La vita è esperienza, cioè improvvisazione, utilizzazione delle occasioni; la vita è tentativo in tutti i sensi. Donde il fatto, a un tempo imponente e assai spesso misconosciuto, delle mostruosità che la vita ammette
Georges Canguilhem



venerdì 26 ottobre 2012

Ho ancora pochi minuti a disposizione per dire la mia sulle ormai imminenti elezioni regionali siciliane. Come molti osservatori, anch’io credo che l’esito della consultazione avrà inevitabili ripercussioni sugli incertissimi equilibri politici nazionali. Se avessi diritto di voto, sceglierei senza esitazioni Rosario Crocetta. La sua esperienza amministrativa nel difficilissimo tessuto sociale di Gela, infestato dalla mafia, è stata tanto ardimentosa ed efficace, che può senza dubbio scusare una sua certa vocazione al narcisismo e all’autocompiacimento. Che sia sostenuto anche dall’UDC, a lungo il referente partitico di gruppi di potere impresentabili, non mi turba più di tanto: i sodali di Cuffaro e di Lombardo si annidano sotto le insegne di Musumeci e di Micciché. L’UDC cerca la catarsi attraverso l’espiazione. Trovo sconcertante, piuttosto, la vocazione suicida della sinistra radicale e del gruppo di Orlando. Sciocchi capricci, ripicche da tre soldi. Che senso ha ostentare una presunta verginità, per favorire il gioco delle destre? Se i siciliani premiassero Crocetta, che ha fatto della lotta alla mafia una ragione di vita, e che per giunta non dissimula la propria omosessualità in una terra ancora infervorata da oscuri pregiudizi, avrebbero compiuto davvero una rivoluzione culturale.

sabato 20 ottobre 2012

La carriòla



 “La nostra povera libertà si lega all’umile libertà

di una vergine che nel milleseicentoundici non ha

se non quella del proprio corpo integro e

non può capacitarsi in eterno di averla perduta.

Per tutta la vita essa si adoprò a sostituirla con un’altra,

più alta e più forte, ma il rimpianto di quell’unica restò:

mi pareva, con quei fogli scritti, d’averlo quietato”.

(Anna Banti - Artemisia)


Bevo con avidità ardente le parole di Anna mentre racconta, ormai in un tutt’uno con l’anima di Artemisia, il fuoco e la passione che sublimano e innalzano, confondendola come una divinità in terra, l’arte della pittrice nel momento in cui, sofisticata e maestosa, prende le sue armi e con la stessa crudeltà che si riflette negli occhi di Giuditta, dipinge il corpo dalla testa all’ingiù del generale supremo, Oloferne, immaginandolo Agostino Tassi, il traditore che ha rubato la sua libertà di donna deflorandola quando aveva quattordici anni.

Impugno una penna, un tratto, per onorare l’estro delle due supreme donne: l’impareggiabile bellezza dell’arte pittorica di Artemisia e l’inequivocabile abilità letteraria di Anna, riproducendo su un taccuino personale le frasi e i pensieri più reconditi di due anime intrecciate e complementari. Superba m’assale la vorticosa gioia che promana dalla mia eccelsa lettura. L’onore che diletta il mio spirito nel maneggiare quest’opera si mescola al sapore antico delle pagine ingiallite di un libro stampato l’anno precedente la mia nascita.

Mai, giuro, mai prima d’ora m’era accaduto di trasfondermi ed unirmi quasi anima e corpo alle lettere silenti impresse a stampa sulle pagine di un libro. E quando per via degli occhi stanchi e sprofondati nel rosso della luce opaca di un una misera lampadina, chiudo il mio buon compagno e vado a dormire, allora mi risveglio e m’accorgo di essere ritornata nella mia realtà feriale.

Un senso d’indulgenza diffusa, allegra come un volo, la faceva nel sonno, sorridere. Nel sonno il sorriso è quasi difficile come il pianto e bisogna liberarsene. «Ma io dipingo» scopre Artemisia, risvegliandosi: ed è salvata.

E poi, quando perduta nella tua storia senza tempo mi ritrovo a leggere questa fatua esclamazione esplosa all’alba in un risveglio di lagrime abbondanti, calde, covate nel sonno: Figlia mia, figlia mia che sei una donna e non capisci tua madre, ecco che ritrovo un’altra maestra, un’altra donna che se non fosse volata via in una primavera lontana avrebbe saputo ingioiellare con i suoi capaci versi il corpo possente di Artemisia: mia eterna, sublime signora Alda Merini. Chi altri avrebbe saputo confondersi con tale abilità nell’anima nerboruta della pittrice al pari della sua biografa? Sollevo il velo del tempo e dello spazio e sono colpita dalla luce abbacinante che promana dalle figure vostre di inveterate artiste sovrane.

Anna ritrae, attraverso le parole, il disagio e la tristezza di una donna sola ed inquieta. Magnifica rappresentazione di uno stato d’animo che non passa inosservato, che non può non attirare su di sé lo sguardo attento del lettore, in quanto anch’egli si riscopre, sfidando la sua meraviglia, nella turba di sensazioni che invadono clamorosamente l’altera, la superba, la passionale pittrice. Realtà e immaginazione si confondono fino a saltare fuori dalle pagine come un trompe-l’oil che sfida la capacità di discernimento dello spettatore. A questo punto non mi rimane che sublimare la mia verace scrittrice, ché mi offre così quasi inconsciamente, le indagini psicologiche di magnifica perfezione che solo l’immortale maestro russo può offrire ai suoi lettori più diligenti. E si leggerebbe d’un fiato questa storia, se non fosse per la smania di annotare tutto: parole, espressioni, frasi, sublimazioni d’artista e verecondia d’altri tempi.

Così si diviene complici della protagonista, si avverte l’amaro di una vita che si disperde anno dopo anno con vigore, regalando semmai quel poco di saggezza in più. Artemisia che apre a Napoli una scuola di pittura e accademia di disegno. Lei, una donna del diciassettesimo secolo. È forte Artemisia, dura come una roccia e debole anche, così spaurita quando apprende che il marito l’ha lasciata, sola con la sua arte e la sua ostinazione. …Mentre il dolore, questo terribile infante, si agitava nel suo seno succhiandole il sangue e mandandole in bocca l’amara saliva del pianto. Per allontanarsi da una vita che corre imbizzarrita e non soccombere al vorticare delle vicissitudini alle quali vuole proclamarsi estranea, la mia pittrice sceglie di imbarcarsi, allontanarsi per lasciar tutto alle spalle e dimostrare la virilità femminile che sempre l’ha contraddistinta. Qualcosa esiste a dimostrare che Artemisia ha vissuto, che una donna sa dipingere come un uomo, meglio, magari.

E così Artemisia parte. Parte per raggiungere suo padre, in Inghilterra. Eppure chiede in cuor suo che qualcuno la trattenga, che qualcuno le impedisca di mettere in esecuzione la sentenza d’esilio volontario. Chi può trattenerla? Il marito no, ché ormai, uomo cambiato dagli eventi, non s’accorge di non poter vivere senza la difficile compagna dalla matita veloce. Immagina allora, addirittura, un ammiratore remoto che arrivi in carrozza, che ne scenda e le dica: “No Signora, non dovete spatriarvi, son qua io per voi e guai a chi vi tormenta”. Artemisia si ritrova a fissare Porziella, sua figlia. Ecco chi è venuta a salutarla, ma non per scongiurarne la partenza e trattenerla con sé. Figlia ingrata e fredda, allevata in monastero per volere della madre e che non ha più nulla a che spartire con quei pezzenti di pittori che vuol proprio dimenticare. E Artemisia ne fissa a quel punto il profilo, il colore delle carni, lo sporgere dello zigomo che al suo somiglia, e il portamento delle spalle rotonde fuor della rigidezza del corpetto: un bel ritratto sul gusto fiammingo, non manca che la finestra aperta da cui si vede il mare. Ecco cosa significa andare in Inghilterra: guardare il viso di una figlia e vederlo come un oggetto distante, completamente staccato da sé, raggiungibile solo per effetto di memoria. E così nessuno la tratterrà. Avessi potuto trattenerti io… Eppure qualcuno l’ha fatto, t’ha ospitato nella sua quotidianità e t’ha offerto ristoro. T’ha dato ascolto, t’ha consentito lo sfogo e ha placato le tue attese. E a chi ti ha accolto, trecento anni di maggiore esperienza hanno insegnato a riscattare una compagna dai suoi errori umani e a ricostruirle una libertà ideale, quella che la affrancava e la esaltava nelle ore di lavoro, che furono tante. E colei che ha saputo ricordarti, perdendoti, ritrovandoti e proporti al lettore tanto ostinatamente e magnificandoti, merita anch’essa un premio, un’ approvazione che non s’è ancora dichiarata e tale sarebbe la nuova ristampa di un libro che non ha mai smesso di palpitare di vita negli ameni luoghi di una biblioteca lontana e solitaria. Ma esso sopravvive. Al tempo, allo spazio, all’incongruenza editoriale.

Sì, signori. Ella vive. Mentre coloro che dovrebbero offrirle un riconoscimento dovuto, s’adagiano candidi nei loro sarcofaghi, ricoperti solo dalla coltre della ricchezza e del potere. Inetti esperti e zotici conoscitori dell’arte letteraria, danno spesso alle stampe curiose opere di cattivo gusto perché non possono far altro che assecondare le proprie passioni subdole e senza spessore. Storica, senza alcun dubbio, è la conosciuta casa editrice M., ma anche stimata oltre il dovuto se mostra una così matura ottusità nell’individuare quelle opere che andrebbero sottoposte ad una dignitosa ristampa. Opere come Artemisia. Cecità che si sublima nell’incompetenza degli addetti ai lavori, una genia di parassiti amorfi che lievitano stando seduti nelle loro poltrone, dietro le scrivanie a far finta di saper discernere ciò che è arte letteraria pura, da quell’altra arte degli pseudo scrittori portati alla ribalta da chissà quale sinistro intento.

Scopritori di talenti letterari, riuscite a sentire il grido di una scrittrice che reclama il suo estro e il suo giusto rispetto? Rendetele giustizia e forse sarete graziati. Da chi? Dal pubblico di lettori, che non raramente mostra di essere un passo avanti a voi. Onorate il sacrosanto diritto che vantiamo di poter leggere i veri capolavori della letteratura italiana, e per una buona volta fatevi amministratori seri di un patrimonio inestimabile che pensate di saper curare. Cercate d’aver sempre presente il benessere del lettore, perché ci sono libri da cui non si può non trarre giovamento: la ristampa di ‘Artemisia’ è un dono che non si può negare a coloro che davvero non possono fare a meno di leggere.

E per finire, permettetemi di riportare le parole che Anna Banti rivolge al lettore prima di cominciare il suo concitato, appassionato dialogare con Artemisia:

“Un nuovo accostarsi e coincidere fra vita perenta e vita attuale; una nuova misura di connivenza storico-letteraria; il tentativo d’immettere nella palude bastarda dell’italiano letterario in corso, vecchie e potabilissime fonti dell’uso popolare nostrano: tali erano le ambizioni del racconto che, intitolato Artemisia, era alle ultime pagine nella primavera del 1944. In quell’estate, per eventi bellici che non hanno, purtroppo, nulla di eccezionale, il manoscritto veniva distrutto. A giustificare l’ostinazione accorata con cui la memoria non si stancò, negli anni successivi, di tener fede a un personaggio forse troppo diletto, queste nuove pagine dovrebbero, almeno, riuscire.

Ma perché, questa volta, l’impegno del narrare non sosteneva che la forma commemorativa del frammento, e il dettato si legava, d’istinto, a una commozione personale troppo imperiosa per essere obliterata – tradita - : credo che al lettore si debba qualche dato dei casi di Artemisia Gentileschi, pittrice valentissima fra le poche che la storia ricordi.

Nata nel 1598, a Roma, di famiglia pisana. Figlia di Orazio, pittore eccellente. Oltraggiata, appena giovinetta, nell’onore e nell’amore. Vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro. Che tenne scuola di pittura a Napoli. Che s’azzardò, verso il 1638, nella eretica Inghilterra. Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi. ”. A.B.



“…una donna che dipinge nel milleseicentoquaranta

è un atto di coraggio, vale per Annella e per altre cento

almeno, fino ad oggi. «Vale anche per te», conclude, al

lume di candela, nella stanza che la guerra ha reso fosca,

un suono brusco e secco. Un libro si è chiuso, di scatto”.

Anna Banti, Artemisia




sabato 22 settembre 2012

Mi fa piacere comunicarvi che sono uno degli autori de L’età moderna e contemporanea, curata da Umberto Eco, che a partire da lunedì 24 settembre sarà offerta in abbinamento facoltativo con La Repubblica e L’Espresso. Il mio contributo, concernente la scoperta del calcolo infinitesimale, è contenuto nel quinto volume dell’opera (Il Seicento. Arti visive, scienze e tecniche), la cui uscita è prevista per il 22 ottobre. Trovo sorprendente che un mio testo circolerà ovunque, raggiungendo finanche le più remote edicole di provincia oltreché gli Autogrill. Si tratta di una prospettiva che mi procura emozioni coinvolgenti, suggestioni fantasiose, ragioni per intensificare il mio impegno intellettuale.


venerdì 14 settembre 2012



Provate a sfogliare il suo libro fra le mani, lasciando andare i fogli sotto le dita… si libreranno nell’aria i profumi, le sensazioni, le verità di una storia raccontata con grazia, perfezione e passione.



“Il mio segreto è una memoria che agisce a volte per terribilità. Isolata, immobile, sul punto di scattare, sto al centro di correnti vorticose che girano a spirali in questa stanza dove i miei cento orologi sgranano battiti diversi in diversi timbri. Se alzo il capo le vedo fiammeggiare, e ad ogni tocco di fuoco corrisponde un’immagine. Sempre sono trascinata fuori di me dalla tempesta di vivere. Che cosa è il tempo, e perché deve considerarsi passato? Fino a quando viviamo esiste un solo tempo, il presente. Una forza struggente mi prende alle viscere: costruttiva o devastatrice non mi è dato sapere; è senza regola, almeno apparente”.



Incedo con cautela, non riconoscendo più il mio solito profilo di lettrice assennata e rapida nelle sue letture. Assaporo parola per parola, rileggo anche più volte la stessa pagina, mi soffermo a riflettere sulla profondità delle frasi, mi incanto nell’ammirare lo stile superbo della scrittura. Capolavoro assoluto, tesoro indiscusso riposto nello scrigno della letteratura italiana. Ci sono libri che richiedono attenzione, che pretendono di essere ‘divorati’ con circospezione, non vogliono essere considerati un semplice strumento di svago, non amano esser portati in spiaggia per rischiare di perdere il loro valore assoluto tra la sabbia, le urla e i gridolini dei bimbi e dei bagnanti… Io ho rischiato di offenderlo, questo caro libro, proponendogli l’aria marina e il sole allontanato stando seduta sotto l’ombrellone. Quante volte ho pensato d’aver sbagliato compagno. Già, perché ho preferito la compagnia di Maria avendo già consumato il mese precedente quella di Alessandro. E Maria che chiedeva tranquillità e concentrazione! Ma ora chiarirò tutto.
Maria Bellonci è la signora che ha elaborato ‘Rinascimento privato’, romanzo in cui si narra la vicenda di Isabella d’Este Gonzaga, marchesana di Mantova. Maria Bellonci è anche colei che insieme a suo marito Goffredo ha ideato, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, quel riconoscimento letterario che s’esprime nel famoso premio Strega. Casa Bellonci era il ‘covo’ di letterati, intellettuali, scrittori: i cosiddetti ‘Amici della domenica’ (dal giorno prescelto per le loro riunioni). Proprio da questo sodalizio nasce l’idea di contribuire, attraverso un premio, alla diffusione della narrativa italiana. Nel 1947 si tiene la prima edizione del premio Strega, dal liquore prodotto dalla famiglia di un giovane industriale, Guido Alberti, che per spirito mecenatesco e amore per la cultura si è unito al gruppo. Non pensiate che il premio riconosciuto a Maria nel 1986 sia una ovvia vittoria dovuta al ruolo avuto in ordine all’esistenza del premio suddetto. Maria muore nel maggio del 1986 alla vigilia della presentazione del quarantesimo premio Strega, a cui con sofferta decisione ha accettato di concorrere incoraggiata dal sostegno di amici ed intenditori. Ma Maria è davvero una signora del bello scrivere, una superba scrittrice e una instancabile studiosa. Donna d’intelligenza pura e verace, immersa completamente nei libri che ha saputo giovarsi, nei primi anni di matrimonio con Goffredo, di quell’apprendimento libero e personale ispirato all’educazione alla bellezza, all’arte e alla letteratura che il marito seppe impartirle attraverso la lettura dei classici e delle visite a chiese e musei di Roma.
A questo punto vi state chiedendo chi è Alessandro. Alessandro Piperno è lo scrittore romano che quest’anno ha vinto il premo Strega. Ma avrei potuto citare Baricco, Ammaniti, Mazzantini, tutti scrittori contemporanei che propongo uno stile moderno e lontano anni luce da quello profondo, articolato e strutturalmente complesso della Bellonci. Ma questa non vuole essere una critica. Gli scrittori sono cambiati perché forse sono cambiati i lettori. Dicevo più su che ‘Rinascimento privato’ è stato il mio compagno durante la settimana di vacanza al mare. Grave errore! Perché il capolavoro di Maria avrebbe richiesto un contesto ambientale completamente diverso! Ovvero, una poltroncina accanto alla finestra, un taccuino di appunti (che comunque non m’è mancato, essendo il fratello siamese di ogni libro di turno), silenzio, animo teso alla lettura e libri storici da consultare. Bé, so cosa state pensando, che se bisogna attrezzarsi a questo modo per rilassarsi con un libro allora è meglio lasciar perdere. Ma così ragionate alla istessa maniera di quella persona che recensendo il libro in questione avvertiva la necessità di sottolineare quanto fosse pesante andare a ricercare sul dizionario termini sconosciuti e parole inusitate. Invece io credo che sia anche questo il bello della lettura! Esplorare concetti e pensieri imparando a conoscere anche parole nuove e diverse da quelle che si spendono a vuoto sui giornali o nella televisione. Con la crisi che c’è oggi della lingua italiana! Non sarebbe ideale cercare d’esprimersi in un italiano più forbito e meno squallido? Non ho alcuna intenzione di sminuire i recenti romanzi a cui è stato attribuito il riconoscimento letterario ‘stregato’, tra l’altro ho apprezzato oltremisura il buon Pennacchi col suo ‘Canale Mussolini’ di qualche anno fa, anzi, guai a chi reclama! Posso riuscire a comprendere questo salto di stile, salto nel vero senso del termine, ovvero, salto in lungo tanto da superare lo stile perfetto della scrittura soltanto richiamando alla memoria ciò che è accaduto nel Duecento. Sì, sì, chiarisco.
Come sapete l’uso del volgare, nella letteratura, nacque nel corso del Duecento e fu indice di cambiamento profondo nella struttura sociale italiana, ma rivelò e condizionò un rapporto nuovo fra scrittori e lettori, e segnò e provocò la formazione di un pubblico nuovo. Chi scriveva in volgare rinunciava, per questo fatto, ai suoi lettori transalpini, e non parlava più che ai soli Italiani, i soli in grado di intenderlo, tanto che Dante nella sua gioventù potè scrivere, con ingenuità giovanile, che i primi a poetare di amore in volgare lo avevano fatto perché altri mentile donne, che ormai non conoscevano più il latino, non lo avrebbero inteso (“Vita nuova”, XXV). Chi dunque, scriveva in volgare da una parte restringeva il suo pubblico, ma, da un’altra parte, lo allargava, potendo essere compreso da tutti gli Italiani, anche da quelli – e ormai erano i più – che intendevano solo il volgare. Ma appunto per questo, per questo rivolgersi ad un pubblico italiano e non più supernazionale, la nuova letteratura assumeva un carattere nazionale e si faceva interprete delle esigenze, degli interessi, dei sentimenti dei soli Italiani, sicché può essere detta Italiana (G.Petronio – L’attività letteraria in Italia).
È per questo dunque che il libro di Piperno l’ho letto in tre giorni e quello di Maria Bellonci in quattro settimane! È dunque cambiato il pubblico di lettori se oggi si propone una scrittura più veloce che corrisponda anche ad una lettura più rapida. Va bene così purché si legga, però, miei cari, non tralasciate di dare spazio anche a letture un po’ più impegnate, più corpose, più superbe che possano migliorare i contorni del pensiero e delle facoltà intellettive. Leggete ‘Rinascimento privato’, non lasciatelo marcire nello scaffale dimenticato di una libreria! Neghereste a voi stessi l’incanto di una storia mai raccontata prima con tanta raffinatezza e capacità d’espressione.
Bene, e adesso, dopo Maria mi attende un’altra signora dallo stile inconfondibilmente elegante: Anna Banti. Se avete letto ‘Noi credevamo’ dovete assolutamente leggere ‘Artemisia’. Ah, già e come fate… ‘Artemisia’ non è più in ristampa dagli anni ’70… Dovete sapere che ho provato a contattare via e-mail la casa editrice Mondadori, provando a sottoporle la possibilità di ristampare questo libro che io sono riuscita a trovare su e-bay in una edizione tascabile del 1974. Cos’ha risposto la segreteria letteraria della Mondadori? Attraverso un messaggio preordinato m’ha scritto che se saranno interessati mi contatteranno. (!!!) Se saranno interessati mi contatteranno? Ma non devono dare alle stampe un mio libro!! Che il diavolo se la porti! Sono davvero consapevoli ed esperti coloro che dovrebbero avere una visione totale della letteratura italiana! Vergogna indicibile non provvedere alla ristampa di opere così valide come quelle di Anna Banti. Ne trarrebbe giovamento quell’ampia fetta di pubblico di lettori appassionati e volendo anche la scuola, perché alcuni libri dovrebbero entrare a far parte del programma didattico nel settore della narrativa da proporre agli studenti. Ma tant’è.
E voi, miei cari, leggete, leggete sempre senza stancarvi mai!



