Nuove inquietudini La presentazione del saggio nell’aula magna del Liceo scientifico è stata in parte soddisfacente, in parte deludente. Il senso della metà (e pertanto dell’incompiutezza) la qualifica bene, nel senso che soltanto la metà degli studenti che sono stati coinvolti – fra le classi quarte e quinte dei licei classico e scientifico – ha partecipato civilmente al seminario, restando in silenzio, ascoltando gli interventi, magari fingendo interesse. La condotta barbarica della seconda metà, appollaiata nelle retrovie, è l’effetto dell’atteggiamento autolesionista messo in campo da certi docenti che hanno sabotato l’opportunità di declinare la didattica lungo direttrici originali. In definitiva, ho tentato di portare un po’ d’aria fresca in una camera a gas. In parte ci sono riuscito, ingerendo comunque tossine che avevo dimenticato. Era il prezzo piuttosto salato da pagare.
L’appuntamento era aperto al pubblico. In realtà, forse per l’orario oltremodo impopolare, la partecipazione extraliceale è stata infinitesimale: ho riconosciuto visi di cui posso fidarmi. Si sono tenuti a debita distanza gli esponenti locali della sinistra sinistrata, ammuffiti dalla coltivazione del rancore per aver perso tutto ciò che c’era da perdere. Potrei concedergli il brevetto del fallimento. Gli riconosco l’ostinazione del mulo indomabile.
Una rete TV locale ha mandato in onda un servizio nel corso del TG in cui l’inviato confeziona il suo servizio sulla presentazione del volume non citando mai il nome dell’autore (sic!). Invito qualcuno a segnalarlo alla redazione del TG1, che ha bisogno di gente del genere. Il coraggio di deformare non solo le notizie di informazione politica, ma anche i servizi culturali lo rende degno di un patronus di più alto spessore. La damnatio memoriae è dovuta a diverse ragioni. Il proprietario di quella rete è un Berlusconi miniaturizzato, ovvero un personaggio dal curriculum inquietante, che ha affidato il suo Milan di campagna al fratello, per gestire giornali, destini e morti. I suoi valvassori non accettano che io non possa essere assoldato come vassallo. Nel 2004 una voce anonima mi propose al telefono di collaborare con quella rete, in qualità di redattore. Rifiutai senza mezzi termini. Ero un ragazzino senza un centesimo in tasca. Quella determinazione si rivelò convincente, fin troppo. Salvai la mia anima dall'inferno.
La vita è esperienza, cioè improvvisazione, utilizzazione delle occasioni; la vita è tentativo in tutti i sensi. Donde il fatto, a un tempo imponente e assai spesso misconosciuto, delle mostruosità che la vita ammetteGeorges Canguilhem
martedì 26 ottobre 2010
giovedì 21 ottobre 2010
Attualità di Leibniz: il pensiero etico e politico
Per saperne di più: http://www.futuromolise.net/eventi/eventi-culturali-in-molise/2227-sabato-23-ottobre-a-venafro-il-convegno-il-cielo-sceso-a-corte-attualita-di-leibniz-il-pensiero-etico-e-politico.html (FuturoMolise) http://www.altromolise.it/notizia.php?argomento=appuntamenti&articolo=45041 (AltroMolise)
venerdì 10 settembre 2010
Il cielo sceso a corte. Diritto e politica nel pensiero di Leibniz
Giampietri Francesco
Il cielo sceso a corte
ISBN: 9788848811224
Pagine: 168
€ 14,00
per saperne di più: http://www.lampidistampa.it/index.php?p=catalogo&id=1477 o http://www.ibs.it/code/9788848811224/giampietri-francesco/cielo-sceso-a-corte.html oppure http://opac.sbn.it/opacsbn/opaclib?db=iccu&select_db=iccu&nentries=1&from=1&searchForm=opac/iccu/error.jsp&resultForward=opac/iccu/full.jsp&do=search_show_cmd&rpnlabel=+Titolo+%3D+il+cielo+sceso+a+corte+%28parole+in+AND%29+&rpnquery=%40attrset+bib-1++%40attr+1%3D4+%40attr+4%3D2+%22cielo+sceso+corte%22&totalResult=1&fname=none&brief=brief
Uno ‘studio’ (nell’accezione pittorico-architettonica del termine) che si presenta come un intenso e promettente tentativo di risposta a una delle questioni che sotterraneamente mobilitano ogni ricerca sul pensiero giuridico-politico di Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716). Ai ripetuti progetti di riordino del corpus del diritto, ai minuziosi piani di organizzazione amministrativa ed economica della realtà politica del tempo o all’instancabile impegno per l’istituzione di Società scientifiche al fine di favorire scoperte e innovazioni tecnologiche in tutti i campi, fa riscontro una malcelata negligenza di Leibniz nella costruzione teorica di un esplicito paradigma di definizione politica dello Stato. Tuttavia questa considerazione non deve lasciar pensare a un limite del sistema leibniziano. In questa prospettiva, il volume, che ha la struttura di un manuale, pur essendo un testo ermeneutico, rappresenta un nuovo contributo critico, non tanto e non solo per chi intenda mettere a fuoco una delle aree problematiche più significative e meno note attraversate dal filosofo di Hannover, ma anche e soprattutto per chi voglia risalire i motivi e le istanze genetiche del suo formidabile progetto metafisico.

Ma oggi in altro modo voglio ripresentarmi tra le pieghe distese di un progetto libertario. Oggi voglio congratularmi e dirti quanto io sia orgogliosa e fiera ma anche commossa e colma di gioia per quella che è la tua opera prima in campo letterario. C’è un barlume di speranza in fondo al tunnel della precarietà e della raccomandazione facile per chi corrompe e lascia corrompersi.
Francesco, che il tuo libro sia il primo di una lunghissima serie. Che la passione per la conoscenza possa invaderti l’anima senza incontrare ostacoli e compromessi.
Con affetto inaudito.
