Non sono così malconcio da ridurmi a sfruttare questo spazio «pubblico», aperto alla condivisione delle idee, per fare un po’ di autopromozione di terza fascia. Del resto, ho sempre guardato con sospetto gli spiriti più istrionici, ovvero quanti sanno vendersi con maestria. Tuttavia, chi mi conosce sa che coltivo nella quotidianità una morale piuttosto semplice, ispirata a princìpi di reciprocità solidale non immuni da scrupolosità. Tuttavia, così procedendo, non rivendicando nella durezza di legittime opposizioni, ragioni abusate, molestate, stuprate, calpestate, logorate, mortificate, morirei, sopraffatto dalla violenza del mondo. Al diavolo gli scrupoli, retaggio dell’etica della consolozione, logica della rassegnazione, codice del gregge!
Pieghe libertarie
Pier Vittorio Tondelli, Un weekend postmoderno
giovedì 15 marzo 2012
mercoledì 7 marzo 2012

Enzino Ottaviano, pater patriae
giovedì 1 marzo 2012
lunedì 20 febbraio 2012

Sono in viaggio, per tornare dopo quattro mesi, sempre per ragioni filosofiche, in Emilia. Attraverserò di nuovo Modena, spingendomi sulla via Emilia fino a Reggio. L’occasione del ritorno è oltremodo stimolante: nel corso del XXI Convegno Nazionale dei dottorandi in Filosofia presenterò (per essere preciso, giovedì mattina) una relazione sull’interesse di Leibniz per la medicina (La cura del mondo). Si tratta di un interessante banco di prova, dato che mi viene offerta la prima opportunità per esporre, al cospetto di un pubblico qualificato, le intuizioni che stanno facendo lievitare la tesi di dottorato.
sabato 11 febbraio 2012
Per Lisbona. Perché nel titolo rivive Lisbona e dunque Pessoa. Pessoa in realtà viene citato non molto spesso, due sole volte: una nel racconto, l’altra sul frontespizio del libro. Rua dos Douradores. E se Bernardo Soares avesse deciso così, all’improvviso, di cambiare vita, di lasciare il suo lavoro e il suo ufficio e saltare sul primo treno in partenza alla stazione? Ecco, allora non avremmo avuto il Libro dell’Inquietudine. Dilaga il respiro del poeta portoghese e gonfia le pagine di quest’altro libro di cui vi scrivo e in cui si narra la storia di un professore svizzero di lingue morte – latino, greco, ebraico – che una mattina, mentre percorre la strada che lo separa dal suo liceo, s’imbatte in una donna che, a giudizio di Raimond Gregorius, pare voglia gettarsi da un ponte. Il professore scoprirà che la giovane donna è portoghese. Português. “La o, che lei sorprendentemente aveva pronunciato come una u, la sonorità stranamente soffocata e in crescendo della ê e la sc strascicata e morbida si fusero per lui in una melodia che echeggiò più a lungo di quanto non fosse accaduto in realtà, e che avrebbe amato poter ascoltare tutto il giorno”.
Ho tentato così di recensire un libro, a parer mio un buon libro, che ha nel titolo il gusto del viaggio verso luoghi sconosciuti della terra e verso altrettanti luoghi che non si finisce mai di esplorare, come quelli della propria anima. Si può essere sicuramente migliori di ciò si appare. Basta scoprirlo e rivelarlo.
Di Pascal Mercier (pseudonimo di Peter Bieri, docente di filosofia della Freie Universität di Berlino). Perché uno pseudonimo? Perché nel suo ambiente non si può attribuire credibilità ad uno che decide di scrivere romanzi. E allora s’inventa, riconoscendosi, un altro se stesso. Tutto qua!
Dare buoni consigli significa mancare di rispetto alla facoltà
di sbagliare che Dio ha dato a tutti noi. E poi le azioni altrui
devono avere il vantaggio di non essere uguali alle nostre.
È comprensibile solo chiedere consigli agli altri:
affinché possiamo sapere, agendo in modo opposto, chi siamo
esattamente noi, assolutamente in disaccordo con l’Alterità.
(Livro do Desassossego)
domenica 13 novembre 2011
sabato 12 novembre 2011

venerdì 28 ottobre 2011

giovedì 6 ottobre 2011

Sono affezionato a Cassino, la considero la mia seconda città. Per questa ragione, sono felice di aver offerto il mio contributo per organizzarvi, dopo tre anni, un secondo convegno leibniziano. Proprio a Cassino, dove i corsi universitari di Filosofia sono stati falcidiati dal ministro Gelmini. Ho sempre trovato un gusto particolare nell’andare à rebours: cosa può esserci di più significativo e di più libertario del riportare un po’ di luce laddove i barbari hanno fatto calare le tenebre? Proprio a Cassino, dove ho studiato per cinque anni. A Cassino dove pochi giorni fa si è spento un amico. La cancellazione di un nome dalla rubrica è un gesto drammatico, poiché è indotto da una tensione inderogabile, definitiva, finale, che coincide con la consapevolezza di un contatto troncato dal caso. A Cassino, che inizia ad essere sfumata dalla nebbia, sopravvivevano vaghe idee di socialismo, prime delle lezioni, dopo gli esami, fra un caffè e uno sbadiglio. Addio Antonio, riposa in pace.
giovedì 15 settembre 2011
Benché continui a far vistosamente caldo, vorrei salutare l’estate. Lo faccio magari per propiziare l’arrivo dei primi temporali, perché vorrei vedere ovunque cimiteri di foglie. Fra le funzioni che dovrebbero legittimare l’esistenza di un blog rientra la promozione di idee alternative ai dettami dell’opinione pubblica cara al regime democratico e alle potenti consorterie faziose che vorrebbero condizionarli, ma anche di «chicche» artistiche note a pochissimi cultori, gioielli abbandonati in nicchie dimenticate. Così, mi è tornata in mente una ballata struggente, capace di distillare malinconia nella sospensione del tempo, qual è Il tuffatore (1982), il capolavoro di Flavio Giurato, fratello del più noto Luca, carnevalesco personaggio della TV generalista, che ha riconosciuto nello stupro linguistico il copione del suo successo ventennale. Flavio ha creato poesia per pochissimi estimatori, mentre Luca ha fatto giornalismo di quinta fascia per le masse incolte. Ovviamente Flavio è sconosciuto ai più. Se Flavio non avesse subito il fardello della popolarità di un fratello tanto ingombrante e sgrammaticato, sarebbe (forse) diventato un interessantissimo artefice della canzone italiana d’autore di più alto spessore. Saluto l’estate 2011, sognando di essere un tuffatore…
lunedì 12 settembre 2011

Non è che volessi proprio starlo a sentire. Ma mi osservava, mi scrutava. Lui a me! Mostrando indifferenza continuavo a cercare tra gli scaffali e mentre frugavo tra mille titoli mi pareva dicesse: “Sì, sì. Cerca, cerca. Ti dico che non troverai nulla e dovrai riabbassare lo sguardo verso di me. T’ho vista che mi guardavi!”. E bè, sì. Lo guardavo, ma chissà perché, m’ero messa in testa che non dovessi interessarmene. Ho cambiato scaffale e sebbene non riuscissi più a vederlo, era come se ci fosse un’energia strana che mi attirava verso di lui. Avete presente l’energia della calamita? Comunque, continuavo a inventariare titoli senza trovarne uno che mi andasse a genio e mentre spulciavo tra le varie copertine chi va a pararmisi davanti ? pensavo d’averlo debellato e invece m’è capitato davanti il fantasma di Simone Simonini e allora ho svicolato alla chetichella senza farmi vedere! Viaaa! Chi è Simone Simonini? Oh, bè. Sarebbe una storia troppo lunga da raccontare ed io non voglio proprio raccontarvela. Sappiate soltanto che se dovessero capitarvi tra le mani i diari dell’abate Dalla Piccola e i contro diari di Simone Simonini bruciateli senza temere di incappare in una maledizione! Ho il dovere – da lettrice – di mettervi in guardia a proposito de Il cimitero di Praga di Eco. Anatema sul professore! Accidenti, che il diavolo se lo porti. Che megalomane, è riuscito comunque a far parlare di sé. E io che volevo raccontarvi un’altra storia.
Ma torniamo al mio incontro. Dunque, continuavo a spulciare tra titoli copertine e scaffali quando proprio non ho più resistito. Gli sono andata incontro e ho cominciato a sfogliare le prime pagine. Ecco, ti pareva. Che dice? “Bello o brutto che sia, questo è il libro per cui sono venuto al mondo”… sì, vabbè. Mi vuoi convincere a stare ad ascoltarti. Decido di comprarlo. Intanto, mentre tergiversavo tra altri libri, mi giravo e rigiravo quello tra le mani. È che proprio… Non è che il titolo mi ispirasse molto… Canale Mussolini… Mus…soli…ni…, no-no-no. L’ho risistemato al suo posto, nello scaffale. Però continuavo a ripensare a quello che avevo letto dopo la prefazioncina della prima pagina (di solito prima di acquistare un libro dò un’occhiatina veloce all’incipit del libro - ossia, alle prime righe del primo capitolo - così, giusto per farmi un’idea. Ma un’occhiatina piccola piccola!). Sono tornata indietro e mi sono detta: “ Mah, dopo il cimitero di Praga posso leggere qualunque cosa!”. “Per la fame. Siamo venuti giù per la fame. E perché se no?”. E’ così che ho iniziato ad ascoltare la storia della famiglia Peruzzi, di zio Pericle, zio Adelchi e dei nonni.
Che eccellente narratore! Non ho staccato un attimo l’orecchio dal suo racconto e perciò il libro l’ho divorato in tre giorni. Romanzo godibilissimo, strutturato secondo un caleidoscopio di memorie, scrittura scorrevolissima (sebbene s’incontrino spesso espressioni in dialetto veneto, peraltro comprensibilissime), quattrocentocinquantacinque pagine senza un attimo di noia (argomento, questo, assolutamente presente nel racconto di Simone Simonini!, ancora lui, maladéto tì e i Zorzi Vila!). Istigatore dell’animo umano quando mi racconta la preparazione dei cappelletti della nonna: sì, ho ritrovato in ogni rigo le sensazioni, gli odori e i colori dell’ infanzia trascorsa coi miei nonni. Addirittura poeta, per il piacere che esalta nel descrivere l’orgoglio della gente quando ricorda i campanili del proprio paese: “Era un ristoro quando in campagna - sotto il sole, a zappare le bietole - sentivi il tocco delle ore e tutti rialzavano la schiena, e asciugandosi la fronte mandavano lo sguardo al campanile. Non serviva solo come punto d’orientamento - che pure è già importante, in mezzo al piano sterminato della Valpadana - ma era il punto d’ancoraggio a cui attaccare l’anima, perché era grazie a lui che tu sapevi di non essere solo in mezzo a questo piano e che in caso di necessità avrebbe suonato le sue campane e tutti sarebbero accorsi per darti e darsi aiuto”. Non è poesia? Personalmente ritengo di sì, e checché ne dica Maurizio Cucchi!
Mi è piaciuto il pensiero sul viaggio espresso così: “In ogni viaggio c’è sempre - prima - la bramosia del nuovo, la fretta d’arrivare, lo svagarsi del trambusto. Ma poi si fa strada l’ansia di ciò che t’aspetta, il timore di quel che non t’aspetti e l’indolenzimento delle ossa sulle panche di legno dei sedili, la nostalgia di ciò che hai lasciato, la gente che non vedrai mai più, la voglia di continuare a dormire senza più svegliarti - dormire nonostante i raggi di sole che dal finestrino ormai ti infastidiscono gli occhi - e vorresti che il viaggio non finisse più. Invece no: “Strìììììì…”. Giù dalle carrozze!”. Molto pirandelliano, devo dire. E non solo questo. Ho trovato una forma pirandelliana anche nello stile della narrazione, ossia, quel raccontare la storia al lettore ponendoselo di fronte e dandogli del lei.
Comunque, il filò è giunto poi al termine. Volete sapere cos’è il filò,nevvero? Avete ragione e vi accontento subito. Il filò appartiene alla tradizione veneta e consisteva (uso l’imperfetto perché credo che oggi sia stato surclassato da un’altra tradizione, quella televisiva con le sue banalità) nel “riunirsi tutti a sera, dopo cena, ora in un podere ora in un altro a raccontarsi storie, fòle, favole e roba del genere, al lume di candela o di petrolio”. Il filò è dunque terminato davvero, ma c’è ancora qualcosa che mi svolazza intorno alla testa come fosse il ronzìo d’un ape. Ad un certo punto della storia, zio Pennacchi mi racconta che zia Santapace volendo quasi assecondare un desiderio della nonna, decide di mandare in seminario i suoi due figli: Manrico e Accio. Accio Benassi. Ma caro il mio zio Pennacchi, questo Accio Benassi non è per caso il protagonista di un’altra tua storia? E certo! Che furbata! Ora, vedi, non posso proprio fare a meno di chiederti di riunirci ancora per un altro filò, quello del Fasciocomunista Accio Benassi! E allora devo correre di nuovo in libreria (col rischio di scontrarmi di nuovo con Simone Simoni...! Ma stavolta gli tiro in testa il Canale Mussolini di Antonio Pennacchi che ha pure vinto il sul bel Premio Strega l'anno scorso). Eccola l'ape che mi ronzava intorno. Però, zio Pennacchi, che fiòl d’un can!!
