è meglio lasciar perdere. Ma così ragionate alla istessa maniera di quella persona che recensendo il libro in questione avvertiva la necessità di sottolineare quanto fosse pesante andare a ricercare sul dizionario termini sconosciuti e parole inusitate. Invece io credo che sia anche questo il bello della lettura! Esplorare concetti e pensieri imparando a conoscere anche parole nuove e diverse da quelle che si spendono a vuoto sui giornali o nella televisione. Con la crisi che c’è oggi della lingua italiana! Non sarebbe ideale cercare d’esprimersi in un italiano più forbito e meno squallido? Non ho alcuna intenzione di sminuire i recenti romanzi a cui è stato attribuito il riconoscimento letterario ‘stregato’, tra l’altro ho apprezzato oltremisura il buon Pennacchi col suo ‘Canale Mussolini’ di qualche anno fa, anzi, guai a chi reclama! Posso riuscire a comprendere questo salto di stile, salto nel vero senso del termine, ovvero, salto in lungo tanto da superare lo stile perfetto della scrittura soltanto richiamando alla memoria ciò che è accaduto nel Duecento. Sì, sì, chiarisco.
Come sapete l’uso del volgare, nella letteratura, nacque nel corso del Duecento e fu indice di cambiamento profondo nella struttura sociale italiana, ma rivelò e condizionò un rapporto nuovo fra scrittori e lettori, e segnò e provocò la formazione di un pubblico nuovo. Chi scriveva in volgare rinunciava, per questo fatto, ai suoi lettori transalpini, e non parlava più che ai soli Italiani, i soli in grado di intenderlo, tanto che Dante nella sua gioventù potè scrivere, con ingenuità giovanile, che i primi a poetare di amore in volgare lo avevano fatto perché altri mentile donne, che ormai non conoscevano più il latino, non lo avrebbero inteso (“Vita nuova”, XXV). Chi dunque, scriveva in volgare da una parte restringeva il suo pubblico, ma, da un’altra parte, lo allargava, potendo essere compreso da tutti gli Italiani, anche da quelli – e ormai erano i più – che intendevano solo il volgare. Ma appunto per questo, per questo rivolgersi ad un pubblico italiano e non più supernazionale, la nuova letteratura assumeva un carattere nazionale e si faceva interprete delle esigenze, degli interessi, dei sentimenti dei soli Italiani, sicché può essere detta Italiana (G.Petronio – L’attività letteraria in Italia).
È per questo dunque che il libro di Piperno l’ho letto in tre giorni e quello di Maria Bellonci in quattro settimane! È dunque cambiato il pubblico di lettori se oggi si propone una scrittura più veloce che corrisponda anche ad una lettura più rapida. Va bene così purché si legga, però, miei cari, non tralasciate di dare spazio anche a letture un po’ più impegnate, più corpose, più superbe che possano migliorare i contorni del pensiero e delle facoltà intellettive. Leggete ‘Rinascimento privato’, non lasciatelo marcire nello scaffale dimenticato di una libreria! Neghereste a voi stessi l’incanto di una storia mai raccontata prima con tanta raffinatezza e capacità d’espressione.
Bene, e adesso, dopo Maria mi attende un’altra signora dallo stile inconfondibilmente elegante: Anna Banti. Se avete letto ‘Noi credevamo’ dovete assolutamente leggere ‘Artemisia’. Ah, già e come fate… ‘Artemisia’ non è più in ristampa dagli anni ’70… Dovete sapere che ho provato a contattare via e-mail la casa editrice Mondadori, provando a sottoporle la possibilità di ristampare questo libro che io sono riuscita a trovare su e-bay in una edizione tascabile del 1974. Cos’ha risposto la segreteria letteraria della Mondadori? Attraverso un messaggio preordinato m’ha scritto che se saranno interessati mi contatteranno. (!!!) Se saranno interessati mi contatteranno? Ma non devono dare alle stampe un mio libro!! Che il diavolo se la porti! Sono davvero consapevoli ed esperti coloro che dovrebbero avere una visione totale della letteratura italiana! Vergogna indicibile non provvedere alla ristampa di opere così valide come quelle di Anna Banti. Ne trarrebbe giovamento quell’ampia fetta di pubblico di lettori appassionati e volendo anche la scuola, perché alcuni libri dovrebbero entrare a far parte del programma didattico nel settore della narrativa da proporre agli studenti. Ma tant’è.
E voi, miei cari, leggete, leggete sempre senza stancarvi mai!
Ho nell’orecchio una conversazione
di qualche anno fa […]
[…] era da presumere che avesse pensieri
tutti propri nascosti in una nicchia
o in un rifugio dai quali prendeva coraggio;
perché solo una sosta nel luogo interiore
che appartiene al nostro regno inviolato
ha il potere di restaurarci.