************************************************************************
In quest’ora di luce il tuo pensiero gentile
conquista la mia patria di fiorite primavere.
Il tuo proferire solenne come l’arenile maestoso
riveste la mia natura di brina e arbusti variopinti.
La tua parola, fratello mio,
è un popolo di vittorie che mordente e vivo
si diletta ad esplorare le valenti prose
di un quaderno universale.
Il mio spirito ebbro di gioia
spalanca le sue braccia
al naviglio festoso che
rincorre la tua ombra.
Non è un piano, non è un velo
è la tua verità, è il tuo essere
di puro e semplice tesoro,
è la tua freschezza di oceano imbiancato,
è la tua sete di mistero svelato,
è la tua mano che frena il movimento di paesi incantati,
è il tuo germoglio di trionfante sole e di tenera luna.
Sei il calice traboccante di suoni,
sei il volo superbo del raggio di luce.
Sei mio fratello.
16 gennaio 2004
giovedì 5 agosto 2010
Tutto cambia, nel volgere di pochi mesi. L’evoluzione dell’esistente è irrefrenabile. Un governo in bilico, le vuvuzelas funerarie per Lippi, l’afa e le piogge… Per resistere al cambiamento, non smarrendo l’equilibrio, la coscienza deve appellarsi ad un punto fermo: la staticità delle relazioni affettive, un porto sicuro per una scialuppa ondivaga. Mi spiace che il blog sia rimasto fermo così a lungo alla data del 18 giugno. Eppure le notizie da commentare non sono di certo mancate. Purtoppo, non ho avuto altre scelte. Ho dovuto concentrare l’espressione della mia scrittura in maniera totalizzante su un altro progetto, che era in attesa di essere portato a termine da tempo. Ho dovuto sacrificare un mese e mezzo, metà giugno e luglio. Non potevo scrivere altro. Qualsiasi deviazione della mia attenzione aveva il valore di un attentato al mio lavoro. Ora ci sono quasi. Magari fra qualche settimana potrò svelare il sipario. Ad ogni modo, da oggi il blog può tornare a vivere.
venerdì 11 giugno 2010
cara Martina
Cara Martina, un gesto ha più valore del chiacchiericcio infinito. Sono le opere a contare, non le parvenze o le imitazioni di gesti rimandati. Per questa ragione, sollecitato dal tuo arrivo, ho voluto stravolgere la grafica del blog, rendendola più accogliente. Io mi sono sempre attenuto ad una morale molto semplice, per la quale – come ti dicevo – contano i gesti, che dovrebbero essere esemplari, in relazione al loro significato. Tua madre, l’adorabile Federica, non l’aveva capito, sai. Diversi mesi fa mi disse che ero distante, disinteressato, preso solo dalle mie (‘inutili’, aggiungerei io) faccende. Ovviamente si sbagliava. Ti seguo da mesi, seguo tua madre da 26 anni lasciandola respirare. Più in generale, ho sempre partecipato con pieno coinvolgimento emotivo ai momenti decisivi della vita delle persone che mi sono care. Come ti ho detto, sarei venuto anche a piedi da Roma, per te. Spero che tua madre ieri abbia capito il senso dell’apologia della mia morale. Se non l’avesse capito, ovviamente non cambierebbe nulla. Ricorda Martina: le apparenze sono portate via dal vento, perché non contano nulla. Sono i gesti a restare, ad incidere nella nostra storia, scolpendo valori morali nel tabernacolo del nostro cuore. Ovviamente ti lascio il video che ho girato mentre piangevi a scuarciagola.
Ci tenevo a dirti queste cose. Non saprei davvero dirti dove sarò, quando potrai leggerle o capirle, ma questo ovviamente non conta.
Un bacione mia cara.
Francesco
giovedì 3 giugno 2010
Stasera ho l'umore a terra. Non è un gioco da niente impegnarsi tutti i giorni per evitare che la superficialità annulli anni di studio febbrile, ovvero una giovinezza dannata. Da qualche settimana sto trascurano il blog, fumo più di quanto non dovrei, perché sono preso da più incombenze, impegnato attualmente su più fronti, posti in campi diversi. Non posso non augurarmi che almeno ne valga la pena. Ad ogni modo, nei prossimi anni non potrò rimproverarmi carenze di coraggio. L'intraprendenza logora il cuore. Non importa. Una canzone vale mille parole. Mi fa piacere riascoltare una vecchia canzone del'97. Mi torna in mente un ragazzino di quattordici anni che, nel corso di un'estate balneare, l'estate decisiva, capì più di quello che avrebbe dovuto ed iniziò ad invecchiare.
venerdì 21 maggio 2010
giovedì 20 maggio 2010
Moralmente parlando, i modelli hanno un che di impersonale. Sintetizzano l'esistenza dell'altro fornendo un quadro che di tutto sa men che di vero. Sono da considerare modelli tutte quelle conoscenze di cui disponi sulla vita di chi è distante; coloro di cui puoi dire di compatire o invidiare o ammirare qualcosa. Anche l'odio talvolta si riduce ad uno schema di pensieri ed azioni. Questi sentimenti hanno raramente per te un valore, da che il detto: ciò che non è nostro non ha valore. La vita degli altri e forse la tua si riducono in fondo a riassunti, alcuni davvero poco apprezzabili, tanto da essere dimenticati o quasi nei magazzini della memoria, come un quadro appeso in un corridoio o sul muro delle scale, qualcosa che vedi raramente e solo di sfuggita... un errore grammaticale su un assegno che foraggia chi sa apprezzare la tua superficialità. E da questa considerazione segue un pensiero, ovvero che se la tua vita si riduce ad un riassunto quasi del tutto impersonale, quasi che non ti appartenesse, come potresti mai preoccuparti dell'altro tu che a te stesso sei estraneo? Allora è vero o no, che solo chi ama se stesso può amare anche l'altro, o almeno imparare a farlo?