Ho nell’orecchio una conversazione
di qualche anno fa […]
[…] era da presumere che avesse pensieri
tutti propri nascosti in una nicchia
o in un rifugio dai quali prendeva coraggio;
perché solo una sosta nel luogo interiore
che appartiene al nostro regno inviolato
ha il potere di restaurarci.
(M. Bellonci, Rinascimento privato)


Federica Passarelli

mercoledì 8 agosto 2012

Quel che sto per riferire non è un oltraggio a un pubblico ufficiale, poiché mi limito a riportare un fatto, lasciando libero spazio alle valutazioni dei lettori. In un piccolo centro di periferia, socialmente sano, sono frequentissimi i posti di blocco dei Carabinieri. Militarizzazione pretestuosa di un territorio ancora immune dalla delinquenza e dal malaffare. Sarei curioso di sapere se nell’hinterland di Trapani oppure nell’agro aversano, feudi mafiosi, le Compagnie militari prevedessero il medesimo servizio di vigilanza. Diversi anni fa ho attraversato in auto l’intero territorio pugliese, dalla Capitanata fino alle coste salentine, non riscontrando una sola pattuglia. Idem nel corso del viaggio più recente da Catania fino alla provincia iblea. Invece, nel tratto urbano compreso fra l’Ufficio postale e la Stazione ferroviaria del piccolo centro, racchiuso in un pugno di metri, si riscontrano ordinariamente presenze di Carabinieri. Questo è l’antefatto.
L’altro giorno un carabiniere mi intima lo stop con un vigoroso sventolìo della paletta. Indossavo regolarmente la cintura, tutto era perfettamente in regola. “Patente e libretto, prego!”. Estraggo dal portafoglio la patente e gliela consegno. Non mi dà il tempo di prendere il libretto. Mi dice: “Ma tu sei il figlio di ..?”. Chiama in causa mio padre, comandante dei vigili urbani. Non rispondo, lo fisso con rassegnazione. “Puoi andare…, vai, vai”. E io, immedesimandomi nella scena filmica che propongo di seguito, tratta da Auguri professore, rispondo: “Non le interessa più il libretto? Attenda un attimo, lo prendo…”.




Mi manda via in modo sgarbato, turbandomi. Non è cambiato nulla: l'Italietta ha radici più profonde di quanto osassi immaginare.

sabato 4 agosto 2012




Vivere significa sperimentare, ovvero favorire gli incontri che alimentano la potenza di agire. I fallimenti avvelenano il corpo, sono rudimenti di decomposizione. La vita resiste alla putrefazione: un cerino in una cavità sepolcrale.
Vivere e viaggiare. Attraversare lande deserte, folle confuse, sere anodine. La pace in sé, il caos all’esterno. Il patologico è più interessante del normale. Le ripetizioni stancano. Viaggiare per scoprire nuove Americhe. Le vele nere del ritorno. Vivere e dimenticare.

giovedì 2 agosto 2012



Ok. Ammettiamolo subito: premio meritato. Degno del profilo adunco della vecchina a cavallo di una scopa. Perfettamente conforme alle aspettative del premio di mezza estate. E pensare che sin dalle prime pagine avevo meditato di scriverne in maniera dispregiativa lusingando l’idea di stroncarlo in pieno. Da lettrice, è chiaro, non sono mica un critico letterario.

Una quantità esagerata di turpiloqui e volgarità e oscenità. Se non avessi avuto la patente di ‘lettrice indefessa e ostinata’ non penso che sarei riuscita ad apprezzarlo. Ed è stata questa la vera fortuna. Perché dopo un universo mondo di sottolineature sull’ossessione primaria dei protagonisti, dopo il linguaggio scurrile in cui ho navigato per tutta la buona metà del romanzo, finalmente sono approdata su qualcosa di essenziale, di più profondo, di più interessante. Non intendo affatto star qui a proporvi un riassunto ben congegnato dell’ultimo romanzo di Piperno: sarebbe eccessivamente noioso e oltremodo inutile. Il fine di questa recensione è esclusivamente quello di puntare una lucina verso un romanzo che riesce a carpire l’interesse del lettore grazie alla sua scrittura scanzonata, rapida, pungente, irriverente ma anche sensibile e tale da pizzicare le corde dell’emotività insita in ciascuno di noi. Non solo cinico e perverso, strafottente e megalomane, solitario (l’ho detto, la prima buona metà ti sconcerta al punto da farti credere che un’opera buona sarebbe quella di diseredarlo nel punto più nascosto della tua personale mini biblioteca casalinga!) ma anche un bontempone: ecco il ritratto del libro, da cui salta fuori, come in un trompe-l’oil, la natura più marcata del suo autore. Già, Alessandro Piperno. Insegnante di letteratura francese a Tor Vergata. Di solito, ciò che accade quando si legge un libro è di figurarsi talmente bene il protagonista, grazie alla descrizione minuziosa offerta dall’autore, che quel personaggio pare entri a far parte della nostra vita, per cui si può avere l’impressione di scovarlo in un angolo della strada che stiamo percorrendo, o di confonderlo col destinatario di una canzone trasmessa alla radio, di attribuirgli, insomma, una vita propria che si districa nella nostra quotidianità di lettori appassionati. Bè, quello che mi è capitato leggendo ‘Inseparabili’ è un fenomeno opposto: perché quello che m’è sembrato rivivesse in assoluto è l’impronta dello scrittore. Ecco, già vi vedo mentre vi dimenate dalla sedia!, lo so, pare una banalità perché è ovviamente ragionevole rintracciare il profilo dell’autore nei suoi personaggi. Eppure ciò che intendo io è un’altra cosa. Piperno si confonde e si fonde nei due fratelli, Filippo e Samuel. Inseparabili perché insiti in una stessa persona. Samuel-Piperno-Filippo. È l’eterno dualismo che imbratta il sottosuolo di ognuno di noi. Piperno s’incarna in Samuel, ma Samuel cerca di assomigliare a Filippo? E’ così che stanno le cose? Oddio!, possa io scampare da ragionamenti cervellotici che turbino l’attenzione dei due miei lettori!