(M. Bellonci, Rinascimento privato)
mercoledì 8 agosto 2012
L’altro giorno un carabiniere mi intima lo stop con un vigoroso sventolìo della paletta. Indossavo regolarmente la cintura, tutto era perfettamente in regola. “Patente e libretto, prego!”. Estraggo dal portafoglio la patente e gliela consegno. Non mi dà il tempo di prendere il libretto. Mi dice: “Ma tu sei il figlio di ..?”. Chiama in causa mio padre, comandante dei vigili urbani. Non rispondo, lo fisso con rassegnazione. “Puoi andare…, vai, vai”. E io, immedesimandomi nella scena filmica che propongo di seguito, tratta da Auguri professore, rispondo: “Non le interessa più il libretto? Attenda un attimo, lo prendo…”.
sabato 4 agosto 2012
Vivere e viaggiare. Attraversare lande deserte, folle confuse, sere anodine. La pace in sé, il caos all’esterno. Il patologico è più interessante del normale. Le ripetizioni stancano. Viaggiare per scoprire nuove Americhe. Le vele nere del ritorno. Vivere e dimenticare.
giovedì 2 agosto 2012

lunedì 30 luglio 2012
Il mostro al di là del mare, dirimpettaio pestifero, non può essere abbattuto. Inietta in corpi rassegnati tarli indomabili, che dissanguano le aspettative. Ma mantiene ventimila cucine. Uccide e al tempo stesso è ragione di sopravvivenza. Si presenta, fra le sirene della notte e gli ululati delle corsie, come il più riuscito monumento alle miserie dei nostri giorni. Nubi rosse strozzano i cuori e si posano nella penombra delle sacrestie.lunedì 23 luglio 2012
L’anniversario della strage di Utoya è stato macchiato dal dispiegamento pubblico dell’odio corvino coltivato a lungo da tal James Holmes, ventiquattrenne disadattato e misantropo. Se Breivik era animato dal livore manicheo proprio dei fanatici, armato dai deliri omicidi dell’ideologia nazista, il ragazzo di Denver confondeva videogame e realtà, finzione cinematografica e quotidianità. Commemoro le vittime sacrificali della loro vacuità esistenziale, proponendo il momento culminante di una manifestazione tenutasi nella scorsa primavera ad Oslo: quarantamila cittadini hanno intonato, seguendo Lillebjørn Nielsen, cantore di pace e uguaglianza, la canzone più detestata dal nazi-killer. Il gesto può valere anche per l’alienato americano. Bisogna reagire contro l’esibizione dell’intolleranza violenta, riaffermando, con convinzione ma pacificamente, i princìpi minacciati dagli assassini.
domenica 8 luglio 2012
Il cielo capovolto Quel che ho visto o sentito negli ultimi giorni mi fa sorgere il sospetto di essere un marziano catapultato in una galassia aliena. In primo luogo, pensando a un piccolo arrampicatore sociale, che ha a lungo beneficiato della mia disponibilità, sono quasi sospinto a credere che il soccorso disinteressato sia un atto dovuto. Già, un insieme di gesti da tributare a personalità confuse che si ricordano di un’esistenza soltanto allorché hanno un bisogno da soddisfare, e per le quali si può anche marcire in una cunetta, fra licheni e salici selvatici, tanto il mondo va comunque avanti. Rievocando uno dei racconti più crudi di Hugo, mi viene da definirli comprachicos, gente così priva di scrupoli che, pur di trarre un tornaconto, è disposta anche a “lavorare l’uomo come i Cinesi l’albero”. Adieu comprachicos!In secondo luogo, ho notato che la stampa locale ha elogiato con enfasi da rotocalco le capacità organizzative di alcune associazioni giovanili che sono riuscite ad allestire una manifestazione, spacciata per notte bianca (!), che ha fatto convergere una massa ingente di persone nel corso principale della città. Notizia superficiale, dovuta a una considerazione istintiva o distratta dello stato effettivo delle cose. Quali sono i meriti dei sodalizi tanto celebrati? Sono fittizi, virtuali, privi di una sede e di regolamenti ufficiali. Sul fondo della loro ambiguità istitutiva, svolgono apparentemente funzioni di volontariato. In realtà si tratta di conventicole di disoccupati che traggono vantaggi della gratitudine dei mercanti del corso, che, nascosti dallo scudo benemerito ma falsario del no profit, incrementano gli interessi per la moltiplicazione prodigiosa degli avventori, e al tempo stesso sono esenti dal vincolo dell’occupazione di suolo pubblico. La consueta confusione fra pubblico e privato, sigillo mortifero del berlusconismo più pornocratico, che – ahimé – ancora persiste. Come se non bastasse, gli organizzatori hanno tradito le tradizioni locali, inscenando riti e mitologie salentine come se fossero tracce di un passato immaginario, e hanno conferito alla città un’anima contadina e cafonesca che non ha riscontri nella storia. Al limite potrebbe essere un triste presagio del domani.