lunedì 17 maggio 2010
martedì 11 maggio 2010
Un omaggio al genio di García Lorca
Presentazione de “El amor brujo” di Bruna Marcelli
Sabato 15 maggio 2010 ore 18.30
Sede AUSER, via Plebiscito Venafro
Intervengono:
Francesco GIAMPIETRI
Scuola Superiore di Filosofia
Università di Roma “Tor Vergata”
Elide DI DUCA
Edizioni Edimond
Città di Castello
Fausto PELLECCHIA
Università di Cassino
Bruna MARCELLI
Autrice de ‘El amor brujo’
lunedì 10 maggio 2010
JORGE LUIS BORGES
«Le enciclopedie sono state la lettura principale della mia vita. Sono sempre stato interessato alle enciclopedie. A Buenos Aires andavo alla Biblioteca Nacional e, siccome ero timido, non osavo chiedere un libro o avvicinare un bibliotecario, e così cercavo sugli scaffali l’Enciclopedia Britannica. Ovviamente poi mi portavo il libro a casa. Sceglievo un volume a caso e lo leggevo. Una notte fui ben ricompensato perché lessi tutto sui Drusi, su Dryde \ e sui Druidi, tutti nello stesso volume, ovviamente, il “DR”. «Poi mi venne l’idea di un’enciclopedia di un mondo vero e poi di una, ovviamente molto rigorosa, di un mondo immaginario, dove tutto sarebbe stato collegato. Dove, per esempio, ci sarebbe stato un linguaggio, poi la letteratura, poi la storia, e così via. Poi ho pensato di scrivere una storia dell’enciclopedia fantastica. Naturalmente per scriverla ci sarebbero volute molte persone diverse che discutessero molte cose - matematici, filosofi, uomini di lettere, architetti, ingegneri, e anche narratori o storici. Poi, siccome mi serviva un mondo assolutamente diverso dal nostro, - non bastava inventare nomi stravaganti - mi dissi, perché non un mondo basato sulle idee di Berkeley?». Un mondo in cui è Berkeley a rappresentare il senso comune e non Cartesio? «Sì, proprio così. Quel giorno scrissi Tlön Uqbar, Orbis Tertius. Ovviamente l’intera storia si basava sulla teoria dell’idealismo, l’idea che non ci sono cose ma solo eventi, che non ci sono nomi ma solo verbi, che non ci sono cose ma solo percezioni...». Tlön è un buon esempio di racconto dove, comunque finisca la storia, il lettore è incoraggiato a continuare ad applicare le sue idee. «Bene, lo spero. Mi chiedo però se siano le mie idee. Perché, davvero, io non sono un pensatore. Ho usato le idee dei filosofi per i miei scopi letterari, ma non credo proprio di essere un pensatore. Penso che il mio pensiero sia stato fatto per me da Berkeley, Hume, Schopenhauer, forse Mauthner». Lei dice di non essere un pensatore... «Ciò che intendo dire è che non ho un sistema filosofico mio. E non ho mai cercato di crearmelo. Sono solo un uomo di lettere. Nello stesso modo - beh, forse non dovrei scegliere questo esempio - nello stesso modo in cui Dante usava la teologia per gli scopi della sua poesia, o Milton la teologia per la sua poesia, perché io non dovrei usare la filosofia, soprattutto l’idealismo - la filosofia che mi attira - per scrivere un racconto, una storia? Penso che sia lecito, no?». Lei condivide di sicuro una cosa con i filosofi: la fascinazione per la perplessità, il paradosso. «Sì, ovviamente - presumo che la filosofia sgorghi dalla nostra perplessità. Se avete letto quelli che potrei essere autorizzato a chiamare “i miei lavori”, avrete visto che lì dentro c’è in continuazione un evidente simbolo della perplessità: il labirinto. Labirinto e stupore vanno insieme, no? Un simbolo di stupore potrebbe essere il labirinto». Ma i filosofi non sembrano contenti di essere semplicemente messi di fronte alla perplessità, vogliono risposte. «Hanno ragione». Hanno ragione? «Beh, forse nessun sistema è completamente raggiungibile, ma la ricerca di un sistema è molto interessante». Lei definirebbe il suo lavoro la ricerca di un sistema? «No, non sarei così ambizioso. Lo definirei non fantascienza ma racconto filosofico, o racconto onirico. Sono anche molto interessato al solipsismo, che è poi una forma estrema di idealismo. È strano come tutti quelli che scrivono di solipsismo lo facciano per confutarlo. Non ho visto un solo libro a favore del solipsismo. So quello che vorreste dirmi: dato che c’è un solo sognatore, perché scrivo un libro? Ma se c’è un solo sognatore, perché non potrei sognare di scrivere un libro?». Che cosa pensa del solipsismo? «Che in senso logico è inevitabile: non ammette confutazione e non produce convinzione». In conclusione, lei ritiene che una storia possa rappresentare una posizione filosofica più efficacemente delle argomentazioni di un filosofo? «Non ci ho mai pensato, ma presumo di sì. Penso a qualcosa in termini di Gesù Cristo. Se ben ricordo, non ha mai usato argomentazioni, usava lo stile, usava certe metafore. Usava frasi che facevano colpo. Non diceva: non sono venuto a portare la pace ma la guerra, bensì: non sono venuto a portare la pace ma la spada. Cristo pensava per parabole. Blake diceva che un uomo, se è un cristiano, non dovrebbe essere solo intelligente, dovrebbe essere anche un artista, perché Cristo ha insegnato l’arte attraverso il suo modo di predicare, perché ognuna delle frasi di Cristo, se non ogni singola parola, ha valore letterario e la si può prendere come metafora o come parabola». Ma allora, che cosa distingue l’attitudine filosofica da quello lettaria, se condividono così tante cose? «Il filosofo ha un modo molto rigoroso di pensare, mentre lo scrittore è interessato anche alla narrazione, racconta delle storie, usa le metafore». Lei ritiene che un racconto, soprattutto un racconto breve, possa essere rigoroso in senso filosofico? «Direi di sì. Ovviamente in quel caso sarebbe una parabola. Ricordo una frase letta nella biografia di Oscar Wilde di Hesketh Pearson, a proposito della predestinazione e del libero arbitrio. Pearson chiese a Wilde dove mettesse il libero arbitrio, e quello rispose con una storia di aghi e chiodi che vivevano nei pressi di un magnete e dicevano: dovremmo andarlo a trovare, senza rendersi conto che si stavano slanciando sul magnete, il quale sorrideva perché sapeva che stavano andando a trovarlo. In questo modo Wilde dava la sua opinione: noi pensiamo di essere attori liberi, ma ovviamente non lo siamo... Vorrei però chiarire che, se si devono trovare idee in ciò che scrivo, quelle idee arrivano dopo la scrittura. Intendo dire che io comincio a scrivere, comincio con la storia, con il sogno. E poi, forse, entra qualche idea. Non comincio con la morale, per poi scriverci su un racconto che la dimostri».