Ma torniamo ad Alessandro Piperno. Schivo, quasi costretto ad imbrogliarsi in quell’evento mondano, così estraniato dal turbinio mediatico che caratterizza la serata. Ma quanto il suo aspetto è anche mostruosamente aderente alla sua anima! Avreste dovuto vederlo durante la serata della premiazione!, (chiariamo che la sottoscritta non era seduta tra i ben educati ministri della nobiltà romana, quelli che applaudono con morigeratezza perché temono che possano spellarsi le mani ad ogni battito della palma contro l’altra, mettendo così a repentaglio l’esistenza dei loro gioielli o dei loro orologi super costosi. No, io ero a casa ad onorare il mio sacrosanto posto in prima fila), e non potete sapere come mi gongolavo nell’osservare lo scrittore romano quando veniva proclamato vincitore dell’ambito premio Strega! Un attimo prima completamente distaccato, così noncurante del fatto di essere finalista con altri quattro colleghi-scrittori, capitato quasi per caso in quel contesto tanto salottiero e distante anni luce dalla sua vera natura, e poi!, benedetto clamore della vittoria! Eccolo lì, imbambolato (è questa la doppia essenza che vivacchia nel nostro seminterrato dell’anima?) più del dovuto che pare non credere alle proprie orecchie e agli urli e applausi da stadio che gli provenivano da una ristretta cerchi di amici, veri sostenitori in carne ed ossa, che davano uno scossone agli impomatati esseri inerti che occupavano le prime file lasciandosi andare all’unica espressione consona alle loro facce: sbalordimento per tanta ‘caciara’ in un posto altolocato come quello! E dovevate vederlo, il vincitore, come tracannava la sua buona bottiglia di liquore ‘Strega’, onorando così nel miglior modo possibile, la sua meritata vittoria letteraria!



Bene, questo è tutto quello che avevo da dirvi, miei cari due lettori. Tenete d’occhio Piperno, il moderno scrittore decadente, maledetto al punto giusto come solo i poeti francesi hanno insegnato ad essere.

P.S.: chissà che Ferzan Ozpetek non decida di ricavarne un film! Dico Ozpetek per scongiurare qualsiasi intervento di Luchetti, il regista che ha stravolto, con molta cura e devozione, il mio caro fasciocomunista Accio Benassi nel suo improbabile ‘Mio fratello è figlio unico’. E quindi, se mai qualche regista intenderà ispirarsi all’ultimo premio Strega, non escluda l’intervento dell’autore che saprà bene offrire il suo prezioso contributo!


Ah, tanto per: Pierfrancesco Favino nel ruolo di Samuel, Michele Riondino nel ruolo di Filippo, Virna Lisi nel ruolo di Rachel, Barbora Bobulova nel ruolo di Silvia, Martina Stella nel ruolo di Anna, Barbara Tabita nel ruolo di Ludovica…

lunedì 30 luglio 2012

Il mostro al di là del mare, dirimpettaio pestifero, non può essere abbattuto. Inietta in corpi rassegnati tarli indomabili, che dissanguano le aspettative. Ma mantiene ventimila cucine. Uccide e al tempo stesso è ragione di sopravvivenza. Si presenta, fra le sirene della notte e gli ululati delle corsie, come il più riuscito monumento alle miserie dei nostri giorni. Nubi rosse strozzano i cuori e si posano nella penombra delle sacrestie.


lunedì 23 luglio 2012



L’anniversario della strage di Utoya è stato macchiato dal dispiegamento pubblico dell’odio corvino coltivato a lungo da tal James Holmes, ventiquattrenne disadattato e misantropo. Se Breivik era animato dal livore manicheo proprio dei fanatici, armato dai deliri omicidi dell’ideologia nazista, il ragazzo di Denver confondeva videogame e realtà, finzione cinematografica e quotidianità. Commemoro le vittime sacrificali della loro vacuità esistenziale, proponendo il momento culminante di una manifestazione tenutasi nella scorsa primavera ad Oslo: quarantamila cittadini hanno intonato, seguendo Lillebjørn Nielsen, cantore di pace e uguaglianza, la canzone più detestata dal nazi-killer. Il gesto può valere anche per l’alienato americano. Bisogna reagire contro l’esibizione dell’intolleranza violenta, riaffermando, con convinzione ma pacificamente, i princìpi minacciati dagli assassini.

domenica 8 luglio 2012

Il cielo capovolto Quel che ho visto o sentito negli ultimi giorni mi fa sorgere il sospetto di essere un marziano catapultato in una galassia aliena. In primo luogo, pensando a un piccolo arrampicatore sociale, che ha a lungo beneficiato della mia disponibilità, sono quasi sospinto a credere che il soccorso disinteressato sia un atto dovuto. Già, un insieme di gesti da tributare a personalità confuse che si ricordano di un’esistenza soltanto allorché hanno un bisogno da soddisfare, e per le quali si può anche marcire in una cunetta, fra licheni e salici selvatici, tanto il mondo va comunque avanti. Rievocando uno dei racconti più crudi di Hugo, mi viene da definirli comprachicos, gente così priva di scrupoli che, pur di trarre un tornaconto, è disposta anche a “lavorare l’uomo come i Cinesi l’albero”. Adieu comprachicos!
In secondo luogo, ho notato che la stampa locale ha elogiato con enfasi da rotocalco le capacità organizzative di alcune associazioni giovanili che sono riuscite ad allestire una manifestazione, spacciata per notte bianca (!), che ha fatto convergere una massa ingente di persone nel corso principale della città. Notizia superficiale, dovuta a una considerazione istintiva o distratta dello stato effettivo delle cose. Quali sono i meriti dei sodalizi tanto celebrati? Sono fittizi, virtuali, privi di una sede e di regolamenti ufficiali. Sul fondo della loro ambiguità istitutiva, svolgono apparentemente funzioni di volontariato. In realtà si tratta di conventicole di disoccupati che traggono vantaggi della gratitudine dei mercanti del corso, che, nascosti dallo scudo benemerito ma falsario del no profit, incrementano gli interessi per la moltiplicazione prodigiosa degli avventori, e al tempo stesso sono esenti dal vincolo dell’occupazione di suolo pubblico. La consueta confusione fra pubblico e privato, sigillo mortifero del berlusconismo più pornocratico, che – ahimé – ancora persiste. Come se non bastasse, gli organizzatori hanno tradito le tradizioni locali, inscenando riti e mitologie salentine come se fossero tracce di un passato immaginario, e hanno conferito alla città un’anima contadina e cafonesca che non ha riscontri nella storia. Al limite potrebbe essere un triste presagio del domani.

venerdì 6 luglio 2012



La sua grazia è tanto oscena da lasciarmi sgomento.

Mi sfida a temere l’intemperanza.

La fermentazione del cuore dà luogo
a putrefazioni crepuscolari,
che sfumano nel sonno.

Venerazione dell’incanto,

trionfo terrestre di un Nume ignorante e beffardo

all’oscuro delle mie preci imprecise,

sussurrate, dimenticate. Tradite.

Ignora l’ara del disincanto,

violata da attese disarmate.

mercoledì 9 maggio 2012



Avrei tante cose da scrivere, ma non mi va, potrei rivelarmi più spigoloso del solito. Potrei tentare di abbozzare un'analisi sociologica sulle fortune del movimento di Grillo, spiegando le ragioni per le quali sarebbe un errore tentare di ridimensionarlo mediante l'attacco frontale, argomentando che bisognerebbe piuttosto adottare nei suoi confronti la stessa strategia con la quale la DC dissolse l'Uomo Qualunque di Giannini. Ma non mi va. Avrei voluto scrivere qualcosa su uno degli eventi delle ultime settimane che mi colpito di più, vale a dire la straordinaria manifestazione contro lo squinternato esecutore della strage di Utoya: migliaia di persone che intonano all'unisono la canzone che più detestava:bellissimo. Ma non mi andava. Meglio una canzone...

lunedì 23 aprile 2012

Potessi riascoltare la canzone di Guccini ‘Il vecchio e il bambino’… Troppo struggente, tessitrice di trame commoventi a cui non so ancora dare un nome. Gli odori della natura, i giaggioli fioriti, il colore delle viti e l’oro degli alberi d’ulivo: in qualunque cosa si ritrae il tuo volto mentre il vento mi precipita in un’altra dimensione che contrasta con la realtà. Un mese, domani. Un soffio, tanto mi pare sia durata la nostra compagnia, le nostre giornate, il nostro parlare. Tutti quegli anni volati via nel soffio di un sabato mattina… Un mese domani, eppure debbo ancora abituarmi al pensiero che non potrò più abbracciare il mio amato nonno. Io, che lo paragonavo ad un albero secolare, resto ferma a guardare il tramonto coll’idea di poterlo ritrovare nel bagliore che attraversa le nuvole…

sabato 31 marzo 2012



Un omino ha perso la via di casa, all’alba di un sabato troppo mite per essere vero. Giaculatorie, nenie, paternoster, benché non avesse mai creduto nelle ragioni del cielo. Le sue attenzioni erano per la terra, e i suoi prodotti, e prima ancora per la calce, e la sue polvere grigiastra. Guardava con sospetto alle astrazioni, non sapendo cosa fossero. Si orientava sul fondamento delle ripetizioni, non solo della Natura, ma anche delle sue giornate. Agiva sempre induttivamente. Seguiva il TG4, nonostante avesse detestato Berlusconi con tutte le sue forze. Era troppo scaltro per farsi ingannare. Rientrando a casa dall’orto impiegava più tempo del dovuto: ogni passo una memoria, una battuta un sorriso smaliziato.