venerdì 6 luglio 2012

a putrefazioni crepuscolari,
che sfumano nel sonno.
mercoledì 9 maggio 2012
Avrei tante cose da scrivere, ma non mi va, potrei rivelarmi più spigoloso del solito. Potrei tentare di abbozzare un'analisi sociologica sulle fortune del movimento di Grillo, spiegando le ragioni per le quali sarebbe un errore tentare di ridimensionarlo mediante l'attacco frontale, argomentando che bisognerebbe piuttosto adottare nei suoi confronti la stessa strategia con la quale la DC dissolse l'Uomo Qualunque di Giannini. Ma non mi va. Avrei voluto scrivere qualcosa su uno degli eventi delle ultime settimane che mi colpito di più, vale a dire la straordinaria manifestazione contro lo squinternato esecutore della strage di Utoya: migliaia di persone che intonano all'unisono la canzone che più detestava:bellissimo. Ma non mi andava. Meglio una canzone...
lunedì 23 aprile 2012
sabato 31 marzo 2012

giovedì 15 marzo 2012
Non sono così malconcio da ridurmi a sfruttare questo spazio «pubblico», aperto alla condivisione delle idee, per fare un po’ di autopromozione di terza fascia. Del resto, ho sempre guardato con sospetto gli spiriti più istrionici, ovvero quanti sanno vendersi con maestria. Tuttavia, chi mi conosce sa che coltivo nella quotidianità una morale piuttosto semplice, ispirata a princìpi di reciprocità solidale non immuni da scrupolosità. Tuttavia, così procedendo, non rivendicando nella durezza di legittime opposizioni, ragioni abusate, molestate, stuprate, calpestate, logorate, mortificate, morirei, sopraffatto dalla violenza del mondo. Al diavolo gli scrupoli, retaggio dell’etica della consolozione, logica della rassegnazione, codice del gregge!
mercoledì 7 marzo 2012

Enzino Ottaviano, pater patriae
giovedì 1 marzo 2012
lunedì 20 febbraio 2012

Sono in viaggio, per tornare dopo quattro mesi, sempre per ragioni filosofiche, in Emilia. Attraverserò di nuovo Modena, spingendomi sulla via Emilia fino a Reggio. L’occasione del ritorno è oltremodo stimolante: nel corso del XXI Convegno Nazionale dei dottorandi in Filosofia presenterò (per essere preciso, giovedì mattina) una relazione sull’interesse di Leibniz per la medicina (La cura del mondo). Si tratta di un interessante banco di prova, dato che mi viene offerta la prima opportunità per esporre, al cospetto di un pubblico qualificato, le intuizioni che stanno facendo lievitare la tesi di dottorato.
sabato 11 febbraio 2012
Per Lisbona. Perché nel titolo rivive Lisbona e dunque Pessoa. Pessoa in realtà viene citato non molto spesso, due sole volte: una nel racconto, l’altra sul frontespizio del libro. Rua dos Douradores. E se Bernardo Soares avesse deciso così, all’improvviso, di cambiare vita, di lasciare il suo lavoro e il suo ufficio e saltare sul primo treno in partenza alla stazione? Ecco, allora non avremmo avuto il Libro dell’Inquietudine. Dilaga il respiro del poeta portoghese e gonfia le pagine di quest’altro libro di cui vi scrivo e in cui si narra la storia di un professore svizzero di lingue morte – latino, greco, ebraico – che una mattina, mentre percorre la strada che lo separa dal suo liceo, s’imbatte in una donna che, a giudizio di Raimond Gregorius, pare voglia gettarsi da un ponte. Il professore scoprirà che la giovane donna è portoghese. Português. “La o, che lei sorprendentemente aveva pronunciato come una u, la sonorità stranamente soffocata e in crescendo della ê e la sc strascicata e morbida si fusero per lui in una melodia che echeggiò più a lungo di quanto non fosse accaduto in realtà, e che avrebbe amato poter ascoltare tutto il giorno”.
Ho tentato così di recensire un libro, a parer mio un buon libro, che ha nel titolo il gusto del viaggio verso luoghi sconosciuti della terra e verso altrettanti luoghi che non si finisce mai di esplorare, come quelli della propria anima. Si può essere sicuramente migliori di ciò si appare. Basta scoprirlo e rivelarlo.
Di Pascal Mercier (pseudonimo di Peter Bieri, docente di filosofia della Freie Universität di Berlino). Perché uno pseudonimo? Perché nel suo ambiente non si può attribuire credibilità ad uno che decide di scrivere romanzi. E allora s’inventa, riconoscendosi, un altro se stesso. Tutto qua!
Dare buoni consigli significa mancare di rispetto alla facoltà
di sbagliare che Dio ha dato a tutti noi. E poi le azioni altrui
devono avere il vantaggio di non essere uguali alle nostre.