giovedì 6 maggio 2010
martedì 4 maggio 2010
DEMOCRAZIA E TIRANNIDE
lunedì 3 maggio 2010
sabato 24 aprile 2010
Profilo di una maschera sciolta
Detesto lo snobismo, perché sottende nella gran parte dei casi carenza di qualità intellettuali, nonché il deserto del cuore. Può essere inteso come un rifugio per chi è vinto dal mondo e, non potendolo confessare per via della fierezza autoreferenziale, odia il mondo, odia la diversità, odia il talento, odia la spontaneità. Si desidera che si noti un accessorio dell’arredamento delle apparenze, perché non si può consentire a nessuno di scavare nel fondo di ciò che conta: il nulla spaventa e fa fuggire anche l’idiota. Detesto l’egocentrismo più ancora dell’egoismo. L’individuo egocentrico è un solipsista morale: crede sul serio che tutto ciò che si produce davanti al suo sguardo sia un dono del mondo per lui. È il perno centrale di una giostra che ruota perpetuamente, senza motore, volta ad una direzione casuale, aleatoria piuttosto che meccanica.
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti
Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.
Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni
siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega al suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?
Ma che si viva o si muoia è indifferente
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene
qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
E’ nostalgia di futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
La nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?
Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi calcola fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in esser fedeli a metà.
(Giovanni Giudici, da La vita in versi, 1965)
Ma in una giornata come tante il filantropo dalla cravatta rosa s’è finalmente infervorato di livore contro il sovrano onnipotente. Come il fantasma d’Amleto, dev’essergli apparso lo spettro di Almirante e come il calciatore che stufo della situazione decide di gettare al vento la maglia della sua squadra, il presidente della camera ha sbottato lasciando tutti nello sconcerto generale.
Vi ricordate di Petronio? Lo scrittore latino che fece parte della corte di Nerone con l’appellativo di arbiter elegantiae, cioè arbitro del buon gusto, così che l’imperatore lo predilesse come consigliere in fatto di gusto letterario e di manifestazioni mondane? Ebbene, la storia racconta che questa predilezione di Nerone per Petronio suscitò l’invidia di Tigellino, comandante delle guardie del corpo dell’imperatore; egli lo accusò di far parte della congiura contro Nerone, insinuando che Petronio era amico di un congiurato (tale Scevino) che era stato già condannato a morte. Petronio, non volendo attendere la sentenza di morte, si uccise incidendosi le vene e nel testamento rinfacciò a Nerone gli scandali di alcuni suoi cortigiani e cortigiane e le sue infamie e dissolutezze.
Ora, non sembra che F. sia stato accusato da qualche bondiano di turno d’ aver congiurato contro il sommo imperatore, fatto sta che il ribelle s’è proposto volontariamente all’ira dell’onnipotente e dei suoi servi imperituri. E non sembra neanche che si sia suicidato dopo aver dato lettura della sua epistola biliosa agli astanti suoi compagni. No, no. Ha affrontato il giudizio dell’immenso stando faccia a faccia con lui (che impertinente!) e l’ha redarguito senza remore. La storia ci svelerà senz’altro se l’arbiter elegantiae dell’adirato imperatore non avrà fatto altro che sottoscrivere la sua condanna a morte o se invece sarà riuscito a smuovere quel po’ di fango che s’annida nelle fogne della politica senza scrupoli.
F. s’è forse ispirato ai versi del poeta ligure?: “C’è più onore in tradire che in esser fedeli a metà”…
Se si potrà dare valore a questa rivoluzione finiana lo sapremo solo col tempo, che è galantuomo e svela sempre tutte le verità.
Continua…
Post scriptum
Scriveva Petronio nella sua epistola a Nerone:
[…] “Non credere, te ne prego, ch’io sia offeso per aver tu ucciso tua madre, tua moglie e tuo fratello; per aver incendiato Roma e mandato all’Erebo tutti gli uomini onesti che vivevano nei tuoi domini. No, pronipote di Chronos. La morte è retaggio dell’uomo, da te non c’era da aspettarsi altro. Ma assassinare per anni interi le orecchie della gente con le tue poesie, vedere il tuo ventre di Domizio su cotesti steli di gambe, roteato a mulinello in una danza pirrichia, udire la tua musica, la tua declamazione, i tuoi versi canini, miserabile poetastro da suburbio, è cosa che oltrepassa le mie forze, e ha detestato in me il desiderio di morire. Roma si tappa le orecchie quando t’ode, il mondo ti schernisce. Non posso né desidero più fare il viso rosso per te. I latrati di Cerbero, quantunque somiglino alla tua musica, mi faranno meno male, perché non sono stato mai amico di Cerbero, e non ho bisogno di vergognarmi del suo abbaiare. Addio, ma smetti di cantare, commetti omicidi, ma non scrivere più versi, avvelena la gente, ma non ballar più, sii incendiario, ma non suonare la cetra. Questo è l’augurio e l’ultimo amichevole consiglio che ti manda l’Arbiter elegantiae.”