venerdì 12 agosto 2011
«Sai dove comincia la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia…»
Internet ha contribuito in maniera definitiva a livellare le differenze fra il centro e le periferie, nel senso che un computer connesso alla Rete da un paesotto arroccato su un monte dimenticato diventa il centro del mondo. La connessione telematica annulla, così, il senso del ritardo (nell’apprendere notizie, nell’adeguarsi alle mode, etc…), che tradizionalmente hanno reso problematico il vivere in provincia: un ragazzo residente in corso Buones Aires a Milano e un suo coetaneo che consuma vuote giornate in un quartiere popolare di un paesino sconosciuto ai più si vestono nello stesso modo, ascoltano la stessa musica, coltivano le stesse fantasticherie, parlano lo stesso «linguaggio» (inflessioni dialettali, a parte). La specificità della vita provinciale è l’inevitabile condivisione degli spazi urbani con la solita gente di sempre. Grazia o tedio a morte? Direi, gran seccatura, che richiede una logica della sopportazione… Bisogna schivare gli sguardi indiscreti e le civetterie di circostanza, tollerare i comportamenti autoreferenziali e soprattutto una molteplicità di considerazioni arbitrarie fondate su una radicata (ma ingiustificata) autostima oppure su clamorosi errori di valutazione reiterati negli anni. Come si sa, poi, i piccoli centri hanno in comune con i vecchi una tendenza al conservatorismo. Come sopravvivere, dunque, nella provincia della provincia, in cui «moriamo ogni giorno dei medesimi mali», «siamo tutti uguali, siamo cattivi e buoni e abbiamo gli stessi mali, siamo vigliacchi o fieri, saggi, falsi, sinceri, coglioni»? Proprio così, perché lo spirito comunitario è fasullo, un gioco di facciata e ognuno vive dei propri egoismi… Dunque, come sopravvivere? Mi viene in mente un pensiero di Antonio Gramsci, tratto dalla lettera al fratello Carlo del 12 settembre 1927: «bisogna sempre essere superiori all’ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credersi superiori».
Internet ha contribuito in maniera definitiva a livellare le differenze fra il centro e le periferie, nel senso che un computer connesso alla Rete da un paesotto arroccato su un monte dimenticato diventa il centro del mondo. La connessione telematica annulla, così, il senso del ritardo (nell’apprendere notizie, nell’adeguarsi alle mode, etc…), che tradizionalmente ha reso problematico il vivere in provincia: un ragazzo residente in corso Buenos Aires a Milano e un suo coetaneo che consuma vuote giornate in un quartiere popolare di un paesino sconosciuto ai più si vestono nello stesso modo, ascoltano la stessa musica, coltivano le stesse fantasticherie, parlano lo stesso «linguaggio» (inflessioni dialettali, a parte). La specificità della vita provinciale è l’inevitabile condivisione degli spazi urbani con la solita gente di sempre. Grazia o tedio a morte? Direi, gran seccatura, che richiede una logica della sopportazione… Bisogna schivare gli sguardi indiscreti e le civetterie di circostanza, tollerare i comportamenti autoreferenziali e soprattutto una molteplicità di considerazioni arbitrarie fondate su una radicata (ma ingiustificata) autostima oppure su clamorosi errori di valutazione reiterati negli anni. Come si sa, poi, i piccoli centri hanno in comune con i vecchi una tendenza al conservatorismo. Come sopravvivere, dunque, nella provincia della provincia, in cui «moriamo ogni giorno dei medesimi mali», «siamo tutti uguali, siamo cattivi e buoni e abbiamo gli stessi mali, siamo vigliacchi o fieri, saggi, falsi, sinceri, coglioni»? Proprio così, perché lo spirito comunitario è fasullo, un gioco di facciata e ognuno vive dei propri egoismi… Dunque, come sopravvivere? Mi viene in mente un pensiero di Antonio Gramsci, tratto dalla lettera al fratello Carlo del 12 settembre 1927: «bisogna sempre essere superiori all’ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credersi superiori».
martedì 9 agosto 2011
Qualche giorno fa ho partecipato al funerale della madre di una vecchia amica di famiglia. Benché la città fosse spopolata da più di una settimana per l’esodo vacanziero, la chiesa era gremita di corpi provati dalla calura, nell’ora della siesta. Non ho trovato posto. Sono rimasto così appoggiato a una delle prime colonne della navata centrale. Da lì ho seguito con attenzione ogni aspetto del rituale: la costernazione delle figlie orfane, la partecipazione di un gruppo considerevole di amici e conoscenti, le letture incerte e quasi balbettanti del diacono, i nastri canterini in sostituzione del coro sparpagliato sulle coste più vicine. Certamente, ho ascoltato con particolare interesse l’omelia consolatoria del parroco, che è piuttosto noto per la tempestività delle sue prove retoriche. Ero così pronto ad ascoltare le consuete nenie del martirio, ritornello conciliante dell’anestesia cristiana risolto in una manciata di minuti. Mi sbagliavo: la grande affluenza e il legame amichevole con i parenti dell’estinta l’hanno indotto a prolungare l’omelia oltre i limiti del buon senso: venti minuti di prolusione dottrinaria, che ha assunto in alcuni tratti i connotati propri del monologo di un evangelizzatore perdente, che vorrebbe essere sbranato dai lupi per essere ricordato da qualcuno. Nessuno fra voi crede realmente nella vita dopo la morte! Un missionario smarrito fra orde barbariche, pagane e idolatriche, il detentore dell’assolutezza della Verità in una comunità di finzioni e dissimulazioni: esercizi di pensiero per incrementare l’autostima, ovvero il senso di sé. Gli scienziati si stanno impegnando per risolvere la vita con una siringa! Tono da comizio, esaltazione del cuore nell’abisso di pensieri perdenti. Qual è il senso di una provocazione pronunciata da un sostenitore ardito delle ragioni della bioetica cattolica al cospetto di una bara, di occhi gonfi di sofferenza? La dilatazione della tristezza. La strumentalizzazione di una tomba in esposizione per fini di mero proselitismo, ovvero la riduzione di una vita a materia di catechismo è l’assurdità della violenza psicologica, che contraddistingue l’attività di numerosi sacerdoti. Il fervore pretesco non ha dedicato neppure una parolina alla defunta: non è stato offerto alle figlie, ai parenti, agli amici, a me – appoggiato con la fronte corrucciata all’ultima colonna – neppure un motivo per ricordare per sempre quella vita, non disperdendola con il passare dei mesi nella fretta delle pratiche della vita quotidiana. La pietà cristiana si è manifestata sotto altre vesti: nella commozione dei presenti, negli abbracci amorevoli degli amici, nell’estinzione dell’odio per la vita nel caldo incenso che ha reso opprimente l’ambiente, nel rintocco monocorde e straziante della campane che ricordava a una città intorpidita che un’altra sua figlia è sparita. Il cuore cristiano è compassionevole: la com-passione è la condivisione della sofferenza, vale a dire la cifra dell’autentica simpatia. Mi viene in mente, al riguardo, un passo tratto da Soi-même comme un autre (1990), uno dei volumi più coinvolgenti del compianto Paul Ricoeur: «La sofferenza non è definita unicamente dal dolore fisico, e neppure dal dolore mentale, ma dalla diminuzione, e anche dalla distruzione della capacità di agire, di poter fare […]. Qui, l’iniziativa, precisamente in termini di potere-di-fare, sembra spettare unicamente al sé, che dona la sua simpatia, la sua compassione […]. Nella vera simpatia, il sé […] si ritrova affetto da tutto ciò che l’altro sofferente gli offre di contro. Dall’altro sofferente, infatti, procede un dare che non è, precisamente attinto dalla potenza di agire e di esistere, ma dalla sua stessa debolezza. È forse là la prova suprema della sollecitudine, che la disuguaglianza di potenza venga ad essere compensata da un’autentica reciprocità nello scambio, la quale, nell’ora dell’agonia, si rifugia nel mormorio condiviso delle voci e nella debole stretta di mani che si serrano insieme». Nella chiesa affollata, nell’ora più calda del pomeriggio in una giornata agostana di desolazione e solitudine, tanti cuori cristiani hanno accolto la debolezza di una famiglia costernata dal lutto per offrire in cambio compassione e sollecitudine, mentre un venditore di tristezza ha tentato di distruggere del tutto la capacità di agire dei sofferenti per issare un vessillo nero.
lunedì 8 agosto 2011
Credo che ognuno di noi abbia la sua Casa in collina, ossia, un rifugio, un nascondiglio, un posto che si può soltanto visitare con la memoria perché la vita ha virato verso altri luoghi, altre strade, altri suoni. Cos’è che ha spinto il sig. Rossi ad anticipare la sua vecchiaia, ad abbandonare la sua musica dal vivo, l’incontro con i suoi imperituri ammiratori? Ha vissuto la sua vita attraverso gli eccessi della droga, le scorrerie dell’alcol, l’esasperazione del successo e… l’invadenza della solitudine. Un artista è sempre solo. Quando crea, quando inveisce, quando esprime la sua arte, quando elabora il suo ardore. Ma è solo. E quando lo intuisce è tardi, è trascorsa una vita senza che se ne sia accorto e allora tenta di riafferrare le fantasie e l’entusiasmo dell’adolescenza ma si perde mentre va alla ricerca della sua casa in collina. Eppure c’è quella casa, esiste quella collina, solo, il nocciolo che svettava lì in lontananza pare assorbito dalle pieghe del tempo e allora si perdono le certezze, la varietà della vita e dei discorsi intorno ad essa. “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti” (C. Pavese, La luna e i falò). L’uomo è continuamente alla ricerca di se stesso e sa di potersi rintracciare nella stradina mal ridotta che conduce verso la propria collina lì, dietro quel casolare di campagna.
martedì 2 agosto 2011
C’è chi ha inteso la ricerca filosofica come il tentativo di gettare nuova luce su espressioni del pensiero «alienate» dagli orientamenti storiografici, ponendole così in primo piano rispetto ai grandi sistemi, che sono tecniche del «potere» applicate alla fondazione di identità culturali forti. In tal senso, l’esercizio speculativo si converte in un gesto «archeologico».
G. W. Leibniz (1646-1716) fu uno degli esponenti più influenti del pensiero filosofico e scientifico della modernità, forse l’ultimo «genio» europeo. Si occupò di molteplici piani tematici, anche decisamente differenti fra loro, lasciando contributi influenti: scoprì indipendentemente da Newton il calcolo infinitesimale, progettò una delle prime macchine calcolatrici (archetipo del computer), si spese per la riconciliazione dei cristiani nel segno di un’unica Chiesa universale, fu il massimo rappresentante del razionalismo del XVII secolo. Inoltre, si interessò con profitto a problemi di fisica, astronomia, medicina, diritto, etica, politica, storia, non trascurando l’osservazione dei dettagli e lo sviluppo delle intuizioni. L’enciclopedismo presupponeva comunque un’autentica passione per le biblioteche e le raccolte librarie: si formò da autodidatta nella ricchissima biblioteca del padre (austero docente universitario); fra le mansioni cortigiane che assolse presso il duca di Hannover emergeva soprattutto quella di bibliotecario e storico di corte e, inoltre, nel corso della sua vita compose un considerevole fondo librario privato. Nel febbraio 1663, il diciassettenne Leibniz acquistò sul banco di un mercante in occasione di una delle grandi fiere librarie di Francoforte (oppure di Lipsia) uno dei primi volumi per la propria biblioteca personale: la seconda edizione del Tractatus novus, utilis et jucundus, de Voluptate et Dolore, de risu et fletu, somno et vigilia … (typis Wolffgangi Richteri, sumptibus Ioannis Theobaldi Schonwetteri, Francofurti 1603) di Venafranus Jossius, al quale era allegato, per affinità tematica, il notevole trattato sul riso di Antonio Lorenzini Poliziano.
Venafranus Jossius era senza dubbio Nicandro Iossio, filosofo e medico originario di Venafro attivo nella seconda metà del Cinquecento. Insegnò filosofia a Roma, dove nel 1580 fu pubblicata «apud Franc. Zanettum, in 4» la prima edizione del Tractatus. Lo studio di Iossio esprime in maniera lineare i caratteri distintivi propri dell’aristotelismo rinascimentale, intriso di sfumature naturalistiche, svelando comunque una propria originalità nella presentazione di una spiegazione gnoseologica delle facoltà sensoriali e di un’interpretazione «psicologica» del riso e del pianto. Il Tractatus ebbe una buona fortuna: l’edizione tedesca postuma (1603) contribuì alla circolazione dello scritto negli ambienti culturali europei. Certamente Iossio fu letto nel Sacro Romano Impero, in Francia e in Inghilterra: non solo Leibniz, ma anche Gabriel Naudé, bibliotecario del cardinale Mazzarino, e Robert Burton, il celebre autore di The Anatomy of Melancholy (Oxford 1621) possedevano, ad esempio, una copia personale dell’opera. La fortuna seicentesca si estinse progressivamente. Il Tractatus è stato incautamente «rimosso» dalla ricerca storiografica: non ne è mai stata elaborata un’edizione critica o una traduzione, né si riscontrano monografie sul pensatore venafrano. Le ricerche più esaustive concernenti la storia del pensiero scientifico tardo-rinascimentale si limitano a citare il volume in nota, senza offrire elementi di contestualizzazione. L’Enciclopedia Filosofica Bompiani, preziosa per la completezza delle informazioni che fornisce anche su autori «minori», non dedica al Tractatus neppure un rigo dei suoi venti volumi. Nicandro Iossio è stato dimenticato anche nella sua cittadina d’origine. Quanti studenti locali hanno avuto l’occasione di sentirlo nominare? La toponomastica (che rappresenta un indizio prezioso per apprendere lo «spirito culturale» di un centro urbano) l’ha relegato in una via gregaria, breve, stretta, in salita, persino priva di indicazione stradale. Si tratta di un riconoscimento inutile.