È comprensibile solo chiedere consigli agli altri:
affinché possiamo sapere, agendo in modo opposto, chi siamo
esattamente noi, assolutamente in disaccordo con l’Alterità.
(Livro do Desassossego)
domenica 13 novembre 2011
sabato 12 novembre 2011

venerdì 28 ottobre 2011

giovedì 6 ottobre 2011

Sono affezionato a Cassino, la considero la mia seconda città. Per questa ragione, sono felice di aver offerto il mio contributo per organizzarvi, dopo tre anni, un secondo convegno leibniziano. Proprio a Cassino, dove i corsi universitari di Filosofia sono stati falcidiati dal ministro Gelmini. Ho sempre trovato un gusto particolare nell’andare à rebours: cosa può esserci di più significativo e di più libertario del riportare un po’ di luce laddove i barbari hanno fatto calare le tenebre? Proprio a Cassino, dove ho studiato per cinque anni. A Cassino dove pochi giorni fa si è spento un amico. La cancellazione di un nome dalla rubrica è un gesto drammatico, poiché è indotto da una tensione inderogabile, definitiva, finale, che coincide con la consapevolezza di un contatto troncato dal caso. A Cassino, che inizia ad essere sfumata dalla nebbia, sopravvivevano vaghe idee di socialismo, prime delle lezioni, dopo gli esami, fra un caffè e uno sbadiglio. Addio Antonio, riposa in pace.
giovedì 15 settembre 2011
Benché continui a far vistosamente caldo, vorrei salutare l’estate. Lo faccio magari per propiziare l’arrivo dei primi temporali, perché vorrei vedere ovunque cimiteri di foglie. Fra le funzioni che dovrebbero legittimare l’esistenza di un blog rientra la promozione di idee alternative ai dettami dell’opinione pubblica cara al regime democratico e alle potenti consorterie faziose che vorrebbero condizionarli, ma anche di «chicche» artistiche note a pochissimi cultori, gioielli abbandonati in nicchie dimenticate. Così, mi è tornata in mente una ballata struggente, capace di distillare malinconia nella sospensione del tempo, qual è Il tuffatore (1982), il capolavoro di Flavio Giurato, fratello del più noto Luca, carnevalesco personaggio della TV generalista, che ha riconosciuto nello stupro linguistico il copione del suo successo ventennale. Flavio ha creato poesia per pochissimi estimatori, mentre Luca ha fatto giornalismo di quinta fascia per le masse incolte. Ovviamente Flavio è sconosciuto ai più. Se Flavio non avesse subito il fardello della popolarità di un fratello tanto ingombrante e sgrammaticato, sarebbe (forse) diventato un interessantissimo artefice della canzone italiana d’autore di più alto spessore. Saluto l’estate 2011, sognando di essere un tuffatore…
lunedì 12 settembre 2011

Non è che volessi proprio starlo a sentire. Ma mi osservava, mi scrutava. Lui a me! Mostrando indifferenza continuavo a cercare tra gli scaffali e mentre frugavo tra mille titoli mi pareva dicesse: “Sì, sì. Cerca, cerca. Ti dico che non troverai nulla e dovrai riabbassare lo sguardo verso di me. T’ho vista che mi guardavi!”. E bè, sì. Lo guardavo, ma chissà perché, m’ero messa in testa che non dovessi interessarmene. Ho cambiato scaffale e sebbene non riuscissi più a vederlo, era come se ci fosse un’energia strana che mi attirava verso di lui. Avete presente l’energia della calamita? Comunque, continuavo a inventariare titoli senza trovarne uno che mi andasse a genio e mentre spulciavo tra le varie copertine chi va a pararmisi davanti ? pensavo d’averlo debellato e invece m’è capitato davanti il fantasma di Simone Simonini e allora ho svicolato alla chetichella senza farmi vedere! Viaaa! Chi è Simone Simonini? Oh, bè. Sarebbe una storia troppo lunga da raccontare ed io non voglio proprio raccontarvela. Sappiate soltanto che se dovessero capitarvi tra le mani i diari dell’abate Dalla Piccola e i contro diari di Simone Simonini bruciateli senza temere di incappare in una maledizione! Ho il dovere – da lettrice – di mettervi in guardia a proposito de Il cimitero di Praga di Eco. Anatema sul professore! Accidenti, che il diavolo se lo porti. Che megalomane, è riuscito comunque a far parlare di sé. E io che volevo raccontarvi un’altra storia.