[Tratto dal romanzo Quo vadis? dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz]
lunedì 19 aprile 2010
venerdì 9 aprile 2010
Potevano esser le tre del pomeriggio.
Tutte quelle case nuove, per la maggior parte non ancora abitate, pareva guardassero coi vani delle finestre sguarnite quel carro nero.
Fatte da così poco apposta per accogliere la vita, invece della vita - ecco qua - la morte vedevano, che veniva a far preda giusto lì.
Prima della vita, la morte.
E se n'era venuto lentamente, a passo, quel carro. Il cocchiere, che cascava a pezzi dal sonno, con la tuba spelacchiata, buttata a sghembo sul naso, e un piede sul parafango davanti, al primo portone che gli era parso accostato in segno di lutto, aveva dato una stratta alle briglie, l'arresto al manubrio della martinicca, e s'era sdraiato a dormire piú comodamente su la cassetta.
Dalla porta dell'unica bottega della via s'affacciò, scostando la tenda di traliccio, unta e sgualcita, un omaccio spettorato, sudato, sanguigno, con le maniche della camicia rimboccate su le braccia pelose.
- Ps! – chiamò, rivolto al cocchiere. Ahò! Piú là...
Il cocchiere reclinò il capo per guardar di sotto la falda della tuba posata sul naso; allentò il freno; scosse le briglie sul dorso dei cavalli e passò avanti alla drogheria, senza dir nulla.
Qua o là, per lui, era lo stesso.
E davanti al portone, anch'esso accostato della casa piú in là, si fermò e riprese a dormire.
- Somaro! - borbottò il droghiere, scrollando le spalle. - Non s'accorge che tutti i portoni a quest'ora sono accostati. Deve esser nuovo del mestiere.
Così era veramente. E non gli piaceva per nientissimo affatto, quel mestiere, a Scalabrino. Ma aveva fatto il portinajo, e aveva litigato prima con tutti gl'inquilini e poi col padron di casa; il sagrestano a San Rocco, e aveva litigato col parroco; s'era messo per vetturino di piazza e aveva litigato con tutti i padroni di rimessa, fino a tre giorni fa. Ora, non trovando di meglio in quella stagionaccia morta, s'era allogato in una Impresa di pompe funebri. Avrebbe litigato pure con questa - lo sapeva sicuro - perché le cose storte, lui, non le poteva soffrire. E poi era disgraziato, ecco. Bastava vederlo. Le spalle in capo; gli occhi a sportello; la faccia gialla, come di cera, e il naso rosso. Perché rosso, il naso? Perché tutti lo prendessero per ubriacone; quando lui neppure lo sapeva che sapore avesse il vino.
- Puh!
Ne aveva fino alla gola, di quella vitaccia porca. E un giorno o l'altro, l'ultima litigata per bene l'avrebbe fatta con l'acqua del fiume, e buona notte.
Per ora là, mangiato dalle mosche e dalla noia, sotto la vampa cocente del sole, ad aspettar quel primo carico. Il morto.
O non gli sbucò, dopo una buona mezz'ora, da un altro portone in fondo, dall'altro lato della via?
- Te possino... (al morto) - esclamò tra i denti, accorrendo col carro, mentre i becchini, ansimanti sotto il peso d'una misera bara vestita di mussolo nero, filettata agli orli di fettuccia bianca, sacravano e protestavano:
- Te possino... (a lui) – Te pij n'accidente – O ch'er nummero der portone non te l'aveveno dato?
Scalabrino fece la voltata senza fiatare: aspettò che quelli aprissero lo sportello e introducessero il carico nel carro.
- Tira via!
E si mosse, lentamente, a passo, com'era venuto: ancora col piede alzato sul parafango davanti e la tuba sul naso.
Il carro, nudo. Non un nastro, non un fiore.
Dietro, una sola accompagnatrice.
Andava costei con un velo nero trapunto, da messa, calato sul volto; indossava una veste scura, di mussolo rasato, a fiorellini gialli, e un ombrellino chiaro aveva, sgargiante sotto il sole, aperto e appoggiato su la spalla.
Accompagnava il morto, ma si riparava dal sole con l'ombrellino. E teneva il capo basso, quasi piú per vergogna che per afflizione.
- Buon passeggio, ah Rosi'! - le gridò dietro il droghiere scamiciato, che s'era fatto di nuovo alla porta della bottega. E accompagnò il saluto con un riso sguaiato, scrollando il capo.
L'accompagnatrice si voltò a guardarlo attraverso il telo; alzò la mano col mezzo guanto di filo per fargli un cenno di saluto, poi l'abbassò per riprendersi di dietro la veste, e mostrò le scarpe scalcagnate. Aveva però i mezzi guanti di filo e l'ombrellino, lei.
- Povero sor Bernardo, come un cane, - disse forte qualcuno dalla finestra d'una casa.
Il droghiere guardò in su, seguitando a scrollare il capo. - Un professore, con la sola servaccia dietro... - gridò un'altra voce, di vecchia, da un'altra finestra.
Nel sole, quelle voci dall'alto sonavano nel silenzio della strada deserta, strane.
Prima di svoltare, Scalabrino pensò di proporre all'accompagnatrice di pigliare a nolo una vettura per far piú presto, già che nessun cane era venuto a far coda a quel mortorio.
- Con questo sole... a quest'ora...
Rosina scosse il capo sotto il velo. Aveva fatto giuramento, lei, che avrebbe accompagnato a piedi il padrone fino all'imboccatura di via San Lorenzo.
- Ma che ti vede il padrone? Niente! Giuramento. La vettura, se mai, l'avrebbe presa, lassú, fino a Campoverano. - E se te la pago io? - insistette Scalabrino.
Niente. Giuramento.