giovedì 15 marzo 2012

Reagire, per potermi dire vivo




Non sono così malconcio da ridurmi a sfruttare questo spazio «pubblico», aperto alla condivisione delle idee, per fare un po’ di autopromozione di terza fascia. Del resto, ho sempre guardato con sospetto gli spiriti più istrionici, ovvero quanti sanno vendersi con maestria. Tuttavia, chi mi conosce sa che coltivo nella quotidianità una morale piuttosto semplice, ispirata a princìpi di reciprocità solidale non immuni da scrupolosità. Tuttavia, così procedendo, non rivendicando nella durezza di legittime opposizioni, ragioni abusate, molestate, stuprate, calpestate, logorate, mortificate, morirei, sopraffatto dalla violenza del mondo. Al diavolo gli scrupoli, retaggio dell’etica della consolozione, logica della rassegnazione, codice del gregge!

mercoledì 7 marzo 2012


Enzino Ottaviano, pater patriae





Quando in una cittadina di provincia diverse centinaia di persone si radunano spontaneamente per accompagnare un feretro in chiesa, vuol dire che l’oggetto della commemorazione funerea era stato in vita un soggetto speciale, al di là dell’infusione del carisma e delle qualità professionali. Se si intendesse il contesto locale come un microcosmo sociale, Enzino Ottaviano potrebbe essere inteso, con sacrosanta ragione, come il «pater patriæ», un’icona. Amministratore generosissimo, provava un’autentica passione per gli strati più umili della fauna cittadina. È difficile immaginare un valido docente di storia e di filosofia dialogare con persone che consumano il vernacolo nel lessico della rassegnazione. Seppe farsi carico di bisogni che erano finanche ben distanti dalla prerogative che solitamente spettano al Sindaco. Se il sindaco è colui che amministra con giustizia (syn-dikaios), allora è stato il Sindaco, nel senso che non scontentava nessuno, nella sua vocazione profondamente altruista, che non era né democristiana né populista, ma autenticamente «popolare». Certamente, l’amministratore che sa accontenare tutti, non sempre riesce a costruire il bene comune, che presuppone rinunce, sacrifici. L’eccesso di generosità è un boomerang. Tuttavia, agì sempre in buona fede, con la mente sgombra da secondi fini. Alcuni mestieranti della politica continuano maldestramente ancora oggi, soprattutto oggi, a rivendicare un’eredità politica che non gli compete. Ottaviano non ha lasciato eredità, dato che il suo impegno sociale sfuggiva ai precetti più elementari dell'amministrazione pubblica. Non ha formato eredi. L’oscura mediocrità dei suoi successori, lontanissimi dall’ideale che animava le sue giornate, acuisce il rimpianto sul fondo di un’inesorabile nostalgia. Purtroppo non seppe o non volle riconoscere (o ammettere) la bassezza dei suoi collaboratori, gli sparvieri in giacca e cravatta che ieri ruotavano incessantemente attorno al suo sepolcro di fiori e rimorsi. Addio Enzino, non dimenticherò l’unica lezione (sulle mitologie delle antiche civiltà) che ebbi modo di seguire, così come il riconoscimento pubblico di una passione che rispondeva soltanto alle ragioni del cuore.



giovedì 1 marzo 2012



«Come ad esempio una canzone mentre la stai cantando, di là qualcuno muore, qualcun altro sta nascendo: è il gioco della vita, la dobbiamo preparare che non ci sfugga dalle dita come la sabbia in riva al mare».

Ciao Lucio,

grande cantautore che ha saputo farsi amare anche dalle massaie.

lunedì 20 febbraio 2012



Sono in viaggio, per tornare dopo quattro mesi, sempre per ragioni filosofiche, in Emilia. Attraverserò di nuovo Modena, spingendomi sulla via Emilia fino a Reggio. L’occasione del ritorno è oltremodo stimolante: nel corso del XXI Convegno Nazionale dei dottorandi in Filosofia presenterò (per essere preciso, giovedì mattina) una relazione sull’interesse di Leibniz per la medicina (La cura del mondo). Si tratta di un interessante banco di prova, dato che mi viene offerta la prima opportunità per esporre, al cospetto di un pubblico qualificato, le intuizioni che stanno facendo lievitare la tesi di dottorato.

sabato 11 febbraio 2012

La carriòla


Per Lisbona. Perché nel titolo rivive Lisbona e dunque Pessoa. Pessoa in realtà viene citato non molto spesso, due sole volte: una nel racconto, l’altra sul frontespizio del libro.


Rua dos Douradores. E se Bernardo Soares avesse deciso così, all’improvviso, di cambiare vita, di lasciare il suo lavoro e il suo ufficio e saltare sul primo treno in partenza alla stazione? Ecco, allora non avremmo avuto il Libro dell’Inquietudine. Dilaga il respiro del poeta portoghese e gonfia le pagine di quest’altro libro di cui vi scrivo e in cui si narra la storia di un professore svizzero di lingue morte – latino, greco, ebraico – che una mattina, mentre percorre la strada che lo separa dal suo liceo, s’imbatte in una donna che, a giudizio di Raimond Gregorius, pare voglia gettarsi da un ponte. Il professore scoprirà che la giovane donna è portoghese. Português. “La o, che lei sorprendentemente aveva pronunciato come una u, la sonorità stranamente soffocata e in crescendo della ê e la sc strascicata e morbida si fusero per lui in una melodia che echeggiò più a lungo di quanto non fosse accaduto in realtà, e che avrebbe amato poter ascoltare tutto il giorno”.


“Delle mille esperienze che facciamo, riusciamo a tradurne in parola al massimo una e anche questa solo per caso e senza l’accuratezza che meriterebbe. Fra tutte le esperienze mute si celano quelle che, a nostra insaputa, conferiscono alla nostra vita la sua forma, il suo colore e la sua melodia. Allorché ci volgiamo, quali archeologi dell’anima, a questi tesori scopriamo quanto sconcertanti essi siano. L’oggetto che prendiamo in esame si rifiuta di stare fermo, le parole scivolano via dal vissuto e alla fine sulla carta rimangono pure affermazioni contraddittorie. Per lungo tempo ho creduto che questa fosse una mancanza, una pecca, qualcosa che si dovesse superare. Oggi penso che le cose stiano diversamente: che il riconoscimento dello sconcerto sia la via regia per giungere alla comprensione di quelle esperienze tanto familiari quanto enigmatiche. Tutto ciò può suonare strano, anzi singolare, lo so. Ma da quando vedo la faccenda in questo modo, ho la sensazione di essere per la prima volta davvero vigile e vivo”.


Questa è l’introduzione del libro scovato per caso da Gregorius in una vecchia libreria antiquaria. AMADEU INÁCIO DE ALMEIDA PRADO, UM OURIVES DAS PALAVRAS, LIBSOA 1975, gli pronuncia a voce alta il libraio. L’orafo delle parole, non è un bel titolo? Allusivo ed elegante. Come argento opaco. Spesso, nell’osservare i suoi alunni, Gregorius s’era perso in un pensiero, sempre più frequente e tanto lontano da lui: “Quanta vita hanno ancora davanti a sé; come è ancora aperto il loro futuro; che cosa ancora può attenderli; quante esperienze possono fare ancora!” e adesso lì, in quel rifugio avvolto nell’odore di polvere e di rilegature in pelle, il libraio gli traduce un’altra frase dell’autore ignoto: “Se è così, se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è in noi, che ne è del resto?”


Il romanzo narra l’esperienza di un uomo ordinario che ad un certo punto della sua vita, contro ogni aspettativa che avrebbero potuto offrirgli il suo carattere e la sua prevedibilissima volontà, decide di darle una sterzata, di seguire l’istinto, di fidarsi della sua voglia di evadere dal mondo stantìo che lo circonda, di allontanarsi dalla sua amata Bubenberghplatz, dove aveva trascorso tutta la sua vita, dove sapeva orientarsi, dove era a casa… Il libro di Prado gli fornisce l’ingresso in un altro se stesso e il viaggio che lo condurrà a Lisbona avrà il merito di forgiarne il carattere e l’aspetto (gli occhiali ne saranno una prova). Ecco perché in qualche modo il gusto pessoiano non può che essere avvertito in ogni alito delle lettere stampate. Nel suo Livro do Desassossego il poeta scriveva: - Nessuno mi ha riconosciuto sotto la maschera dell’identità con gli altri, né ha mai saputo che ero maschera, perché nessuno sapeva che a questo mondo esistono i mascherati. Nessuno ha supposto che al mio lato ci fosse sempre un altro che in fondo ero io. Mi hanno sempre creduto identico a me stesso. - (Libro dell’Inquietudine, annotazione del 7 aprile 1933).


La struttura del romanzo è un classico libro nel libro, perché la narrazione è intercalata dalle continue annotazioni di Prado. Ma c’è qualcos’altro. Non è solo un racconto nel racconto, ossia il narrare della vita di Prado e le conseguenti rivoluzioni che essa provoca nella vita di Gregorius. Il professore, infatti, si insinuerà talmente bene nel passato del portoghese - conoscerà gli amici più cari dello scrittore affratellandosi con alcuni di loro - che arriverà a scoprire sempre più nuovi volti anche nella pedissequa, invariata sovraccoperta della sua esistenza. Ad un certo punto Gregorius si chiederà: “Era possibile che la maniera migliore per accertarsi di esistere fosse imparare a conoscere e a comprendere un altro?”. E il mio amore per i libri non può non suggerirmi che dal racconto nel racconto, dal libro nel libro, ne viene fuori un terzo: quello dell’osservatore esterno, del destinatario delle parole scritte, del lettore che di pari passo con l’eroe del romanzo compie anch’egli un viaggio, quello dentro se stesso. Ho sempre considerato la lettura una maestra di vita perché attraverso i libri s’impara a scoprire il mondo e anche un po’ se stessi: senza un libro appresso penso di non saper camminare! Leggere è vita, è amare, è stupirsi di se stessi e anche degli altri. È, come mi ricorda un piccolo poster incorniciato che ho di fronte mentre scrivo, un guardare oltre: “Chi legge…guarda lontano”, così sentenzia il motto del quadro. E mi vengono in mente i capolavori di quel genere artistico che ci lascia sempre in qualche modo perplessi e dubbiosi: siamo di fronte alla realtà o al sogno? È un trompe-l’oeil, un’immagine che salta fuori per rubarci l’anima e i desideri nascosti per poterli realizzare.