Ma torniamo al mio incontro. Dunque, continuavo a spulciare tra titoli copertine e scaffali quando proprio non ho più resistito. Gli sono andata incontro e ho cominciato a sfogliare le prime pagine. Ecco, ti pareva. Che dice? “Bello o brutto che sia, questo è il libro per cui sono venuto al mondo”… sì, vabbè. Mi vuoi convincere a stare ad ascoltarti. Decido di comprarlo. Intanto, mentre tergiversavo tra altri libri, mi giravo e rigiravo quello tra le mani. È che proprio… Non è che il titolo mi ispirasse molto… Canale Mussolini… Mus…soli…ni…, no-no-no. L’ho risistemato al suo posto, nello scaffale. Però continuavo a ripensare a quello che avevo letto dopo la prefazioncina della prima pagina (di solito prima di acquistare un libro dò un’occhiatina veloce all’incipit del libro - ossia, alle prime righe del primo capitolo - così, giusto per farmi un’idea. Ma un’occhiatina piccola piccola!). Sono tornata indietro e mi sono detta: “ Mah, dopo il cimitero di Praga posso leggere qualunque cosa!”. “Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perché se no?”. E’ così che ho iniziato ad ascoltare la storia della famiglia Peruzzi, di zio Pericle, zio Adelchi e dei nonni.
Che eccellente narratore! Non ho staccato un attimo l’orecchio dal suo racconto e perciò il libro l’ho divorato in tre giorni. Romanzo godibilissimo, strutturato secondo un caleidoscopio di memorie, scrittura scorrevolissima (sebbene s’incontrino spesso espressioni in dialetto veneto, peraltro comprensibilissime), quattrocentocinquantacinque pagine senza un attimo di noia (argomento, questo, assolutamente presente nel racconto di Simone Simonini!, ancora lui, maladéto tì e i Zorzi Vila!). Istigatore dell’animo umano quando mi racconta la preparazione dei cappelletti della nonna: sì, ho ritrovato in ogni rigo le sensazioni, gli odori e i colori dell’ infanzia trascorsa coi miei nonni. Addirittura poeta, per il piacere che esalta nel descrivere l’orgoglio della gente quando ricorda i campanili del proprio paese: “Era un ristoro quando in campagna - sotto il sole, a zappare le bietole - sentivi il tocco delle ore e tutti rialzavano la schiena, e asciugandosi la fronte mandavano lo sguardo al campanile. Non serviva solo come punto d’orientamento - che pure è già importante, in mezzo al piano sterminato della Valpadana - ma era il punto d’ancoraggio a cui attaccare l’anima, perché era grazie a lui che tu sapevi di non essere solo in mezzo a questo piano e che in caso di necessità avrebbe suonato le sue campane e tutti sarebbero accorsi per darti e darsi aiuto”. Non è poesia? Personalmente ritengo di sì, e checché ne dica Maurizio Cucchi!
Mi è piaciuto il pensiero sul viaggio espresso così: “In ogni viaggio c’è sempre - prima - la bramosia del nuovo, la fretta d’arrivare, lo svagarsi del trambusto. Ma poi si fa strada l’ansia di ciò che t’aspetta, il timore di quel che non t’aspetti e l’indolenzimento delle ossa sulle panche di legno dei sedili, la nostalgia di ciò che hai lasciato, la gente che non vedrai mai più, la voglia di continuare a dormire senza più svegliarti - dormire nonostante i raggi di sole che dal finestrino ormai ti infastidiscono gli occhi - e vorresti che il viaggio non finisse più. Invece no: “Strìììììì…”. Giù dalle carrozze!”. Molto pirandelliano, devo dire. E non solo questo. Ho trovato una forma pirandelliana anche nello stile della narrazione, ossia, quel raccontare la storia al lettore ponendoselo di fronte e dandogli del lei.
Comunque, il filò è giunto poi al termine. Volete sapere cos’è il filò,nevvero? Avete ragione e vi accontento subito. Il filò appartiene alla tradizione veneta e consisteva (uso l’imperfetto perché credo che oggi sia stato surclassato da un’altra tradizione, quella televisiva con le sue banalità) nel “riunirsi tutti a sera, dopo cena, ora in un podere ora in un altro a raccontarsi storie, fòle, favole e roba del genere, al lume di candela o di petrolio”. Il filò è dunque terminato davvero, ma c’è ancora qualcosa che mi svolazza intorno alla testa come fosse il ronzìo d’un ape. Ad un certo punto della storia, zio Pennacchi mi racconta che zia Santapace volendo quasi assecondare un desiderio della nonna, decide di mandare in seminario i suoi due figli: Manrico e Accio. Accio Benassi. Ma caro il mio zio Pennacchi, questo Accio Benassi non è per caso il protagonista di un’altra tua storia? E certo! Che furbata! Ora, vedi, non posso proprio fare a meno di chiederti di riunirci ancora per un altro filò, quello del Fasciocomunista Accio Benassi! E allora devo correre di nuovo in libreria (col rischio di scontrarmi di nuovo con Simone Simoni...! Ma stavolta gli tiro in testa il Canale Mussolini di Antonio Pennacchi che ha pure vinto il sul bel Premio Strega l'anno scorso). Eccola l'ape che mi ronzava intorno. Però, zio Pennacchi, che fiòl d’un can!!