Scalabrino masticò sotto la tuba un'altra imprecazione e seguitò a passo, prima per il ponte Cavour, poi per Via Tomacelli e per Via Condotti e per Piazza di Spagna e Via Due Macelli e Capo le Case e Via Sistina.
Fin qui, tanto o quanto, si tenne su, sveglio, per scansare le altre vetture, i tram elettrici e le automobili considerando che a quel mortorio lì nessuno avrebbe fatto largo e portato rispetto.
Ma quando, attraversata sempre a passo Piazza Barberini, imboccò l'erta via di San Niccolò da Tolentino, rialzò il piede sul parafango, si calò di nuovo la tuba sul naso e si riaccomodò a dormire.
I cavalli, tanto, sapevano la via.
I rari passanti si fermavano e si voltavano a mirare, tra stupiti e indignati. Il sonno del cocchiere su la cassetta e il sonno del morto dentro il carro: freddo e nel buio, quello del morto; caldo e nel sole, quello del cocchiere; e poi quell'unica accompagnatrice con l'ombrellino chiaro e il velo abbassato sul volto: tutto l'insieme di quel mortorio, insomma, così zitto zitto e solo solo, a quell'ora bruciata, faceva proprio cader le braccia.
Non era il modo, quello, d'andarsene all'altro mondo! Scelti male il giorno, l'ora, la stagione. Pareva che quel morto lì avesse sdegnato di dare alla morte una conveniente serietà. Irritava. Quasi quasi aveva ragione il cocchiere che se la dormiva.
E così avesse seguitato a dormire Scalabrino fino al principio di Via San Lorenzo! Ma i cavalli, appena superata l'erta svoltando per Via Volturno, pensarono bene d'avanzare un po' il passo: e Scalabrino si destò.
Ora, destarsi, veder fermo sul marciapiedi a sinistra un signore allampanato, barbuto, con grossi occhiali neri, stremenzito in un abito grigio sorcigno, e sentirsi arrivare in faccia, su la tuba, un grosso involto, fu tutt'uno!
Prima che Scalabrino avesse tempo di riaversi, quel signore s'era buttato innanzi ai cavalli, li aveva fermati e, avventando gesti minacciosi, quasi volesse scagliar le mani, non avendo piú altro da scagliare, urlava, sbraitava:
- A me? a me? mascalzone! canaglia! manigoldo! a un padre di famiglia? a un padre di otto figliuoli? manigoldo! farabutto!
Tutta la gente che si trovava a passare per via e tutti i bottegai e gli avventori s'affollarono di corsa attorno al carro e tutti gl'inquilini delle case vicine s'affacciarono alle finestre, e altri curiosi accorsero, al clamore, dalle prossime vie, i quali, non riuscendo a sapere che cosa fosse accaduto, smaniavano, accostandosi a questo o a quello, e si drizzavano su la punta dei piedi.
- Ma che è stato?
- Uhm... pare che... dice che... non so!
- Ma c'è il morto?
- Dove?
- Nel carro, c'è?
- Uhm!... Chi è morto?
- Gli pigliano la contravvenzione!
- Al morto?
- Al cocchiere...
- E perché?
- Mah!... pare che... dice che...
Il signore grigio allampanato seguitava intanto a sbraitare presso la vetrata d'un caffè, dove lo avevano trascinato; reclamava l'involto scagliato contro il cocchiere; ma non s'arrivava ancora a comprendere perché glielo avesse scagliato. Sul carro, il cocchiere cadaverico, con gli occhi miopi strizzati, si rimetteva in sesto la tuba e rispondeva alla guardia di città che, tra la calca e lo schiamazzo, prendeva appunti su un taccuino.
Alla fine il carro si mosse tra la folla che gli fece largo vociando; ma, come apparve di nuovo, sotto l'ombrellino chiaro, col velo nero abbassato sul volto, quell'unica accompagnatrice - silenzio. Solo qualche monellaccio fischiò.
Che era insomma accaduto?
Niente. Una piccola distrazione. Vetturino di piazza fino a tre giorni fa, Scalabrino, stordito dal sole, svegliato di soprassalto, si era scordato di trovarsi su un carro funebre: gli era parso d'essere ancora su la cassetta d'una botticella e, avvezzo com'era ormai da tanti anni a invitar la gente per via a servirsi del suo legno, vedendosi guardato da quel signore sorcigno fermo lì sul marciapiedi, gli aveva fatto segno col dito, se voleva montare.
E quel signore, per un piccolo segno, tutto quel baccano...
[Dalla raccolta di novelle 'La vita nuda' di Luigi Pirandello]
lunedì 5 aprile 2010
Il reato di pedofilia commesso da un individuo che ha avuto la vocazione di farsi consacrare ministro di Dio è forse la massima espressione dell'orrore. C'è più barbarie nella mano allungata di un sacerdote su un corpo innocente piuttosto che nelle condotte di un sergente della Wehrmacht. Agendo in una dimensione premorale, si macchia di uno crimini più oscuri proprio chi si impone a livello sociale come il custode e il divulgatore dell'unica morale possibile. La violenza brutale si allea con la dissimulazione in una messinscena pretesca, che è odio per la spontaneità e per la gioia di vivere. Magari quel sacerdote si rifiuta di offrire l'ostia ad una donna divorziata (costretta a fuggire dal picchiatore della sera), organizza fiaccolate contro chi, come Beppino Englaro, si è battuto per la dignità di una persona, o scaccia giovani gay dal proprio centro sociale, per poi sciogliersi in facciate mielose ed unte di ipocrisia.
giovedì 1 aprile 2010
mercoledì 31 marzo 2010
sabato 27 marzo 2010
PIEMONTE
LIGURIA
LOMBARDIA
VENETO
EMILIA ROMAGNA
TOSCANA
UMBRIA
MARCHE
LAZIO
CAMPANIA
PUGLIA
BASILICATA
CALABRIA
Giochino terminato. Lunedì sera faremo i conti.