Una frase, su tutte, ha senza dubbio punzecchiato la mia attenzione ed è quella espressa a riguardo della lealtà nei confronti di se stessi: “L’impegno a non fuggire neppure davanti a se stessi. Né nell’immaginazione né nell’azione. L’essere pronti a rimanere fedeli a se stessi anche quando ci si detesta”. Poetava il mio amato Pessoa: “Penso che esprimere una cosa sia conservare la sua forza e privarla della sua terribilità”. Dunque, per restare fedeli a se stessi anche quando si ha l’impressione di scontrarsi con i propri principi, occorre svelare l’altro nostro volto che scompare dietro la patina di deferenza che si mostra fedele alle aspettative degli altri. In una delle tante annotazioni Prado elabora questo pensiero: “Succede anche agli altri di non riconoscersi nel proprio aspetto? Di avere l’impressione che la propria immagine riflessa sia semplicemente una quinta che deforma tutto in modo grossolano?”. E perdonatemi, miei due cari lettori, se ancora una volta vi strazio con la mia fisima pirandelliana. Ma non vi sovviene il superbo ‘Uno, nessuno e centomila’?: - …Mi accadde di sorprendermi all’improvviso in uno specchio per via, di cui non m’ero prima accorto. […] Non riconobbi in prima me stesso. Ebbi l’impressione d’un estraneo che passasse per via conversando” […] “Era proprio la mia quell’immagine intravista in un lampo? Sono proprio così, io, di fuori, quando – vivendo – non mi penso? Dunque per gli altri sono quell’estraneo sorpreso nello specchio: quello, e non già io quale mi conosco: quell’uomo lì che io stesso in prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono quell’estraneo che non posso veder vivere se non così, in un attimo impensato. Un estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri, e io no. -
Ho tentato così di recensire un libro, a parer mio un buon libro, che ha nel titolo il gusto del viaggio verso luoghi sconosciuti della terra e verso altrettanti luoghi che non si finisce mai di esplorare, come quelli della propria anima. Si può essere sicuramente migliori di ciò si appare. Basta scoprirlo e rivelarlo.


Treno di notte per Lisbona.
Di Pascal Mercier (pseudonimo di Peter Bieri, docente di filosofia della Freie Universität di Berlino). Perché uno pseudonimo? Perché nel suo ambiente non si può attribuire credibilità ad uno che decide di scrivere romanzi. E allora s’inventa, riconoscendosi, un altro se stesso. Tutto qua!

Dare buoni consigli significa mancare di rispetto alla facoltà
di sbagliare che Dio ha dato a tutti noi. E poi le azioni altrui
devono avere il vantaggio di non essere uguali alle nostre.
È comprensibile solo chiedere consigli agli altri:
affinché possiamo sapere, agendo in modo opposto, chi siamo
esattamente noi, assolutamente in disaccordo con l’Alterità.
(Livro do Desassossego)

domenica 13 novembre 2011



Soltanto l'incanto estetico può redimere la volgarità espressa sotto forma di sguaiataggine smisurata.

sabato 12 novembre 2011



Con il passare degli anni non dimenticheremo questo giorno che, essendo ancora sospeso dall’incertezza delle trattative che sono tuttora in corso nei palazzi romani, non ha ancora dispiegato del tutto le prospettive che incuba. Giustizia e libertà invita i cittadini ad esporre un vessillo alle finestre, per sancire la liberazione dell’Italia dal (quasi) ventennio berlusconiano, stagione di mortificazione del diritto e del buon senso, ragione di ilarità a buon mercato oltre i confini. Torneremo a respirare e persino a seguire il TG1.

venerdì 28 ottobre 2011



Sono intristito dalla notizia della scomparsa di James Hillmann: è come se avessi perso il maestro preferito o l’unico professore di liceo che ha lasciato qualche traccia sulla mia formazione. Quando avevo 16 o 17 anni consumavo fino all’ultima pagina i suoi saggi, ricavandone impressioni di pienezza esistenziale, nel senso che le sue parole, così suggestive, erano pietre che scalfivano le prime crisi adolescenziali. Ho il profondo rammarico di non aver mai avuto l’opportunità di seguire una sua lezione, magari a Modena nel settembre 2007. Quando penso all’anima, comprendo che il suo unico possibile significato coincide con quello teorizzato da Hillmann nelle sue opere: il giardino è l’anima. «Noi oggi tendiamo a dimenticare che l’anima non è solo dentro di noi, ma anche fuori di noi. E quando siamo in un giardino alla francese o di qualunque altro tipo di giardino, si manifesta qualcosa dell’anima mundi. L’Anima del Mondo si rende visibile ed anzi si mette in mostra».

giovedì 6 ottobre 2011

Leibniz e il meccanicismo - 20-21 ottobre Cassino




Sono affezionato a Cassino, la considero la mia seconda città. Per questa ragione, sono felice di aver offerto il mio contributo per organizzarvi, dopo tre anni, un secondo convegno leibniziano. Proprio a Cassino, dove i corsi universitari di Filosofia sono stati falcidiati dal ministro Gelmini. Ho sempre trovato un gusto particolare nell’andare à rebours: cosa può esserci di più significativo e di più libertario del riportare un po’ di luce laddove i barbari hanno fatto calare le tenebre? Proprio a Cassino, dove ho studiato per cinque anni. A Cassino dove pochi giorni fa si è spento un amico. La cancellazione di un nome dalla rubrica è un gesto drammatico, poiché è indotto da una tensione inderogabile, definitiva, finale, che coincide con la consapevolezza di un contatto troncato dal caso. A Cassino, che inizia ad essere sfumata dalla nebbia, sopravvivevano vaghe idee di socialismo, prime delle lezioni, dopo gli esami, fra un caffè e uno sbadiglio. Addio Antonio, riposa in pace.

giovedì 15 settembre 2011

La mansarda sessantottina e il tuffatore



Cari amici libertari, vi scrivo da una bellissima mansarda sessantottina che si affaccia sulle vie deserte, silenziose, placide, sospese, del centro di Modena, la «piccola città, bastardo posto» di Guccini. Ho raggiunto l’Emilia per partecipare al festivalfilosofia 2011 sulla natura, in qualità di ospite degli organizzatori. Non potevo declinare un invito tanto inatteso e gratificante. Resterò qui, fra «cento finestre, un cortile, le voci» fino a domenica, raggiungendo comunque anche Carpi e Sassuolo; e poi lunedì mi concederò una passeggiata nel cuore di Bologna, prima di rientrare nelle mie lande consuete.





Benché continui a far vistosamente caldo, vorrei salutare l’estate. Lo faccio magari per propiziare l’arrivo dei primi temporali, perché vorrei vedere ovunque cimiteri di foglie. Fra le funzioni che dovrebbero legittimare l’esistenza di un blog rientra la promozione di idee alternative ai dettami dell’opinione pubblica cara al regime democratico e alle potenti consorterie faziose che vorrebbero condizionarli, ma anche di «chicche» artistiche note a pochissimi cultori, gioielli abbandonati in nicchie dimenticate. Così, mi è tornata in mente una ballata struggente, capace di distillare malinconia nella sospensione del tempo, qual è Il tuffatore (1982), il capolavoro di Flavio Giurato, fratello del più noto Luca, carnevalesco personaggio della TV generalista, che ha riconosciuto nello stupro linguistico il copione del suo successo ventennale. Flavio ha creato poesia per pochissimi estimatori, mentre Luca ha fatto giornalismo di quinta fascia per le masse incolte. Ovviamente Flavio è sconosciuto ai più. Se Flavio non avesse subito il fardello della popolarità di un fratello tanto ingombrante e sgrammaticato, sarebbe (forse) diventato un interessantissimo artefice della canzone italiana d’autore di più alto spessore. Saluto l’estate 2011, sognando di essere un tuffatore…

lunedì 12 settembre 2011

La carriòla


L'Agro Pontino, la luna e i filò



Non è che volessi proprio starlo a sentire. Ma mi osservava, mi scrutava. Lui a me! Mostrando indifferenza continuavo a cercare tra gli scaffali e mentre frugavo tra mille titoli mi pareva dicesse: “Sì, sì. Cerca, cerca. Ti dico che non troverai nulla e dovrai riabbassare lo sguardo verso di me. T’ho vista che mi guardavi!”. E bè, sì. Lo guardavo, ma chissà perché, m’ero messa in testa che non dovessi interessarmene. Ho cambiato scaffale e sebbene non riuscissi più a vederlo, era come se ci fosse un’energia strana che mi attirava verso di lui. Avete presente l’energia della calamita? Comunque, continuavo a inventariare titoli senza trovarne uno che mi andasse a genio e mentre spulciavo tra le varie copertine chi va a pararmisi davanti ? pensavo d’averlo debellato e invece m’è capitato davanti il fantasma di Simone Simonini e allora ho svicolato alla chetichella senza farmi vedere! Viaaa! Chi è Simone Simonini? Oh, bè. Sarebbe una storia troppo lunga da raccontare ed io non voglio proprio raccontarvela. Sappiate soltanto che se dovessero capitarvi tra le mani i diari dell’abate Dalla Piccola e i contro diari di Simone Simonini bruciateli senza temere di incappare in una maledizione! Ho il dovere – da lettrice – di mettervi in guardia a proposito de Il cimitero di Praga di Eco. Anatema sul professore! Accidenti, che il diavolo se lo porti. Che megalomane, è riuscito comunque a far parlare di sé. E io che volevo raccontarvi un’altra storia.
Ma torniamo al mio incontro. Dunque, continuavo a spulciare tra titoli copertine e scaffali quando proprio non ho più resistito. Gli sono andata incontro e ho cominciato a sfogliare le prime pagine. Ecco, ti pareva. Che dice? “Bello o brutto che sia, questo è il libro per cui sono venuto al mondo”… sì, vabbè. Mi vuoi convincere a stare ad ascoltarti. Decido di comprarlo. Intanto, mentre tergiversavo tra altri libri, mi giravo e rigiravo quello tra le mani. È che proprio… Non è che il titolo mi ispirasse molto… Canale Mussolini… Mus…soli…ni…, no-no-no. L’ho risistemato al suo posto, nello scaffale. Però continuavo a ripensare a quello che avevo letto dopo la prefazioncina della prima pagina (di solito prima di acquistare un libro dò un’occhiatina veloce all’incipit del libro - ossia, alle prime righe del primo capitolo - così, giusto per farmi un’idea. Ma un’occhiatina piccola piccola!). Sono tornata indietro e mi sono detta: “ Mah, dopo il cimitero di Praga posso leggere qualunque cosa!”. “Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perché se no?”. E’ così che ho iniziato ad ascoltare la storia della famiglia Peruzzi, di zio Pericle, zio Adelchi e dei nonni.




Che eccellente narratore! Non ho staccato un attimo l’orecchio dal suo racconto e perciò il libro l’ho divorato in tre giorni. Romanzo godibilissimo, strutturato secondo un caleidoscopio di memorie, scrittura scorrevolissima (sebbene s’incontrino spesso espressioni in dialetto veneto, peraltro comprensibilissime), quattrocentocinquantacinque pagine senza un attimo di noia (argomento, questo, assolutamente presente nel racconto di Simone Simonini!, ancora lui, maladéto tì e i Zorzi Vila!). Istigatore dell’animo umano quando mi racconta la preparazione dei cappelletti della nonna: sì, ho ritrovato in ogni rigo le sensazioni, gli odori e i colori dell’ infanzia trascorsa coi miei nonni. Addirittura poeta, per il piacere che esalta nel descrivere l’orgoglio della gente quando ricorda i campanili del proprio paese: “Era un ristoro quando in campagna - sotto il sole, a zappare le bietole - sentivi il tocco delle ore e tutti rialzavano la schiena, e asciugandosi la fronte mandavano lo sguardo al campanile. Non serviva solo come punto d’orientamento - che pure è già importante, in mezzo al piano sterminato della Valpadana - ma era il punto d’ancoraggio a cui attaccare l’anima, perché era grazie a lui che tu sapevi di non essere solo in mezzo a questo piano e che in caso di necessità avrebbe suonato le sue campane e tutti sarebbero accorsi per darti e darsi aiuto”. Non è poesia? Personalmente ritengo di sì, e checché ne dica Maurizio Cucchi!
Mi è piaciuto il pensiero sul viaggio espresso così: “In ogni viaggio c’è sempre - prima - la bramosia del nuovo, la fretta d’arrivare, lo svagarsi del trambusto. Ma poi si fa strada l’ansia di ciò che t’aspetta, il timore di quel che non t’aspetti e l’indolenzimento delle ossa sulle panche di legno dei sedili, la nostalgia di ciò che hai lasciato, la gente che non vedrai mai più, la voglia di continuare a dormire senza più svegliarti - dormire nonostante i raggi di sole che dal finestrino ormai ti infastidiscono gli occhi - e vorresti che il viaggio non finisse più. Invece no: “Strìììììì…”. Giù dalle carrozze!”. Molto pirandelliano, devo dire. E non solo questo. Ho trovato una forma pirandelliana anche nello stile della narrazione, ossia, quel raccontare la storia al lettore ponendoselo di fronte e dandogli del lei.




Comunque, il filò è giunto poi al termine. Volete sapere cos’è il filò,nevvero? Avete ragione e vi accontento subito. Il filò appartiene alla tradizione veneta e consisteva (uso l’imperfetto perché credo che oggi sia stato surclassato da un’altra tradizione, quella televisiva con le sue banalità) nel “riunirsi tutti a sera, dopo cena, ora in un podere ora in un altro a raccontarsi storie, fòle, favole e roba del genere, al lume di candela o di petrolio”. Il filò è dunque terminato davvero, ma c’è ancora qualcosa che mi svolazza intorno alla testa come fosse il ronzìo d’un ape. Ad un certo punto della storia, zio Pennacchi mi racconta che zia Santapace volendo quasi assecondare un desiderio della nonna, decide di mandare in seminario i suoi due figli: Manrico e Accio. Accio Benassi. Ma caro il mio zio Pennacchi, questo Accio Benassi non è per caso il protagonista di un’altra tua storia? E certo! Che furbata! Ora, vedi, non posso proprio fare a meno di chiederti di riunirci ancora per un altro filò, quello del Fasciocomunista Accio Benassi! E allora devo correre di nuovo in libreria (col rischio di scontrarmi di nuovo con Simone Simoni...! Ma stavolta gli tiro in testa il Canale Mussolini di Antonio Pennacchi che ha pure vinto il sul bel Premio Strega l'anno scorso). Eccola l'ape che mi ronzava intorno. Però, zio Pennacchi, che fiòl d’un can!!

venerdì 12 agosto 2011



«Sai dove comincia la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia…»




Internet ha contribuito in maniera definitiva a livellare le differenze fra il centro e le periferie, nel senso che un computer connesso alla Rete da un paesotto arroccato su un monte dimenticato diventa il centro del mondo. La connessione telematica annulla, così, il senso del ritardo (nell’apprendere notizie, nell’adeguarsi alle mode, etc…), che tradizionalmente ha reso problematico il vivere in provincia: un ragazzo residente in corso Buenos Aires a Milano e un suo coetaneo che consuma vuote giornate in un quartiere popolare di un paesino sconosciuto ai più si vestono nello stesso modo, ascoltano la stessa musica, coltivano le stesse fantasticherie, parlano lo stesso «linguaggio» (inflessioni dialettali, a parte). La specificità della vita provinciale è l’inevitabile condivisione degli spazi urbani con la solita gente di sempre. Grazia o tedio a morte? Direi, gran seccatura, che richiede una logica della sopportazione… Bisogna schivare gli sguardi indiscreti e le civetterie di circostanza, tollerare i comportamenti autoreferenziali e soprattutto una molteplicità di considerazioni arbitrarie fondate su una radicata (ma ingiustificata) autostima oppure su clamorosi errori di valutazione reiterati negli anni. Come si sa, poi, i piccoli centri hanno in comune con i vecchi una tendenza al conservatorismo. Come sopravvivere, dunque, nella provincia della provincia, in cui «moriamo ogni giorno dei medesimi mali», «siamo tutti uguali, siamo cattivi e buoni e abbiamo gli stessi mali, siamo vigliacchi o fieri, saggi, falsi, sinceri, coglioni»? Proprio così, perché lo spirito comunitario è fasullo, un gioco di facciata e ognuno vive dei propri egoismi… Dunque, come sopravvivere? Mi viene in mente un pensiero di Antonio Gramsci, tratto dalla lettera al fratello Carlo del 12 settembre 1927: «bisogna sempre essere superiori all’ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credersi superiori».