La ricerca filosofica, dunque, può restituire un volto a percorsi del pensiero significativi e valevoli, che sono stati condannati all’oblio per pregiudizio ideologico» o, peggio ancora, per assenza di profondità.
domenica 26 giugno 2011

Federico Silvestri
Identità temporale e unità funzionale del corpo organico:sul ruolo delle macchine naturali nella filosofia di Leibniz (14.30)
Francesco Giampietri
Il fondo umbratile dell'individualità. Leibniz e ilprincipio di individuazione (15.00)
Andrea Costa
Leibniz e le macchine dell'arte (15.30)
Coffee break (16.00)
Discussione (16.30-18.00)
lunedì 21 marzo 2011

Capita a volte di trovarsi nel bel mezzo di un’amicizia e pure perdersi, all’improvviso, nel turbinio avventuroso che la vita ci riserba e non per questo lasciarsi andare così e tanto da dimenticare ciò che è stato, ciò che s’è protetto e amato. Quant’è seria e maledettamente adulta una storia d’amicizia che si pensava fosse invincibile. Invincibile sì, al tempo, alla lontananza e a quel turbinio sopraccitato che non si può non assecondare.
Già, invincibile. A tutto, tranne che ai cambiamenti. Un non senso. E allora mi propongo le domande più inaspettate, gli interrogativi più ingarbugliati, i ragionamenti più strambi e innocenti che non mi rendono soddisfazione e non mi chiariscono il senso di un allontanamento fattosi strada pian piano anche solo attraverso il silenzio di una breve telefonata. E pensare che un tempo si scrivevano lettere, lunghe, belle, da trovare una volta al mese nella cassetta postale. Ci si scriveva ogni mese, anzi il 17 d’ogni mese. Il 17 perché ci sembrava un numero controcorrente, un numero schivato dal resto del mondo, un numero pieno di fascino, insomma. Gli anni trascorsi tra i banchi di scuola, magici, teneri e sorbiti d’un fiato per la voglia di crescere e andar via per realizzare sogni lontani. Come fossimo gli eroi d’una pellicola di Sergio Leone, la nostra era una complicità perfetta. E poi ancora, un diario, il nostro, scritto a scuola durante le ore di lezione, a mò di dialogo, con le nostre domande e le nostre labili risposte, quelle d’adolescenti, quelle di due amiche dal cuore unico. Il nostro diario era un quaderno di mille pensieri, uno zibaldone dorato in mezzo ai libri di scuola; chissà se l’hai conservato o magari gli hai proposto un volo pindarico dalla finestra della tua casa romana… E pensare che non molto tempo fa lo rileggemmo insieme. Ma magari la pazza della porta accanto sono io: così attratta come sono dai sentimenti, quelli veri che si sentono in fondo all’anima come un tamburo per niente astratto e malridotto. Non sempre il sottosuolo è quel luogo arido descritto da Dostoevskij e a volte puoi trovarci anche degli spazi infiniti d’innata umanità. E poi Roma, sì, Roma. La città eterna che non t’ha resa altrettanto eterna in fondo all’anima ma t’ha cambiata. I fori imperiali, l’anfiteatro Flavio, l’arco di Costantino t’hanno rubato l’anima e l’hanno sostituita con qualcosa che io non riconosco.
Cara E., il 17 di questo mese è trascorso ormai già da qualche giorno ma piuttosto che unirmi al tuo silenzio incomprensibile ho deciso di sparpagliare nell’infinito caos di un computer i fogli disordinati di quest’amicizia pallida e smarrita. Ti abbraccio nella mancata speranza, ormai, di poterlo fare di persona.
giovedì 17 marzo 2011

Ricorda che la nostra tre colori ha
Ricorda che la nostra tre colori ha
martedì 30 novembre 2010

Sempre preciso, diretto, lucido, il regista ha saputo cogliere tutti gli aspetti, tragici e comici, dell’uomo medio italiano. Osservatore attento, ha saputo sottolineare, con cura e ricercatezza, le manie e le stranezze, il cinismo ma anche la bontà della società italiana dei suoi tempi.
Chissà, con quale sguardo indagatore avrebbe saputo scrutare dietro la macchina da presa le vicende e il ridicolo delle vicende che in questi ultimi anni ci hanno invaso gli occhi e le orecchie?
Architetto prezioso dell’animo umano e gigante nel proporre la presa di coscienza di una donna che negli anni ’60, in piena contestazione, lascia la Sicilia per volare a Londra (covo di hippy e culla della nuova tendenza ispirata all’amore libero) e realizzare finalmente il suo ‘delitto d’onore’ contro l’uomo che l’ha sedotta e abbandonata. Cambierà presto le sue direttive, alla faccia delle tradizioni sicule e di quella famosa espressione caldeggiata da bocche omertose che riecheggia tra le strade afose della sua Sicilia: “Svergognata!!!”.
Monica Vitti, che per la prima volta assume un ruolo comico, al ragazzo inglese che la ospita in casa sua (obbrobrio per le donne benpensanti del suo paesello che le avrebbero urlato l’epiteto di cui sopra, o peggio!), stupita (e forse anche amareggiata!) sbotta una battuta fenomenale in un siciliano ‘inglesizzato’: “Ma como? Ju mani, aj wiman, ju luk tv?!?”.
Maestro, mi mancheranno le tue interviste, la tua severità scavata nelle rughe del tuo volto mentre giudicavi il modo col quale è governato questo Paese, il tuo e il mio. Volando via, così come hai fatto, hai voluto porre un colpo di scena nel copione della tua vita.
Un film meraviglioso, anche perché hai saputo affiancare due immensi attori che io amo a priori, Totò e Anna Magnani, aveva come titolo Risate di gioia. Ed io, oggi, voglio immaginarti così, attraverso una risata di gioia, quella che deve rubare la scena ad un volto malinconico e triste per il tuo addio alla vita.
lunedì 1 novembre 2010
Point of view Risulta del tutto evidente che, nella maggioranza dei casi, la condotta sessuale di un soggetto è assimilabile per definizione a una sfera intangibile, un dominio sottratto allo sguardo indagatore del vicino e all’ingerenza inquisitoria del moralista. Nessuno è tenuto a rendicontare su preferenze o inclinazioni afferenti all’alcova dell’eros. Il giudizio di valore su una persona dovrebbe essere slegato dalla considerazione delle sue frequentazioni serali o notturne. Questa considerazione vale come regola generale del buon senso e del rispetto del principio di (auto)determinazione del soggetto responsabile. Tuttavia, ogni principio generale comporta, includendolo, uno spiraglio di eccezionalità. Per quel che concerne la sessualità, ogni elemento di tutela della sacralità delle condotte sessuali viene meno nel caso in cui compaiano, sulla scena della narrazione, i minori, i diversamente abili o corpi incapaci di intendere o volere ovvero i referenti elementari dell’abuso. L’adescamento o la corruzione di un minore è un crimine contro l’umanità. La scappatoia dell’ignoranza dell’età dell’oggetto sessuale non può funzionare come paracadute giuridico, dal momento che chi ha ingabbiato nella propria trappola una ragazzina o un ragazzino l’ha fatto per obbedire a una precisa perversione sessuale, che vale come movente del riscatto dell’impotenza.