venerdì 26 marzo 2010
Ammettiamolo pure. Un po’ di delusione c’è. Ma come?, sembrava fosse stato raggiunto uno dei traguardi più ambiti e desiderati, quel traguardo che più di tutti aveva fatto scervellare numerosi presidenti della storia americana e che solo grazie ad Obama è riuscito a vedere la luce e ad essere osannato come la più grande riforma mai realizzata. Mi riferisco alla riforma sanitaria, quella che promette assistenza al novantacinque per cento degli americani e che finalmente è riuscita ad avere la sua brava attuazione ottenendo, fra l’altro, anche l’appoggio degli antiabortisti. Meraviglia del governo Obama, acclamato, a ragione, dal suo entourage e non solo. Eppure che ti va a capitare? Un vero e proprio inghippo alla maniera nostrana che scombina i piani facendo svaporare tutto l’entusiasmo per il risultato storico raggiunto. Insomma, per un vizio di forma nell’approvazione della legge sulla sanità, andato a ripescare chissà come e dove dagli oppositori repubblicani, occorrerà votare di nuovo. Sembra quasi il siparietto che si staglia di tanto in tanto nelle nostre perfette imperfezioni burocratiche. Ma tant’è.
Dalle nostre parti, invece, qualcuno s’è prodigato al fine di risolvere per sempre quei problemucci legati all’incomprensione di leggi e leggine proponendo una vera e propria risoluzione definitiva.
Rimandando di qualche giorno il tradizionale falò di San Giuseppe (dovete sapere che dalle nostre parti, quelle che vengono definite dei ‘terroni’ e non degli italiani, c’è ancora l’usanza, superata anch’essa, per carità, rispetto alle modernità più in voga nel resto della Penisola, c’è ancora l’usanza, dicevo, di allestire nella giornata del Santo più dimenticato e snobbato dell’universo celeste, un falò in ogni piazza o quartiere del paese, a cui di solito s’accompagna una piccola sagra mangereccia e a cui si partecipa andandosene in giro - senza l’automobile! - fin quando non si è troppo stanchi e bisognosi del riposo notturno), dunque, rimandando di qualche giorno il tradizionale falò di San Giuseppe, il ministro per la Semplificazione Normativa, quello che ha la cravatta color dell’invidia stretta al collo per intenderci, o quello, se volete, a cui Caronte avrebbe volentieri ceduto il posto di capo traghettatore, quello lì insomma, ebbene, questo losco figuro, saturo oltremisura dell’ambientino niente male del suo acheronte mentale, ha pensato bene di trasformarsi in un draghetto lanciafiamme per poter polverizzare all’istante trecentosettantacinquemila atti normativi definiti ‘inutili’. Misericordia!, e come avrà fatto a decidere quali buttare e quali conservare? Col giochino della margherita, forse?: “questa si brucia, questa no!”. Una vera forza della natura. Certo, ognuno poi ha i suoi bravi impegni da rispettare, e così mentre Calderoli gioca al piccolo piromane il suo compagno di divertimenti s’inventa un comizio in un’altra piazza (ben diversa da quelle in cui noialtri facciamo bruciare i nostri falò), ossia quella del Mercato di Brescia, ‘infiammando’ il suo popolo con la presentazione di Renzo (non quello manzoniano, è certo), suo figlio, leghista in erba, che si butta nel calderone della campagna elettorale. Potenza della politica! Anche se suo padre sostiene che lui manda avanti soltanto chi lavora. Ma non si tratta dello stesso giovane che era stato bocciato a scuola, o mi sbaglio? Be’, che dire, ne ha fatta di strada; spesso sono proprio questi i luminari che s’attaccano alla politica piuttosto che darsi all’agricoltura (e a proposito di campagna, io l’avrei inquadrato bene in un paesaggio agreste, piuttosto che in quello elettorale). Ma attenzione, non fraintendetemi. Provo il massimo rispetto per la categoria dei lavoratori agricoli, dato che anche per questo lavoro realmente faticoso occorre un buon cervello. Si vede che Renzo ha dovuto scegliere la strada meno impegnativa. Fenomeni da baraccone o meglio, da carroccione piuttosto, e abbiate la gentilezza di passarmi il neologismo su licenza poetica!
E mentre c’è chi pensa all’avvenire dei propri figli, qualcun altro pensa ai figli degli immigrati. Il presidente della Camera propone direttamente a…chi, alla Lega? la questione della cittadinanza per gli immigrati. Egli sostiene, infatti, che per i bambini, figli di immigrati, sia se nati in Italia, sia se nati all’estero ma trasferiti in tenera età nel nostro Paese, è necessario pensare ad un percorso breve per la cittadinanza. Ma dico! È fuori di testa? Come gli viene in mente di proporre un’idea simile alla Lega? Forse non lo sa che il Carroccio intende richiedere un test d’italiano per coloro - immigrati - che vogliono aprire un bar o un ristorante in Lombardia? Il consigliere regionale della Lega Nord (certo Cecchetti) ha sostenuto che la conoscenza dell’italiano è indispensabile per chi deve gestire un’attività di somministrazione di bevande o alimenti, in primo luogo per la sicurezza e la salute del consumatore (?). Pertanto, figuriamoci se si potrà mai riconoscere ai figli d’immigrati (che non parlano italiano, o milanese?) il diritto ad ottenere velocemente la cittadinanza italiana. Io, dal mio cantuccio, sostengo che la conoscenza dell’italiano sia indispensabile anche per poter svolgere attività politica o amministrativa e non solo. Congiuntivi e virtù grammaticali sono una rarità tra questi personaggi in cerca di gloria.
L’idea del presidente della Camera sarebbe comunque da assecondare, se non altro per evitare che s’allarghino all’intera Penisola quelle iniziative povere d’umanità che si sono affermate (guarda caso) in un paese della provincia di Vicenza: niente pranzetto per otto bambini delle elementari e della materna, ma panino (non si sa se vuoto) e bottiglietta d’acqua, perché i genitori dei piccoli non avevano pagato la retta della mensa.
Ora, dico io, non è che l’incresciosa iniziativa s’è delineata perché di questi otto bambini sei erano stranieri? Il sindaco leghista ha sostenuto che le regole sono regole per tutti e perciò vanno rispettate; il mondo non può essere dei furbi. No. Ma magari una parte di mondo è anche occupata da indigenti e così la Caritas di Vicenza s’è dimostrata pronta a coprire le spese di quelle otto famiglie, in quanto, sostiene la stessa, nessun bambino deve essere umiliato nella sua dignità, ancor prima che nei suoi bisogni primari. Ad ogni modo pare che dopo la magra figura fatta attraverso i titoli dei quotidiani e i servizi dei telegiornali, nel paesino della provincia di Vicenza gli otto bambini insolventi hanno potuto gustare un pasto completo.
Bene, dopo la lussuriosa panoramica sul décolleté flaccido di questa spossata Patria, riserviamoci un po’ di meritato riposo: non dimenticate che torna l’ora legale e che pertanto saremo costretti a dormire un’oretta in meno! L’estate sta avvicinandosi e qualcuno già s’industria ad innalzare gazebo in giardino. Fascino irresistibile della tanto ricercata abbronzatura presidenziale!
giovedì 25 marzo 2010
Le recenti elezioni regionali francesi dimostrano senza dubbio che non è affatto sufficiente far sapere in giro, magari ad arte, che la gran libertina è pronta a saltare ufficialmente su un altro letto, per scaldare i cuori delle casalinghe e magari limitare i danni causati dalla presa di coscienza dei limiti di un esecutivo pubblicitario, distante dai problemi quotidiani della gente.
venerdì 19 marzo 2010

Tra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo si propagò in tutto l’Occidente, come mai era accaduto prima, un fenomeno che a quanto pare ancora non riesce a schiodarsi dall’infausto terreno della labilità umana: il fenomeno della stregoneria. Un fenomeno diffusosi nei secoli scorsi non solo presso le classi medie e umili del tempo, ma anche presso la classe colta e che si rivelò espressione di una generalizzata incertezza esistenziale. Fu così, dunque, che s’andò formando una sorta di sensibilità morbosa, che percepiva la vita come un mistero, in gran parte influenzato da forze extraumane e maligne capaci di essere sfruttate a proprio vantaggio solo con mezzi magici posseduti e conosciuti da persone dotate di particolari poteri, chiamate stregoni, dando così inizio a veri e propri processi, divenuti sempre più numerosi e volti a concludersi solitamente con la pena del rogo. Nello stesso tempo i dotti presero ad elaborare i primi importanti tratti di demonologia per offrire agli inquisitori argomentazioni sicure e metodi opportuni di azione: il “Formicarius” del domenicano Johan Nieder, uomo dotto cauto e prudente ma decisamente convinto della realtà e della pericolosità delle streghe!; il “Malleus Maleficarum” (ossia Martello delle streghe) dei domenicani tedeschi Jakob Sprenger e Heinrich Institor, pubblicato addirittura con l’approvazione dell’imperatore! Da allora i processi non si contarono più e solo la prudenza, a volte di qualche vescovo rinsavito o il risentimento sporadico della popolazione riuscirono a limitare la crudeltà delle torture, dei roghi e della ‘caccia alle streghe’. Ormai tutti erano convinti della loro esistenza, dal papa all’imperatore, dalle università agli stessi giudici laici e questo contribuì a favorirne un costante incremento che toccò la sua punta massima nel mille e seicento per poi esaurirsi soltanto dopo la metà del mille e settecento, nel “secolo della ragione”.
Il secolo della ragione avrebbe pertanto fatto cadere il sipario sulle convinzioni temerarie di alcuni infelici sostenitori della caccia alle streghe.
Eppure, com’è che ancora nel ventunesimo secolo, quello per intenderci, delle innovazioni tecnologiche, delle scoperte scientifiche, della ricerca medica, com’è, allora, che ancora oggi una infinita fetta d’umanità alza il lembo del tendone per farsi leggere la mano dalla fantomatica zingara e osservare il proprio avvenire attraverso l’aria opaca di una sfera magica? Per trovare un cantuccio in cui rifugiarsi quando si è sopraffatti da quella ‘incertezza esistenziale’ di cui si parlava prima… Che bestialità! Per caso non sarebbe più prudente e valido rintracciare la strada verso la certezza esistenziale scrutando dentro il proprio cratere dell’intelletto e della sapienza umana? Ognuno dovrebbe averne una modica quantità per non cadere nella trappola, almeno credo.
Altra bestialità senza limiti è quella di chi cerca il sentiero verso la felicità nel candore virgineo della polvere bianca. Anche questa è pura stregoneria, no? Tanto più quando nel percorrere tale via si calpesta la speranza di vita di un pargolo di otto mesi. Sull’argomento, però, devo fermarmi perché non riesco a trovare epiteti raffinati da destinare a quei due dannati che immeritatamente si sono arrogati il ruolo di genitori.
Elisa Claps murata viva all’interno delle mura di una chiesa… Ma siamo davvero sicuri di non esser saliti sull’aggeggio infernale del professor Zapotec che faceva viaggiare Topolino e Pippo indietro nel tempo?
Continua la caccia alle streghe e alle fattucchiere, l’affidamento alle capacità esoteriche di maghi e guru paesani… Ma che abbia inizio un sabba liberatorio, non quello di Valpurga! Ci si ricongiunga carnalmente al proprio intelletto e alla propria maturità spirituale! Al diavolo, è il caso di dirlo, tutte le corbellerie che l’epoca moderna ruba senza rossore ai tempi antichi…
“Perciò animo, poeta, fate parlare la
fantasia e tutti suoi coribanti: la saggezza,
la ragione, il sentimento, la passione;
ma ricordatevene, non senza un pizzico
di follia!”.
(Goethe, Faust)