venerdì 12 agosto 2011
«Sai dove comincia la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia…»
Internet ha contribuito in maniera definitiva a livellare le differenze fra il centro e le periferie, nel senso che un computer connesso alla Rete da un paesotto arroccato su un monte dimenticato diventa il centro del mondo. La connessione telematica annulla, così, il senso del ritardo (nell’apprendere notizie, nell’adeguarsi alle mode, etc…), che tradizionalmente hanno reso problematico il vivere in provincia: un ragazzo residente in corso Buones Aires a Milano e un suo coetaneo che consuma vuote giornate in un quartiere popolare di un paesino sconosciuto ai più si vestono nello stesso modo, ascoltano la stessa musica, coltivano le stesse fantasticherie, parlano lo stesso «linguaggio» (inflessioni dialettali, a parte). La specificità della vita provinciale è l’inevitabile condivisione degli spazi urbani con la solita gente di sempre. Grazia o tedio a morte? Direi, gran seccatura, che richiede una logica della sopportazione… Bisogna schivare gli sguardi indiscreti e le civetterie di circostanza, tollerare i comportamenti autoreferenziali e soprattutto una molteplicità di considerazioni arbitrarie fondate su una radicata (ma ingiustificata) autostima oppure su clamorosi errori di valutazione reiterati negli anni. Come si sa, poi, i piccoli centri hanno in comune con i vecchi una tendenza al conservatorismo. Come sopravvivere, dunque, nella provincia della provincia, in cui «moriamo ogni giorno dei medesimi mali», «siamo tutti uguali, siamo cattivi e buoni e abbiamo gli stessi mali, siamo vigliacchi o fieri, saggi, falsi, sinceri, coglioni»? Proprio così, perché lo spirito comunitario è fasullo, un gioco di facciata e ognuno vive dei propri egoismi… Dunque, come sopravvivere? Mi viene in mente un pensiero di Antonio Gramsci, tratto dalla lettera al fratello Carlo del 12 settembre 1927: «bisogna sempre essere superiori all’ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credersi superiori».
Internet ha contribuito in maniera definitiva a livellare le differenze fra il centro e le periferie, nel senso che un computer connesso alla Rete da un paesotto arroccato su un monte dimenticato diventa il centro del mondo. La connessione telematica annulla, così, il senso del ritardo (nell’apprendere notizie, nell’adeguarsi alle mode, etc…), che tradizionalmente ha reso problematico il vivere in provincia: un ragazzo residente in corso Buenos Aires a Milano e un suo coetaneo che consuma vuote giornate in un quartiere popolare di un paesino sconosciuto ai più si vestono nello stesso modo, ascoltano la stessa musica, coltivano le stesse fantasticherie, parlano lo stesso «linguaggio» (inflessioni dialettali, a parte). La specificità della vita provinciale è l’inevitabile condivisione degli spazi urbani con la solita gente di sempre. Grazia o tedio a morte? Direi, gran seccatura, che richiede una logica della sopportazione… Bisogna schivare gli sguardi indiscreti e le civetterie di circostanza, tollerare i comportamenti autoreferenziali e soprattutto una molteplicità di considerazioni arbitrarie fondate su una radicata (ma ingiustificata) autostima oppure su clamorosi errori di valutazione reiterati negli anni. Come si sa, poi, i piccoli centri hanno in comune con i vecchi una tendenza al conservatorismo. Come sopravvivere, dunque, nella provincia della provincia, in cui «moriamo ogni giorno dei medesimi mali», «siamo tutti uguali, siamo cattivi e buoni e abbiamo gli stessi mali, siamo vigliacchi o fieri, saggi, falsi, sinceri, coglioni»? Proprio così, perché lo spirito comunitario è fasullo, un gioco di facciata e ognuno vive dei propri egoismi… Dunque, come sopravvivere? Mi viene in mente un pensiero di Antonio Gramsci, tratto dalla lettera al fratello Carlo del 12 settembre 1927: «bisogna sempre essere superiori all’ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credersi superiori».