Si consideri il seguente caso. Un settantaquattrenne di nome S. è stato abbandonato dalla seconda moglie, perché lo ha ritenuto, per via della continua frequentazione di minorenni, un vecchio degno di essere curato. S. ha finanziato la crescita di una ragazzina diciassettenne di nome N., promettendole un futuro da starletta con il consenso entusiasta dei suoi genitori. Poi si viene a sapere che S. si è intrattenuto anche con altre minori, come ad esempio una nordafricana diciassettenne (R.), cui ha consegnato 5.000 euro per il disturbo del contatto con un vecchio. Come verrebbe definito S.? Non ci sono dubbi: maniaco, pervertito, depravato, pederasta o magari pedofilo. Si ponga, a questo punto, l’ipotesi estrema (ma non controfattuale) che S. sia il premier di un Paese democratico e che abbia fatto pressioni su una questura affinché si trovasse la soluzione più conveniente per la sua piccola R., bypassando quanto previsto da un Tribunale dei Minori. Si pensi anche che, per risultare convincente, S. abbia detto al questore, mentendo spudoratamente, che la piccola R., marocchina, sia la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak. Suvvia, come verrebbe definito S.? O meglio, dove andrebbe spedito?
martedì 26 ottobre 2010
Nuove inquietudini La presentazione del saggio nell’aula magna del Liceo scientifico è stata in parte soddisfacente, in parte deludente. Il senso della metà (e pertanto dell’incompiutezza) la qualifica bene, nel senso che soltanto la metà degli studenti che sono stati coinvolti – fra le classi quarte e quinte dei licei classico e scientifico – ha partecipato civilmente al seminario, restando in silenzio, ascoltando gli interventi, magari fingendo interesse. La condotta barbarica della seconda metà, appollaiata nelle retrovie, è l’effetto dell’atteggiamento autolesionista messo in campo da certi docenti che hanno sabotato l’opportunità di declinare la didattica lungo direttrici originali. In definitiva, ho tentato di portare un po’ d’aria fresca in una camera a gas. In parte ci sono riuscito, ingerendo comunque tossine che avevo dimenticato. Era il prezzo piuttosto salato da pagare.
L’appuntamento era aperto al pubblico. In realtà, forse per l’orario oltremodo impopolare, la partecipazione extraliceale è stata infinitesimale: ho riconosciuto visi di cui posso fidarmi. Si sono tenuti a debita distanza gli esponenti locali della sinistra sinistrata, ammuffiti dalla coltivazione del rancore per aver perso tutto ciò che c’era da perdere. Potrei concedergli il brevetto del fallimento. Gli riconosco l’ostinazione del mulo indomabile.
Una rete TV locale ha mandato in onda un servizio nel corso del TG in cui l’inviato confeziona il suo servizio sulla presentazione del volume non citando mai il nome dell’autore (sic!). Invito qualcuno a segnalarlo alla redazione del TG1, che ha bisogno di gente del genere. Il coraggio di deformare non solo le notizie di informazione politica, ma anche i servizi culturali lo rende degno di un patronus di più alto spessore. La damnatio memoriae è dovuta a diverse ragioni. Il proprietario di quella rete è un Berlusconi miniaturizzato, ovvero un personaggio dal curriculum inquietante, che ha affidato il suo Milan di campagna al fratello, per gestire giornali, destini e morti. I suoi valvassori non accettano che io non possa essere assoldato come vassallo. Nel 2004 una voce anonima mi propose al telefono di collaborare con quella rete, in qualità di redattore. Rifiutai senza mezzi termini. Ero un ragazzino senza un centesimo in tasca. Quella determinazione si rivelò convincente, fin troppo. Salvai la mia anima dall'inferno.
giovedì 21 ottobre 2010
Attualità di Leibniz: il pensiero etico e politico
Per saperne di più: http://www.futuromolise.net/eventi/eventi-culturali-in-molise/2227-sabato-23-ottobre-a-venafro-il-convegno-il-cielo-sceso-a-corte-attualita-di-leibniz-il-pensiero-etico-e-politico.html (FuturoMolise) http://www.altromolise.it/notizia.php?argomento=appuntamenti&articolo=45041 (AltroMolise)
venerdì 10 settembre 2010
Il cielo sceso a corte. Diritto e politica nel pensiero di Leibniz
Giampietri Francesco
Il cielo sceso a corte
ISBN: 9788848811224
Pagine: 168
€ 14,00
per saperne di più: http://www.lampidistampa.it/index.php?p=catalogo&id=1477 o http://www.ibs.it/code/9788848811224/giampietri-francesco/cielo-sceso-a-corte.html oppure http://opac.sbn.it/opacsbn/opaclib?db=iccu&select_db=iccu&nentries=1&from=1&searchForm=opac/iccu/error.jsp&resultForward=opac/iccu/full.jsp&do=search_show_cmd&rpnlabel=+Titolo+%3D+il+cielo+sceso+a+corte+%28parole+in+AND%29+&rpnquery=%40attrset+bib-1++%40attr+1%3D4+%40attr+4%3D2+%22cielo+sceso+corte%22&totalResult=1&fname=none&brief=brief
Uno ‘studio’ (nell’accezione pittorico-architettonica del termine) che si presenta come un intenso e promettente tentativo di risposta a una delle questioni che sotterraneamente mobilitano ogni ricerca sul pensiero giuridico-politico di Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716). Ai ripetuti progetti di riordino del corpus del diritto, ai minuziosi piani di organizzazione amministrativa ed economica della realtà politica del tempo o all’instancabile impegno per l’istituzione di Società scientifiche al fine di favorire scoperte e innovazioni tecnologiche in tutti i campi, fa riscontro una malcelata negligenza di Leibniz nella costruzione teorica di un esplicito paradigma di definizione politica dello Stato. Tuttavia questa considerazione non deve lasciar pensare a un limite del sistema leibniziano. In questa prospettiva, il volume, che ha la struttura di un manuale, pur essendo un testo ermeneutico, rappresenta un nuovo contributo critico, non tanto e non solo per chi intenda mettere a fuoco una delle aree problematiche più significative e meno note attraversate dal filosofo di Hannover, ma anche e soprattutto per chi voglia risalire i motivi e le istanze genetiche del suo formidabile progetto metafisico.

Ma oggi in altro modo voglio ripresentarmi tra le pieghe distese di un progetto libertario. Oggi voglio congratularmi e dirti quanto io sia orgogliosa e fiera ma anche commossa e colma di gioia per quella che è la tua opera prima in campo letterario. C’è un barlume di speranza in fondo al tunnel della precarietà e della raccomandazione facile per chi corrompe e lascia corrompersi.
Francesco, che il tuo libro sia il primo di una lunghissima serie. Che la passione per la conoscenza possa invaderti l’anima senza incontrare ostacoli e compromessi.
Con affetto inaudito.
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In quest’ora di luce il tuo pensiero gentile
conquista la mia patria di fiorite primavere.
Il tuo proferire solenne come l’arenile maestoso
riveste la mia natura di brina e arbusti variopinti.
La tua parola, fratello mio,
è un popolo di vittorie che mordente e vivo
si diletta ad esplorare le valenti prose
di un quaderno universale.
Il mio spirito ebbro di gioia
spalanca le sue braccia
al naviglio festoso che
rincorre la tua ombra.
Non è un piano, non è un velo
è la tua verità, è il tuo essere
di puro e semplice tesoro,
è la tua freschezza di oceano imbiancato,
è la tua sete di mistero svelato,
è la tua mano che frena il movimento di paesi incantati,
è il tuo germoglio di trionfante sole e di tenera luna.
Sei il calice traboccante di suoni,
sei il volo superbo del raggio di luce.
Sei mio fratello.
16 gennaio 2004
giovedì 5 agosto 2010
Il blog può tornare a vivereTutto cambia, nel volgere di pochi mesi. L’evoluzione dell’esistente è irrefrenabile. Un governo in bilico, le vuvuzelas funerarie per Lippi, l’afa e le piogge… Per resistere al cambiamento, non smarrendo l’equilibrio, la coscienza deve appellarsi ad un punto fermo: la staticità delle relazioni affettive, un porto sicuro per una scialuppa ondivaga. Mi spiace che il blog sia rimasto fermo così a lungo alla data del 18 giugno. Eppure le notizie da commentare non sono di certo mancate. Purtoppo, non ho avuto altre scelte. Ho dovuto concentrare l’espressione della mia scrittura in maniera totalizzante su un altro progetto, che era in attesa di essere portato a termine da tempo. Ho dovuto sacrificare un mese e mezzo, metà giugno e luglio. Non potevo scrivere altro. Qualsiasi deviazione della mia attenzione aveva il valore di un attentato al mio lavoro. Ora ci sono quasi. Magari fra qualche settimana potrò svelare il sipario. Ad ogni modo, da oggi il blog può tornare a vivere.
venerdì 11 giugno 2010
cara Martina
Cara Martina, un gesto ha più valore del chiacchiericcio infinito. Sono le opere a contare, non le parvenze o le imitazioni di gesti rimandati. Per questa ragione, sollecitato dal tuo arrivo, ho voluto stravolgere la grafica del blog, rendendola più accogliente. Io mi sono sempre attenuto ad una morale molto semplice, per la quale – come ti dicevo – contano i gesti, che dovrebbero essere esemplari, in relazione al loro significato. Tua madre, l’adorabile Federica, non l’aveva capito, sai. Diversi mesi fa mi disse che ero distante, disinteressato, preso solo dalle mie (‘inutili’, aggiungerei io) faccende. Ovviamente si sbagliava. Ti seguo da mesi, seguo tua madre da 26 anni lasciandola respirare. Più in generale, ho sempre partecipato con pieno coinvolgimento emotivo ai momenti decisivi della vita delle persone che mi sono care. Come ti ho detto, sarei venuto anche a piedi da Roma, per te. Spero che tua madre ieri abbia capito il senso dell’apologia della mia morale. Se non l’avesse capito, ovviamente non cambierebbe nulla. Ricorda Martina: le apparenze sono portate via dal vento, perché non contano nulla. Sono i gesti a restare, ad incidere nella nostra storia, scolpendo valori morali nel tabernacolo del nostro cuore. Ovviamente ti lascio il video che ho girato mentre piangevi a scuarciagola.
Ci tenevo a dirti queste cose. Non saprei davvero dirti dove sarò, quando potrai leggerle o capirle, ma questo ovviamente non conta.
Un bacione mia cara.
Francesco
giovedì 3 giugno 2010
Stasera ho l'umore a terra. Non è un gioco da niente impegnarsi tutti i giorni per evitare che la superficialità annulli anni di studio febbrile, ovvero una giovinezza dannata. Da qualche settimana sto trascurano il blog, fumo più di quanto non dovrei, perché sono preso da più incombenze, impegnato attualmente su più fronti, posti in campi diversi. Non posso non augurarmi che almeno ne valga la pena. Ad ogni modo, nei prossimi anni non potrò rimproverarmi carenze di coraggio. L'intraprendenza logora il cuore. Non importa. Una canzone vale mille parole. Mi fa piacere riascoltare una vecchia canzone del'97. Mi torna in mente un ragazzino di quattordici anni che, nel corso di un'estate balneare, l'estate decisiva, capì più di quello che avrebbe dovuto ed iniziò ad invecchiare.
venerdì 21 maggio 2010
giovedì 20 maggio 2010

Moralmente parlando, i modelli hanno un che di impersonale. Sintetizzano l'esistenza dell'altro fornendo un quadro che di tutto sa men che di vero. Sono da considerare modelli tutte quelle conoscenze di cui disponi sulla vita di chi è distante; coloro di cui puoi dire di compatire o invidiare o ammirare qualcosa. Anche l'odio talvolta si riduce ad uno schema di pensieri ed azioni. Questi sentimenti hanno raramente per te un valore, da che il detto: ciò che non è nostro non ha valore. La vita degli altri e forse la tua si riducono in fondo a riassunti, alcuni davvero poco apprezzabili, tanto da essere dimenticati o quasi nei magazzini della memoria, come un quadro appeso in un corridoio o sul muro delle scale, qualcosa che vedi raramente e solo di sfuggita... un errore grammaticale su un assegno che foraggia chi sa apprezzare la tua superficialità. E da questa considerazione segue un pensiero, ovvero che se la tua vita si riduce ad un riassunto quasi del tutto impersonale, quasi che non ti appartenesse, come potresti mai preoccuparti dell'altro tu che a te stesso sei estraneo? Allora è vero o no, che solo chi ama se stesso può amare anche l'altro, o almeno imparare a farlo?
