La vita è esperienza, cioè improvvisazione, utilizzazione delle occasioni; la vita è tentativo in tutti i sensi. Donde il fatto, a un tempo imponente e assai spesso misconosciuto, delle mostruosità che la vita ammette
Georges Canguilhem



sabato 24 aprile 2010

La carriòla

Una sera come tante

Nella sua casa, una casa qualunque, una sera come tante, dopo aver svolto le solite attività, il poeta riflette su di sé, sui suoi proponimenti disattesi, sulla sua stanchezza e sulla sua abulia: si pone quindi varie domande sul futuro, anche se sa bene che esse rimarranno senza risposta e, alla fine, si rassegna ad accettare il suo ruolo di membro di una società di persone “senza storia”, di “utenti di servizi” che hanno ormai perso l’esatta coscienza del bene e del male, appagandosi di una acquiescenza che è una viltà, nata dalla paura e nascosta sotto la maschera di una falsa bontà e di uno stucchevole perbenismo.



Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega al suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?

Ma che si viva o si muoia è indifferente
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
E’ nostalgia di futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
La nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi calcola fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in esser fedeli a metà.

(Giovanni Giudici, da La vita in versi, 1965)


Ma in una giornata come tante il filantropo dalla cravatta rosa s’è finalmente infervorato di livore contro il sovrano onnipotente. Come il fantasma d’Amleto, dev’essergli apparso lo spettro di Almirante e come il calciatore che stufo della situazione decide di gettare al vento la maglia della sua squadra, il presidente della camera ha sbottato lasciando tutti nello sconcerto generale.
Vi ricordate di Petronio? Lo scrittore latino che fece parte della corte di Nerone con l’appellativo di arbiter elegantiae, cioè arbitro del buon gusto, così che l’imperatore lo predilesse come consigliere in fatto di gusto letterario e di manifestazioni mondane? Ebbene, la storia racconta che questa predilezione di Nerone per Petronio suscitò l’invidia di Tigellino, comandante delle guardie del corpo dell’imperatore; egli lo accusò di far parte della congiura contro Nerone, insinuando che Petronio era amico di un congiurato (tale Scevino) che era stato già condannato a morte. Petronio, non volendo attendere la sentenza di morte, si uccise incidendosi le vene e nel testamento rinfacciò a Nerone gli scandali di alcuni suoi cortigiani e cortigiane e le sue infamie e dissolutezze.
Ora, non sembra che F. sia stato accusato da qualche bondiano di turno d’ aver congiurato contro il sommo imperatore, fatto sta che il ribelle s’è proposto volontariamente all’ira dell’onnipotente e dei suoi servi imperituri. E non sembra neanche che si sia suicidato dopo aver dato lettura della sua epistola biliosa agli astanti suoi compagni. No, no. Ha affrontato il giudizio dell’immenso stando faccia a faccia con lui (che impertinente!) e l’ha redarguito senza remore. La storia ci svelerà senz’altro se l’arbiter elegantiae dell’adirato imperatore non avrà fatto altro che sottoscrivere la sua condanna a morte o se invece sarà riuscito a smuovere quel po’ di fango che s’annida nelle fogne della politica senza scrupoli.
F. s’è forse ispirato ai versi del poeta ligure?: “C’è più onore in tradire che in esser fedeli a metà”…
Se si potrà dare valore a questa rivoluzione finiana lo sapremo solo col tempo, che è galantuomo e svela sempre tutte le verità.
Continua…

Post scriptum
Scriveva Petronio nella sua epistola a Nerone:

[…] “Non credere, te ne prego, ch’io sia offeso per aver tu ucciso tua madre, tua moglie e tuo fratello; per aver incendiato Roma e mandato all’Erebo tutti gli uomini onesti che vivevano nei tuoi domini. No, pronipote di Chronos. La morte è retaggio dell’uomo, da te non c’era da aspettarsi altro. Ma assassinare per anni interi le orecchie della gente con le tue poesie, vedere il tuo ventre di Domizio su cotesti steli di gambe, roteato a mulinello in una danza pirrichia, udire la tua musica, la tua declamazione, i tuoi versi canini, miserabile poetastro da suburbio, è cosa che oltrepassa le mie forze, e ha detestato in me il desiderio di morire. Roma si tappa le orecchie quando t’ode, il mondo ti schernisce. Non posso né desidero più fare il viso rosso per te. I latrati di Cerbero, quantunque somiglino alla tua musica, mi faranno meno male, perché non sono stato mai amico di Cerbero, e non ho bisogno di vergognarmi del suo abbaiare. Addio, ma smetti di cantare, commetti omicidi, ma non scrivere più versi, avvelena la gente, ma non ballar più, sii incendiario, ma non suonare la cetra. Questo è l’augurio e l’ultimo amichevole consiglio che ti manda l’Arbiter elegantiae.”
[Tratto dal romanzo Quo vadis? dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz]