La vita è esperienza, cioè improvvisazione, utilizzazione delle occasioni; la vita è tentativo in tutti i sensi. Donde il fatto, a un tempo imponente e assai spesso misconosciuto, delle mostruosità che la vita ammette
Georges Canguilhem



mercoledì 23 luglio 2014


Tempo fa, quasi per scherzo, decisi di partecipare al Concorso Internazionale di Poesia Inedita 'Il Federiciano', ideato e realizzato dall'Editore Giuseppe Aletti.  Stamattina, aprendo la posta elettronica, ho avuto un fremito di gioia quando ho letto ciò che mi è stato comunicato: la Aletti Editore, dopo aver preso visione delle preferenze espresse dalla giuria, ha deciso di pubblicare la mia poesia nel volume antologico edito e distribuito, nella omonima collana, dalla casa editrice suddetta. Il libro in cui sarà presente la mia poesia sarà pubblicato nel mese di agosto.  Tra l'altro, la stessa poesia concorre per essere riprodotta in una delle due stele poetiche che verranno adagiate sulle pareti del centro storico di Rocca Imperiale. Sono molto felice, sia perché i partecipanti di quest'anno sono stati oltre 2400 autori. E poi, anche perché la poesia scelta contiene un tributo a quel poetico incanto storico custodito in un vecchio museo del mio paese.

A voi l'opera scelta:
 
E gentile, l'anima
s'immerge in un
chiostro di memorie antiche
per riemergere
nell'incanto marmoreo
di una dea genitrice             
di amori universali.
Riflessa nel candore
estatico di questa
luna settembrina
mi lascio soggiogare
da una passione remota
che vibra le sue corde
nello zampillo d'eternità
di un'Afrodite venafrana.


mercoledì 11 giugno 2014


sabato 7 giugno 2014



       Esprimo pubblicamente i miei complimenti a Tonino Atella per la sua fortunatissima invenzione di un Caffè letterario nella Piccola Città che, a dire il vero, è priva addirittura di una libreria. Il suo coraggioso e generoso esperimento è pienamente riuscito, nell’interesse di tutti. 

venerdì 23 maggio 2014


venerdì 11 aprile 2014


L'incanto surreale di una chiesa dimenticata


venerdì 21 marzo 2014

FRANCESCO GIAMPIETRI
 Spirto inquieto, che subverte gli edifici di buone discipline”

 Seminario su Giordano Bruno


ISISS "Cuoco-Fascitelli"
Aula Magna
via Leopardi ISERNIA

25 marzo 2014
ore 11

domenica 16 marzo 2014

L'armata Brancaleone
di Andrea Fiamma


Tra due mesi circa avranno luogo le complesse elezioni europee, il cui significato epocale viene largamente sottovalutato nell'opinione pubblica italiana. Vizio non nuovo questo, tutto italico, che negli anni passati ci ha indotto a riempire le aule del parlamento europeo con politici spesso impreparati e uomini di partito che non riuscivano a piazzarsi nelle – seppur tantissime – opportunità di impiego nei consigli e commissioni provinciali, regionali o parlamentari. I candidati, quasi mai politicamente appartenenti alla circoscrizione di elezione erano in larga parte sconosciuti al territorio, che rispondeva con un costante astensionismo.

Ma stavolta la partita pare diversa, e non solo per alcune incidentali candidature illustri – come quella forse confermata di Silvio Berlusconi, impegnato più a trovare una scappatoia parlamentare ai problemi giudiziari che veramente cosciente del progetto storico-filosofico dell'UE; quello che emerge è che oggi, forse per la prima volta, il popolo scottato dalla crisi ha preso coscienza della centralità delle decisioni prese a Bruxelles e della prossimità inaspettata delle cancellerie europee sulla vita quotidiana del pescatore di Sicilia e dell'Adriatico, dell'imprenditore marchigiano o del commerciante del centro di Roma. Inoltre a soffiare forte sulla già incendiaria bagarre elettorale contribuiscono quei movimenti politici che in questi anni hanno dipinto l'Europa e la moneta unica come causa d'ogni oscurità sul pianeta – magari, come nel caso dei 5Stelle, condendola con del complottismo antisemita rispolverato direttamente dal peggio che la Germania ha prodotto negli ultimi secoli.

Tale nuova concentrazione di aspettative e improbabili opinioni politiche sul futuro dell'Europa non assicura però l'osservatore mediamente informato che in questa tornata elettorale le cose si faranno per bene; in altri termini, il fatto che le telecamere saranno certamente fisse sul voto non dice ancora nulla sulla qualità dei candidati del partiti, sulla loro coscienza del momento storico-politico e sui programmi di rilancio dell'Unione Europea. Ad oggi i partiti italiani si limitano ad aderire alle liste che si vanno man mano costruendo, non apportando quasi mai contributi rilevanti in termini di idee – se non la stanca ripetizione di quei due o tre slogans economici sullo sforamento del tetto del 3% e altre pretese di (sempre maggiore) spesa pubblica che i più ripetono senza comprendere fino in fondo: Il PD aderisce al PSE, Lista Civica aderisce all'ALDE, il Nuovo Centrodestra al PPE e così via.

Per cui a ben vedere anche stavolta, nonostante tutto il tran tran mediatico, i partiti italiani si scoprono impreparati a reggere il confronto con le dinamiche politiche d'oltralpe, con i progetti bi-nazionali, con l'Europa delle lingue (oggi chi vuole essere classe dirigente deve parlare fluentemente almeno 3 lingue straniere), dell'Erasmus e dell'integrazione tra culture – facile e triste previsione – probabilmente a maggio si farà di nuovo la figura degli “italioti”: manderemo a Bruxelles un'armata Brancaleone con scarsa competenza ma soprattutto scarsissima visione politica. Mal che vada , invece, invaderemo il parlamento con una truppa di pentastellati che hanno imparato l'inglese dai filmati teosofici della Casaleggio&Associati. D'altronde questo è solo l'ennesimo effetto del solito e oramai vecchio problema politico italiano: lo sganciamento tra le filosofie politiche e i partiti come forme di rappresentazione ideologica della popolazione. Cioè è lo svuotamento ideologico dei partiti – lo stesso che gli ha fatto perdere il ruolo di corpo intermedio tra la popolazione e il governo.

Ma nonostante tutto c'è da essere ottimisti: lo spirito di sopravvivenza convoglierà i partiti verso le "grandi famiglie" europee di ampio respiro e che ancora coltivano dei valori di riferimento (dalla tradizione popolare, al socialismo, al conservatorismo, il liberalismo o l'autonomismo contrattualista – peccato che la Lega abbia smesso di leggere il prof. Miglio); e, in secondo luogo, la promozione del bipolarismo avvenuta con la nuova legge elettorale disincentiverà la frammentazione dei piccoli leaders e costringerà i politici a costruire prospettive di maggior visione culturale, come accade ovunque in Occidente. Insomma: ancora una volta abbiamo bisogno degli Alleati che vengano a rimettere ordine nel nostro paese. Branca, Branca, Branca!!!