martedì 9 agosto 2011
Qualche giorno fa ho partecipato al funerale della madre di una vecchia amica di famiglia. Benché la città fosse spopolata da più di una settimana per l’esodo vacanziero, la chiesa era gremita di corpi provati dalla calura, nell’ora della siesta. Non ho trovato posto. Sono rimasto così appoggiato a una delle prime colonne della navata centrale. Da lì ho seguito con attenzione ogni aspetto del rituale: la costernazione delle figlie orfane, la partecipazione di un gruppo considerevole di amici e conoscenti, le letture incerte e quasi balbettanti del diacono, i nastri canterini in sostituzione del coro sparpagliato sulle coste più vicine. Certamente, ho ascoltato con particolare interesse l’omelia consolatoria del parroco, che è piuttosto noto per la tempestività delle sue prove retoriche. Ero così pronto ad ascoltare le consuete nenie del martirio, ritornello conciliante dell’anestesia cristiana risolto in una manciata di minuti. Mi sbagliavo: la grande affluenza e il legame amichevole con i parenti dell’estinta l’hanno indotto a prolungare l’omelia oltre i limiti del buon senso: venti minuti di prolusione dottrinaria, che ha assunto in alcuni tratti i connotati propri del monologo di un evangelizzatore perdente, che vorrebbe essere sbranato dai lupi per essere ricordato da qualcuno. Nessuno fra voi crede realmente nella vita dopo la morte! Un missionario smarrito fra orde barbariche, pagane e idolatriche, il detentore dell’assolutezza della Verità in una comunità di finzioni e dissimulazioni: esercizi di pensiero per incrementare l’autostima, ovvero il senso di sé. Gli scienziati si stanno impegnando per risolvere la vita con una siringa! Tono da comizio, esaltazione del cuore nell’abisso di pensieri perdenti. Qual è il senso di una provocazione pronunciata da un sostenitore ardito delle ragioni della bioetica cattolica al cospetto di una bara, di occhi gonfi di sofferenza? La dilatazione della tristezza. La strumentalizzazione di una tomba in esposizione per fini di mero proselitismo, ovvero la riduzione di una vita a materia di catechismo è l’assurdità della violenza psicologica, che contraddistingue l’attività di numerosi sacerdoti. Il fervore pretesco non ha dedicato neppure una parolina alla defunta: non è stato offerto alle figlie, ai parenti, agli amici, a me – appoggiato con la fronte corrucciata all’ultima colonna – neppure un motivo per ricordare per sempre quella vita, non disperdendola con il passare dei mesi nella fretta delle pratiche della vita quotidiana. La pietà cristiana si è manifestata sotto altre vesti: nella commozione dei presenti, negli abbracci amorevoli degli amici, nell’estinzione dell’odio per la vita nel caldo incenso che ha reso opprimente l’ambiente, nel rintocco monocorde e straziante della campane che ricordava a una città intorpidita che un’altra sua figlia è sparita. Il cuore cristiano è compassionevole: la com-passione è la condivisione della sofferenza, vale a dire la cifra dell’autentica simpatia. Mi viene in mente, al riguardo, un passo tratto da Soi-même comme un autre (1990), uno dei volumi più coinvolgenti del compianto Paul Ricoeur: «La sofferenza non è definita unicamente dal dolore fisico, e neppure dal dolore mentale, ma dalla diminuzione, e anche dalla distruzione della capacità di agire, di poter fare […]. Qui, l’iniziativa, precisamente in termini di potere-di-fare, sembra spettare unicamente al sé, che dona la sua simpatia, la sua compassione […]. Nella vera simpatia, il sé […] si ritrova affetto da tutto ciò che l’altro sofferente gli offre di contro. Dall’altro sofferente, infatti, procede un dare che non è, precisamente attinto dalla potenza di agire e di esistere, ma dalla sua stessa debolezza. È forse là la prova suprema della sollecitudine, che la disuguaglianza di potenza venga ad essere compensata da un’autentica reciprocità nello scambio, la quale, nell’ora dell’agonia, si rifugia nel mormorio condiviso delle voci e nella debole stretta di mani che si serrano insieme». Nella chiesa affollata, nell’ora più calda del pomeriggio in una giornata agostana di desolazione e solitudine, tanti cuori cristiani hanno accolto la debolezza di una famiglia costernata dal lutto per offrire in cambio compassione e sollecitudine, mentre un venditore di tristezza ha tentato di distruggere del tutto la capacità di agire dei sofferenti per issare un vessillo nero.
lunedì 8 agosto 2011
Credo che ognuno di noi abbia la sua Casa in collina, ossia, un rifugio, un nascondiglio, un posto che si può soltanto visitare con la memoria perché la vita ha virato verso altri luoghi, altre strade, altri suoni. Cos’è che ha spinto il sig. Rossi ad anticipare la sua vecchiaia, ad abbandonare la sua musica dal vivo, l’incontro con i suoi imperituri ammiratori? Ha vissuto la sua vita attraverso gli eccessi della droga, le scorrerie dell’alcol, l’esasperazione del successo e… l’invadenza della solitudine. Un artista è sempre solo. Quando crea, quando inveisce, quando esprime la sua arte, quando elabora il suo ardore. Ma è solo. E quando lo intuisce è tardi, è trascorsa una vita senza che se ne sia accorto e allora tenta di riafferrare le fantasie e l’entusiasmo dell’adolescenza ma si perde mentre va alla ricerca della sua casa in collina. Eppure c’è quella casa, esiste quella collina, solo, il nocciolo che svettava lì in lontananza pare assorbito dalle pieghe del tempo e allora si perdono le certezze, la varietà della vita e dei discorsi intorno ad essa. “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” (C. Pavese, La luna e i falò). L’uomo è continuamente alla ricerca di se stesso e sa di potersi rintracciare nella stradina mal ridotta che conduce verso la propria collina lì, dietro quel casolare di campagna.