martedì 9 agosto 2011



Il venditore di tristezza

Qualche giorno fa ho partecipato al funerale della madre di una vecchia amica di famiglia. Benché la città fosse spopolata da più di una settimana per l’esodo vacanziero, la chiesa era gremita di corpi provati dalla calura, nell’ora della siesta. Non ho trovato posto. Sono rimasto così appoggiato a una delle prime colonne della navata centrale. Da lì ho seguito con attenzione ogni aspetto del rituale: la costernazione delle figlie orfane, la partecipazione di un gruppo considerevole di amici e conoscenti, le letture incerte e quasi balbettanti del diacono, i nastri canterini in sostituzione del coro sparpagliato sulle coste più vicine. Certamente, ho ascoltato con particolare interesse l’omelia consolatoria del parroco, che è piuttosto noto per la tempestività delle sue prove retoriche. Ero così pronto ad ascoltare le consuete nenie del martirio, ritornello conciliante dell’anestesia cristiana risolto in una manciata di minuti. Mi sbagliavo: la grande affluenza e il legame amichevole con i parenti dell’estinta l’hanno indotto a prolungare l’omelia oltre i limiti del buon senso: venti minuti di prolusione dottrinaria, che ha assunto in alcuni tratti i connotati propri del monologo di un evangelizzatore perdente, che vorrebbe essere sbranato dai lupi per essere ricordato da qualcuno. Nessuno fra voi crede realmente nella vita dopo la morte! Un missionario smarrito fra orde barbariche, pagane e idolatriche, il detentore dell’assolutezza della Verità in una comunità di finzioni e dissimulazioni: esercizi di pensiero per incrementare l’autostima, ovvero il senso di sé. Gli scienziati si stanno impegnando per risolvere la vita con una siringa! Tono da comizio, esaltazione del cuore nell’abisso di pensieri perdenti. Qual è il senso di una provocazione pronunciata da un sostenitore ardito delle ragioni della bioetica cattolica al cospetto di una bara, di occhi gonfi di sofferenza? La dilatazione della tristezza. La strumentalizzazione di una tomba in esposizione per fini di mero proselitismo, ovvero la riduzione di una vita a materia di catechismo è l’assurdità della violenza psicologica, che contraddistingue l’attività di numerosi sacerdoti. Il fervore pretesco non ha dedicato neppure una parolina alla defunta: non è stato offerto alle figlie, ai parenti, agli amici, a me – appoggiato con la fronte corrucciata all’ultima colonna – neppure un motivo per ricordare per sempre quella vita, non disperdendola con il passare dei mesi nella fretta delle pratiche della vita quotidiana. La pietà cristiana si è manifestata sotto altre vesti: nella commozione dei presenti, negli abbracci amorevoli degli amici, nell’estinzione dell’odio per la vita nel caldo incenso che ha reso opprimente l’ambiente, nel rintocco monocorde e straziante della campane che ricordava a una città intorpidita che un’altra sua figlia è sparita. Il cuore cristiano è compassionevole: la com-passione è la condivisione della sofferenza, vale a dire la cifra dell’autentica simpatia. Mi viene in mente, al riguardo, un passo tratto da Soi-même comme un autre (1990), uno dei volumi più coinvolgenti del compianto Paul Ricoeur: «La sofferenza non è definita unicamente dal dolore fisico, e neppure dal dolore mentale, ma dalla diminuzione, e anche dalla distruzione della capacità di agire, di poter fare […]. Qui, l’iniziativa, precisamente in termini di potere-di-fare, sembra spettare unicamente al sé, che dona la sua simpatia, la sua compassione […]. Nella vera simpatia, il sé […] si ritrova affetto da tutto ciò che l’altro sofferente gli offre di contro. Dall’altro sofferente, infatti, procede un dare che non è, precisamente attinto dalla potenza di agire e di esistere, ma dalla sua stessa debolezza. È forse là la prova suprema della sollecitudine, che la disuguaglianza di potenza venga ad essere compensata da un’autentica reciprocità nello scambio, la quale, nell’ora dell’agonia, si rifugia nel mormorio condiviso delle voci e nella debole stretta di mani che si serrano insieme». Nella chiesa affollata, nell’ora più calda del pomeriggio in una giornata agostana di desolazione e solitudine, tanti cuori cristiani hanno accolto la debolezza di una famiglia costernata dal lutto per offrire in cambio compassione e sollecitudine, mentre un venditore di tristezza ha tentato di distruggere del tutto la capacità di agire dei sofferenti per issare un vessillo nero.

lunedì 8 agosto 2011

La carriòla




Fantasìa di un pomeriggio di mezza estate...


Di non molti giorni fa la non buona nuova sul più seguito rocker della musica italiana. Il sig. Rossi ha confessato di aver trovato la forza di tirare avanti in tutti questi anni di successo, clamore e musica, nei poco rocker psico-farmaci. Mi viene in mente un vecchio film hollywoodiano dal titolo Il viale del tramonto. Ma andiamo avanti. Ho trovato in questa confessione quella fragilità, quell’essere ‘umano’, quella voce piccola che poco si addice al rauco “Eh!”, che echeggiava tra le onde della radio di qualche anno fa. Curiosa impressione ritrovare in questa notizia l’essenza di un romanzo appena letto che pone la sua orbita sulla verità dell’essere soli, e sulla bramosia dell’adolescenza volata via nel vento delle età trascorse troppo in fretta.
Credo che ognuno di noi abbia la sua Casa in collina, ossia, un rifugio, un nascondiglio, un posto che si può soltanto visitare con la memoria perché la vita ha virato verso altri luoghi, altre strade, altri suoni. Cos’è che ha spinto il sig. Rossi ad anticipare la sua vecchiaia, ad abbandonare la sua musica dal vivo, l’incontro con i suoi imperituri ammiratori? Ha vissuto la sua vita attraverso gli eccessi della droga, le scorrerie dell’alcol, l’esasperazione del successo e… l’invadenza della solitudine. Un artista è sempre solo. Quando crea, quando inveisce, quando esprime la sua arte, quando elabora il suo ardore. Ma è solo. E quando lo intuisce è tardi, è trascorsa una vita senza che se ne sia accorto e allora tenta di riafferrare le fantasie e l’entusiasmo dell’adolescenza ma si perde mentre va alla ricerca della sua casa in collina. Eppure c’è quella casa, esiste quella collina, solo, il nocciolo che svettava lì in lontananza pare assorbito dalle pieghe del tempo e allora si perdono le certezze, la varietà della vita e dei discorsi intorno ad essa. “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” (C. Pavese, La luna e i falò). L’uomo è continuamente alla ricerca di se stesso e sa di potersi rintracciare nella stradina mal ridotta che conduce verso la propria collina lì, dietro quel casolare di campagna.

martedì 2 agosto 2011

Iossio, venafrano dimenticato

(Primo piano Molise, 3 agosto 2011, p. 16)


C’è chi ha inteso la ricerca filosofica come il tentativo di gettare nuova luce su espressioni del pensiero «alienate» dagli orientamenti storiografici, ponendole così in primo piano rispetto ai grandi sistemi, che sono tecniche del «potere» applicate alla fondazione di identità culturali forti. In tal senso, l’esercizio speculativo si converte in un gesto «archeologico».


G. W. Leibniz (1646-1716) fu uno degli esponenti più influenti del pensiero filosofico e scientifico della modernità, forse l’ultimo «genio» europeo. Si occupò di molteplici piani tematici, anche decisamente differenti fra loro, lasciando contributi influenti: scoprì indipendentemente da Newton il calcolo infinitesimale, progettò una delle prime macchine calcolatrici (archetipo del computer), si spese per la riconciliazione dei cristiani nel segno di un’unica Chiesa universale, fu il massimo rappresentante del razionalismo del XVII secolo. Inoltre, si interessò con profitto a problemi di fisica, astronomia, medicina, diritto, etica, politica, storia, non trascurando l’osservazione dei dettagli e lo sviluppo delle intuizioni. L’enciclopedismo presupponeva comunque un’autentica passione per le biblioteche e le raccolte librarie: si formò da autodidatta nella ricchissima biblioteca del padre (austero docente universitario); fra le mansioni cortigiane che assolse presso il duca di Hannover emergeva soprattutto quella di bibliotecario e storico di corte e, inoltre, nel corso della sua vita compose un considerevole fondo librario privato. Nel febbraio 1663, il diciassettenne Leibniz acquistò sul banco di un mercante in occasione di una delle grandi fiere librarie di Francoforte (oppure di Lipsia) uno dei primi volumi per la propria biblioteca personale: la seconda edizione del Tractatus novus, utilis et jucundus, de Voluptate et Dolore, de risu et fletu, somno et vigilia … (typis Wolffgangi Richteri, sumptibus Ioannis Theobaldi Schonwetteri, Francofurti 1603) di Venafranus Jossius, al quale era allegato, per affinità tematica, il notevole trattato sul riso di Antonio Lorenzini Poliziano.



Venafranus Jossius era senza dubbio Nicandro Iossio, filosofo e medico originario di Venafro attivo nella seconda metà del Cinquecento. Insegnò filosofia a Roma, dove nel 1580 fu pubblicata «apud Franc. Zanettum, in 4» la prima edizione del Tractatus. Lo studio di Iossio esprime in maniera lineare i caratteri distintivi propri dell’aristotelismo rinascimentale, intriso di sfumature naturalistiche, svelando comunque una propria originalità nella presentazione di una spiegazione gnoseologica delle facoltà sensoriali e di un’interpretazione «psicologica» del riso e del pianto. Il Tractatus ebbe una buona fortuna: l’edizione tedesca postuma (1603) contribuì alla circolazione dello scritto negli ambienti culturali europei. Certamente Iossio fu letto nel Sacro Romano Impero, in Francia e in Inghilterra: non solo Leibniz, ma anche Gabriel Naudé, bibliotecario del cardinale Mazzarino, e Robert Burton, il celebre autore di The Anatomy of Melancholy (Oxford 1621) possedevano, ad esempio, una copia personale dell’opera. La fortuna seicentesca si estinse progressivamente. Il Tractatus è stato incautamente «rimosso» dalla ricerca storiografica: non ne è mai stata elaborata un’edizione critica o una traduzione, né si riscontrano monografie sul pensatore venafrano. Le ricerche più esaustive concernenti la storia del pensiero scientifico tardo-rinascimentale si limitano a citare il volume in nota, senza offrire elementi di contestualizzazione. L’Enciclopedia Filosofica Bompiani, preziosa per la completezza delle informazioni che fornisce anche su autori «minori», non dedica al Tractatus neppure un rigo dei suoi venti volumi. Nicandro Iossio è stato dimenticato anche nella sua cittadina d’origine. Quanti studenti locali hanno avuto l’occasione di sentirlo nominare? La toponomastica (che rappresenta un indizio prezioso per apprendere lo «spirito culturale» di un centro urbano) l’ha relegato in una via gregaria, breve, stretta, in salita, persino priva di indicazione stradale. Si tratta di un riconoscimento inutile.



La ricerca filosofica, dunque, può restituire un volto a percorsi del pensiero significativi e valevoli, che sono stati condannati all’oblio per pregiudizio ideologico» o, peggio ancora, per assenza di profondità.