giovedì 20 febbraio 2014

La società europea e i suoi nemici



Uno spettro si aggira per l’Europa  Le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo sono solitamente intese dagli analisti politici come un importante esame di valutazione dei governi nazionali, piuttosto che come la più compiuta espressione di linee di pensiero conservatrici o riformiste, all’interno dell’opinione pubblica, in merito ai grandi temi delle politiche sociali e dei diritti civili. La posta in palio sembra dunque essere il consenso governativo. A dire il vero, il prossimo appuntamento elettorale avrà di certo significati più profondi; si preannuncia infatti come il banco di prova della stabilità istituzionale della macchina europea. Nel Vecchio Continente si scorge con chiarezza, pur nella confusione nebulosa che appare ovunque imperante, una galassia chiaroscura di movimenti e partiti contestatari ed anti-sistema, rancorosi e corrosivi, che erodono il bacino elettorale delle forze responsabili di ispirazione popolare, socialista e liberaldemocratica e soprattutto assorbono il torpore astensionista. Pur essendo spesso distanti fra loro per formazione e vocazione, privilegiano i motivi condivisi nell’aspettativa di contare qualcosa, o meglio di condizionare qualcuno. Gli indignados spagnoli, gli indipendentisti inglesi dell’Ukip, i frontisti francesi di madame Le Pen, i patrioti fiamminghi del Vlaams Belang, gli scettici olandesi del Pvv e quelli austriaci del Team Stronach, i popolari danesi del Dvp, i neofascisti ungheresi di Jobbik, i veri finlandesi, gli alternativisti tedeschi, e per quel che riguarda l’Italia, i leghisti superstiti e i seguaci ortodossi di un guitto che non fa più ridere, vivono di slogan monocordi contro i flussi migratori, l’euro, la Comunità Europea (che assimilano al consiglio di amministrazione di una società occulta, composto da banchieri, faccendieri e squali della finanza). Se i nemici dell’Europa ricevessero il consenso loro accreditato dai sondaggi più attendibili e stringessero un’alleanza strumentale sui banchi parlamentari, indurrebbero il Pse e il Ppe a ricorrere a larghe intese piuttosto che a convergenze parallele, in nome della tenuta del sistema istituzionale. Ed è noto che barricadèri spregiudicati e declamatori furibondi di monologhi demagogichi spendono parole incendiarie contro le coalizioni emergenziali; eppure le desiderano ardentemente, perché sembrano avvalorare la tesi, a loro carissima, dell’equivalenza degli altri, l’assioma del qualunquismo.
Anatomia dell’odio  I nemici dell’Europa sono associati da un sostrato comune, vale a dire un’evidente matrice populista che li induce a replicare ad oltranza gli stessi gesti e a identificarsi in «adulatori di popolo» (così li chiamerebbe Aristotele) oltremodo carismatici e persuasivi. La storia insegna che il populismo è un effetto collaterale della crisi economica, o meglio il suo sintomo politico. Di qui la sua attualità, che feconda le aspettative dei nuovi estremisti. I populisti curano con particolare attenzione la comunicazione e semplificano i problemi, dato che mirano a  far presa – nel disorientamento complessivo – su cittadini spenti dalla cupezza epocale e quindi incapaci di sperare. La dilatazione della sfiducia nel mondo dà libero sfogo a sentimenti eversivi. E se il messaggio deve essere immediato e univoco, ne deriva una malcelata intolleranza nei confronti del dissenso interno e delle critiche esterne e uno svagato disprezzo per gli assetti costituiti. Inoltre si adeguano agli istinti predominanti, non trascurando l’emotività, e divulgano un lessico del disincanto e dell’irriverenza che marca distanze lontanissime dagli altri, gli untori del disagio sociale. Si può fare riferimento a un hate speech intessuto di rabbia e risentimento, talmente caustico da svalutare l’avversario sul piano della ridicolizzazione personale. Si lascia intendere dunque che non possono darsi davvero alternative degne di considerazione. I populisti ambiscono al bando di ciò che non è popolo, vale a dire le classi dirigenti (per quanto elette democraticamente) fraintese come una casta parassitaria e corruttrice, per di più asservita a un invisibile regime tecnocratico. Il non popolo è degno di distruzione, in quanto covo di cospirazioni permanenti, in uno scenario a tinte foschissime, quasi apocalittico. Talora i movimenti populisti nascono a sinistra per morire a destra; più in generale sanno toccare le corde della trasversalità, camuffandosi sotto vesti civiche, tutt’altro che pesanti e quindi adatte per tutte le stagioni. Il più delle volte sfuggono ad assunzioni di responsabilità: nella misura in cui evitano confronti o compromessi con gli altri consolidano il loro manicheismo di base, e soprattutto non sporcano le mani, lasciandole accuratamente in tasca. Del resto, come amava ripetere l’ambasciatore brandeburghese a Jena, nella seconda metà del Seicento: “chi non fa niente, non ha niente da temere”. Eppure quando nei territori conquistano un comune o un ente locale, ricorrono senza esitazioni al realismo machiavellico, non diversamente da amministratori di formazione cristianodemocratica o socialdemocratica.
Il sale sulle macerie  I populisti alla conquista del Parlamento di Strasburgo non credono nell’Europa, anzi la considerano la madre matrigna deprecabile in quanto responsabile, con i suoi precetti vincolanti all’insegna della più rigorosa austerity, della fame del popolo. Il loro ricettario minimale non può non favorire sentimenti nostalgici verso il tempo perduto, quando (forse) si stava bene: a loro interessa la restaurazione di una moralità, ovvero la riabilitazione di un determinato stile di vita vinto dalla storia. Di qui l’inesorabile sfascismo dovuto alla mancata accettazione, forse per un difetto di comprensione, della complessissima società postmoderna che non solo è aperta e plurale ma anche liquida (come ha insegnato Zygmunt Bauman). Ma la sfida dei nostri giorni è costruire su macerie, non spargervi sale, ovvero sperare senza essere disperati. Come appuntò Franz Kafka nei suoi diari, non v’è nulla di peggio del disordine, soprattutto quando si è al cospetto di competenze esigue. Una denuncia fine a se stessa, del tutto spoglia di slanci propositivi, non è altro che un guscio vuoto, il prezzo di un’illusione, un investimento a fondo perduto a favore di speculatori della tristezza.

mercoledì 12 febbraio 2014


    caro amico libertario,

Federico Aldrovandi è morto il 25 settembre 2005, a soli 18 anni. Quel giorno il corpo di Federico è rimasto sulla strada dalle 6 di mattina alle 11, quando la polizia avvisò i genitori. Federico era sfigurato dalle percosse e sui suoi vestiti si aprivano larghe macchie di sangue. I poliziotti, poi condannati in via definitiva per eccesso colposo in omicidio colposo tentarono di depistare, dicendo che Federico si era ferito da solo sbattendo la testa contro i pali della luce. Eppure adesso sono tornati in servizio, dopo aver provocato ben 54 lesioni sul corpo di Federico portandolo alla morte.
I medici hanno dichiarato che Federico aveva lo scroto schiacciato, una ferita lacero-contusa alla testa e numerosi segni di percosse in tutto il corpo.
Hanno ucciso a mani nude e con i manganelli un ragazzo di 18 anni. Hanno aspettato 6 ore per avvisare la famiglia. Hanno disinformato, omesso, mentito. A causa dei depistaggi hanno avuto una condanna per un omicidio che di colposo non ha niente. La sicurezza dei cittadini non può essere affidata a chi si è reso responsabile di questo orrore.


Non hanno mai chiesto scusa, non si sono mai mostrati addolorati per aver tolto la vita a Federico. Ora possono tornare, armati, a svolgere un servizio istituzionale delicato come quello della gestione dell’ordine pubblico. Ciò è ingiusto.
Dobbiamo continuare a pensare che un'altra polizia è possibile. Dobbiamo continuare a pensare che mai più un cittadino possa subire un controllo di polizia così brutale da esserne ucciso e possa entrare in contatto con apparati così reticenti e omertosi da depistare e insabbiare le indagini. Chiediamo di sapere quale sia stato l’esito del procedimento disciplinare a carico dei quattro poliziotti. E chiediamo che siano messi a svolgere un servizio che non preveda, né ora né mai, alcun contatto con il pubblico. Chiediamo che vengano disarmati e messi nelle condizioni di non nuocere più ad alcuno.

Firmiamo insieme la petizione lanciata da Luigi Manconi: https://www.change.org/it/petizioni/angelino-alfano-via-la-divisa-agli-assassini-di-federico-aldrovandi-vialadivisa#share

mercoledì 18 dicembre 2013

    
Faccio sempre più fatica a comprendere le più varie espressioni del costume del nostro tempo. È come se le mie lenti si fossero offuscate al cospetto di un criptogramma insolubile. Spogliate di valore dai circuiti alienanti dello scambio telematico (che si risolve nel vano splendore di bacheche e vetrine anteposte al niente), le relazioni si sono quasi del tutto slegate dalla dimensione dell’autentica socievolezza, riducendosi ad esercizi strumentali (giammai disinteressati) di simulazione o seduzione. Un aneddoto è più chiaro di un’elaborata argomentazione sociologica.
      Durante una passeggiata serale mi imbatto, nei pressi dei giardini pubblici, in tre ragazze dall’età indecifrabile che si dirigono proprio verso di me.
      «Ciao…, tu sei Davide, verooo?»
      «A dire il vero sono Francesco… Mi spiace. Colgo un velo di delusione sul tuo volto…»
      «Oh carinooo…»
      Rispondo con un sorriso perplesso, non scorgendo nel loro atteggiamento disinvolto ammiccamenti prostitutivi o ilarità spavalda e beffarda.
      «Vabbe’, ciao amo’…».

       Torno sui miei passi e mi immergo nell’umidità del parco, ascoltando: 








mercoledì 6 novembre 2013

Il video integrale dell'Agoràfestival

venerdì 1 novembre 2013



Struggente e lirica, la scena sublima – esaltandola – una condizione che di per sé sarebbe l’anticamera del ripiegamento depressivo. Girare a vuoto di sera in auto, senza intrusi, per trovare una chiave di volta, perché non è mai troppo tardi per decidersi a voltare pagina, facendo in modo che quel che è stato non influenzi il presente, sterilizzando o abortendo le sue potenzialità più effervescenti. Così anche una canzone solitaria può favorire la presa di coscienza della necessità di rifondare il proprio mondo. Isabella Ferrari fa il resto; impersona un caso singolarissimo di separazione della bellezza pornografica dalla volgarità o dalla sguaiataggine. La scena è irripetibile per la sua ricercatezza: in pochi hanno visto il film di De Maria, in pochi conoscono Bellamore di Sinigallia. È dunque vero che la poesia rifugge le masse, declinandosi in un passatempo elitario.

sabato 12 ottobre 2013

Non è mai troppo tardi per andare all'inferno.


Una delle new hit più interessanti del momento. Una fotografia di notevole pregio della società postmoderna, che è certamente liquida.  Che Carboni abbia letto Zygmunt Bauman?

martedì 8 ottobre 2013

         Ragazzini dal pugno chiuso
    Avevo forse quattordici anni, frequentavo il Liceo Classico della piccola città. Ricordo bene che una mattina, a margine di un intervallo, prima di rientrare in classe proclamai con la sicumera propria degli adolescenti, sbalordendo l’insegnante di greco: “Io sono marxista!”. Non era ancora spuntata la barba. Avevo tanta rabbia nelle tasche, ed ero ispirato dall’insofferenza per il provincialismo piccolo borghese di un mondo troppo piccolo e chiuso. Conquistai l’insegnante che, infatti, nel colloquio con i miei genitori al termine del quadrimestre ebbe modo di dire: “Sapete, il ragazzo mi ricorda com’ero quando avevo la sua età”. Da allora a casa i miei iniziarono giustamente a preoccuparsi.
    Stamattina, entrando in Facoltà, due studenti dall’espressione vaporosa resa più accattivante dalla Kefiah attorno al collo, interrompono il mio passo affrettato. “Senti, seguiresti un corso di marxismo? Un paio di lezioni settimanali…”. Resto perplesso, in attesa di un’illuminazione. Poi sorridendo, senza voltarmi per cogliere la loro reazione, sentenzio: “Scusate, ma non sono più un sedicenne…”