martedì 2 agosto 2011
C’è chi ha inteso la ricerca filosofica come il tentativo di gettare nuova luce su espressioni del pensiero «alienate» dagli orientamenti storiografici, ponendole così in primo piano rispetto ai grandi sistemi, che sono tecniche del «potere» applicate alla fondazione di identità culturali forti. In tal senso, l’esercizio speculativo si converte in un gesto «archeologico».
G. W. Leibniz (1646-1716) fu uno degli esponenti più influenti del pensiero filosofico e scientifico della modernità, forse l’ultimo «genio» europeo. Si occupò di molteplici piani tematici, anche decisamente differenti fra loro, lasciando contributi influenti: scoprì indipendentemente da Newton il calcolo infinitesimale, progettò una delle prime macchine calcolatrici (archetipo del computer), si spese per la riconciliazione dei cristiani nel segno di un’unica Chiesa universale, fu il massimo rappresentante del razionalismo del XVII secolo. Inoltre, si interessò con profitto a problemi di fisica, astronomia, medicina, diritto, etica, politica, storia, non trascurando l’osservazione dei dettagli e lo sviluppo delle intuizioni. L’enciclopedismo presupponeva comunque un’autentica passione per le biblioteche e le raccolte librarie: si formò da autodidatta nella ricchissima biblioteca del padre (austero docente universitario); fra le mansioni cortigiane che assolse presso il duca di Hannover emergeva soprattutto quella di bibliotecario e storico di corte e, inoltre, nel corso della sua vita compose un considerevole fondo librario privato. Nel febbraio 1663, il diciassettenne Leibniz acquistò sul banco di un mercante in occasione di una delle grandi fiere librarie di Francoforte (oppure di Lipsia) uno dei primi volumi per la propria biblioteca personale: la seconda edizione del Tractatus novus, utilis et jucundus, de Voluptate et Dolore, de risu et fletu, somno et vigilia … (typis Wolffgangi Richteri, sumptibus Ioannis Theobaldi Schonwetteri, Francofurti 1603) di Venafranus Jossius, al quale era allegato, per affinità tematica, il notevole trattato sul riso di Antonio Lorenzini Poliziano.
Venafranus Jossius era senza dubbio Nicandro Iossio, filosofo e medico originario di Venafro attivo nella seconda metà del Cinquecento. Insegnò filosofia a Roma, dove nel 1580 fu pubblicata «apud Franc. Zanettum, in 4» la prima edizione del Tractatus. Lo studio di Iossio esprime in maniera lineare i caratteri distintivi propri dell’aristotelismo rinascimentale, intriso di sfumature naturalistiche, svelando comunque una propria originalità nella presentazione di una spiegazione gnoseologica delle facoltà sensoriali e di un’interpretazione «psicologica» del riso e del pianto. Il Tractatus ebbe una buona fortuna: l’edizione tedesca postuma (1603) contribuì alla circolazione dello scritto negli ambienti culturali europei. Certamente Iossio fu letto nel Sacro Romano Impero, in Francia e in Inghilterra: non solo Leibniz, ma anche Gabriel Naudé, bibliotecario del cardinale Mazzarino, e Robert Burton, il celebre autore di The Anatomy of Melancholy (Oxford 1621) possedevano, ad esempio, una copia personale dell’opera. La fortuna seicentesca si estinse progressivamente. Il Tractatus è stato incautamente «rimosso» dalla ricerca storiografica: non ne è mai stata elaborata un’edizione critica o una traduzione, né si riscontrano monografie sul pensatore venafrano. Le ricerche più esaustive concernenti la storia del pensiero scientifico tardo-rinascimentale si limitano a citare il volume in nota, senza offrire elementi di contestualizzazione. L’Enciclopedia Filosofica Bompiani, preziosa per la completezza delle informazioni che fornisce anche su autori «minori», non dedica al Tractatus neppure un rigo dei suoi venti volumi. Nicandro Iossio è stato dimenticato anche nella sua cittadina d’origine. Quanti studenti locali hanno avuto l’occasione di sentirlo nominare? La toponomastica (che rappresenta un indizio prezioso per apprendere lo «spirito culturale» di un centro urbano) l’ha relegato in una via gregaria, breve, stretta, in salita, persino priva di indicazione stradale. Si tratta di un riconoscimento inutile.
La ricerca filosofica, dunque, può restituire un volto a percorsi del pensiero significativi e valevoli, che sono stati condannati all’oblio per pregiudizio ideologico» o, peggio ancora, per assenza di profondità.