lunedì 17 maggio 2010
martedì 11 maggio 2010
Un omaggio al genio di García Lorca
Presentazione de “El amor brujo” di Bruna Marcelli
Sabato 15 maggio 2010 ore 18.30
Sede AUSER, via Plebiscito Venafro
Intervengono:
Francesco GIAMPIETRI
Scuola Superiore di Filosofia
Università di Roma “Tor Vergata”
Elide DI DUCA
Edizioni Edimond
Città di Castello
Fausto PELLECCHIA
Università di Cassino
Bruna MARCELLI
Autrice de ‘El amor brujo’
lunedì 10 maggio 2010
JORGE LUIS BORGES
«Le enciclopedie sono state la lettura principale della mia vita. Sono sempre stato interessato alle enciclopedie. A Buenos Aires andavo alla Biblioteca Nacional e, siccome ero timido, non osavo chiedere un libro o avvicinare un bibliotecario, e così cercavo sugli scaffali l’Enciclopedia Britannica. Ovviamente poi mi portavo il libro a casa. Sceglievo un volume a caso e lo leggevo. Una notte fui ben ricompensato perché lessi tutto sui Drusi, su Dryde \ e sui Druidi, tutti nello stesso volume, ovviamente, il “DR”. «Poi mi venne l’idea di un’enciclopedia di un mondo vero e poi di una, ovviamente molto rigorosa, di un mondo immaginario, dove tutto sarebbe stato collegato. Dove, per esempio, ci sarebbe stato un linguaggio, poi la letteratura, poi la storia, e così via. Poi ho pensato di scrivere una storia dell’enciclopedia fantastica. Naturalmente per scriverla ci sarebbero volute molte persone diverse che discutessero molte cose - matematici, filosofi, uomini di lettere, architetti, ingegneri, e anche narratori o storici. Poi, siccome mi serviva un mondo assolutamente diverso dal nostro, - non bastava inventare nomi stravaganti - mi dissi, perché non un mondo basato sulle idee di Berkeley?». Un mondo in cui è Berkeley a rappresentare il senso comune e non Cartesio? «Sì, proprio così. Quel giorno scrissi Tlön Uqbar, Orbis Tertius. Ovviamente l’intera storia si basava sulla teoria dell’idealismo, l’idea che non ci sono cose ma solo eventi, che non ci sono nomi ma solo verbi, che non ci sono cose ma solo percezioni...». Tlön è un buon esempio di racconto dove, comunque finisca la storia, il lettore è incoraggiato a continuare ad applicare le sue idee. «Bene, lo spero. Mi chiedo però se siano le mie idee. Perché, davvero, io non sono un pensatore. Ho usato le idee dei filosofi per i miei scopi letterari, ma non credo proprio di essere un pensatore. Penso che il mio pensiero sia stato fatto per me da Berkeley, Hume, Schopenhauer, forse Mauthner». Lei dice di non essere un pensatore... «Ciò che intendo dire è che non ho un sistema filosofico mio. E non ho mai cercato di crearmelo. Sono solo un uomo di lettere. Nello stesso modo - beh, forse non dovrei scegliere questo esempio - nello stesso modo in cui Dante usava la teologia per gli scopi della sua poesia, o Milton la teologia per la sua poesia, perché io non dovrei usare la filosofia, soprattutto l’idealismo - la filosofia che mi attira - per scrivere un racconto, una storia? Penso che sia lecito, no?». Lei condivide di sicuro una cosa con i filosofi: la fascinazione per la perplessità, il paradosso. «Sì, ovviamente - presumo che la filosofia sgorghi dalla nostra perplessità. Se avete letto quelli che potrei essere autorizzato a chiamare “i miei lavori”, avrete visto che lì dentro c’è in continuazione un evidente simbolo della perplessità: il labirinto. Labirinto e stupore vanno insieme, no? Un simbolo di stupore potrebbe essere il labirinto». Ma i filosofi non sembrano contenti di essere semplicemente messi di fronte alla perplessità, vogliono risposte. «Hanno ragione». Hanno ragione? «Beh, forse nessun sistema è completamente raggiungibile, ma la ricerca di un sistema è molto interessante». Lei definirebbe il suo lavoro la ricerca di un sistema? «No, non sarei così ambizioso. Lo definirei non fantascienza ma racconto filosofico, o racconto onirico. Sono anche molto interessato al solipsismo, che è poi una forma estrema di idealismo. È strano come tutti quelli che scrivono di solipsismo lo facciano per confutarlo. Non ho visto un solo libro a favore del solipsismo. So quello che vorreste dirmi: dato che c’è un solo sognatore, perché scrivo un libro? Ma se c’è un solo sognatore, perché non potrei sognare di scrivere un libro?». Che cosa pensa del solipsismo? «Che in senso logico è inevitabile: non ammette confutazione e non produce convinzione». In conclusione, lei ritiene che una storia possa rappresentare una posizione filosofica più efficacemente delle argomentazioni di un filosofo? «Non ci ho mai pensato, ma presumo di sì. Penso a qualcosa in termini di Gesù Cristo. Se ben ricordo, non ha mai usato argomentazioni, usava lo stile, usava certe metafore. Usava frasi che facevano colpo. Non diceva: non sono venuto a portare la pace ma la guerra, bensì: non sono venuto a portare la pace ma la spada. Cristo pensava per parabole. Blake diceva che un uomo, se è un cristiano, non dovrebbe essere solo intelligente, dovrebbe essere anche un artista, perché Cristo ha insegnato l’arte attraverso il suo modo di predicare, perché ognuna delle frasi di Cristo, se non ogni singola parola, ha valore letterario e la si può prendere come metafora o come parabola». Ma allora, che cosa distingue l’attitudine filosofica da quello lettaria, se condividono così tante cose? «Il filosofo ha un modo molto rigoroso di pensare, mentre lo scrittore è interessato anche alla narrazione, racconta delle storie, usa le metafore». Lei ritiene che un racconto, soprattutto un racconto breve, possa essere rigoroso in senso filosofico? «Direi di sì. Ovviamente in quel caso sarebbe una parabola. Ricordo una frase letta nella biografia di Oscar Wilde di Hesketh Pearson, a proposito della predestinazione e del libero arbitrio. Pearson chiese a Wilde dove mettesse il libero arbitrio, e quello rispose con una storia di aghi e chiodi che vivevano nei pressi di un magnete e dicevano: dovremmo andarlo a trovare, senza rendersi conto che si stavano slanciando sul magnete, il quale sorrideva perché sapeva che stavano andando a trovarlo. In questo modo Wilde dava la sua opinione: noi pensiamo di essere attori liberi, ma ovviamente non lo siamo... Vorrei però chiarire che, se si devono trovare idee in ciò che scrivo, quelle idee arrivano dopo la scrittura. Intendo dire che io comincio a scrivere, comincio con la storia, con il sogno. E poi, forse, entra qualche idea. Non comincio con la morale, per poi scriverci su un racconto che la dimostri».