lunedì 30 settembre 2013

Il servizio di iTV sull'Agoràfestival


Agorà">http://vimeo.com/75698957">Agorà Festival 2013 - teatro Remigio Paone
from ITRItvhttp://vimeo.com/user8276793">ITRItv> on Vimeo.https://vimeo.com">Vimeo.>
Un frammento musicale dell’Agoràfestival
Federica D’Antonino con Feliciano Ricci

domenica 29 settembre 2013



Paure indotte
Io, l’altro e il nemico





                                                                Perché d’un tratto questo smarrimento
                                                                ansioso? (I volti come si son fatti serî!)
                                                             Perché rapidamente e strade e piazze
                                                                            si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

                                                                             S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
                                                  Taluni sono giunti dai confini,
                                                                        han detto che di barbari non ce ne sono più.

                                                               E adesso, senza barbari, che sarà di noi?
                                                                                    Era una soluzione, quella gente

                                                                                         Costantino Kavafis



Aspettando i barbari

   Sin dall’antichità classica la diversità culturale è stata negata, o meglio respinta sul piano della dis-umanità. Ogni sistema di valori dà luogo a un microcosmo culturale, in virtù del quale i sistemi alternativi sono fraintesi o trascurati. La maggior parte dei cosiddetti popoli “primitivi” si designa infatti come “gli uomini”, relegando gli “altri” nella natura. Essendo balbettante, il barbaro difetta di pensiero e, pertanto, appare come l’Altro insopportabile, che deve dunque essere respinto: ad esempio, per Aristotele non v’è differenza fra il barbaro e lo schiavo. Più in generale, lo straniero (in latino hostis più che peregrinus) ha in sé l’espressione dell’ostilità.
   Recessioni economiche, crisi politiche e mutamenti sociali provocano insicurezza nel sentimento dell’identità. La condivisione della lingua, della confessione religiosa e di un passato comune non soddisfa più l’esigenza identitaria, per la quale occorre riscoprire le radici culturali. Eppure si trascura che, come ha avuto modo di osservare Enzo Bianchi, si danno radici soltanto nel regno vegetale. In un’epoca segnata dalla crisi dell’identità collettiva, occorre un nemico verso il quale rivolgere le tensioni interne. Come ha sostenuto Umberto Eco, il nemico offre un ostacolo rispetto al quale misurare la solidità del sistema valoriale. Diventa nemica una figura estranea, non necessariamente proveniente da un altrove indefinito (si pensi all’extracomunitario immigrato o al gay), che di per sé rappresenta tutt’altro che una minaccia. Ma Spinoza ha insegnato che quando gli uomini non sono grado di prendere una decisione e fluttuano miseramente fra la speranza e la paura (che sono due passioni tristi, che inibiscono la potenza di agire), allora sono disposti a credere a qualsiasi cosa. Anche al Telegiornale meno attendibile. In accordo al principio classico della kalokagathia, secondo il quale quel che è buono è necessariamente anche bello, il nemico non può non risultare ripugnante (essendo privo di integritas) e maleodorante. L’invenzione del nemico si avvale dei pregiudizi negativi. Ogni pregiudizio marca una distanza rispetto all’oggetto della svalutazione e rafforza al contempo il soggetto prevenuto. È radicato e profondo, perché deriva da cliché di maniera che potrebbero avere anche un fondo di verità e che di certo àncorano a una cultura di base, favorendo sentimenti di appartenenza. Prontamente confermati dagli organi di informazione, i pregiudizi lasciano emergere dalla loro latenza subculturale timori ancestrali e notturni. Il cittadino inquieto si reca alle urne ed è pronto a sostenere il Reggente Forte.


Ho visto anche degli zingari felici





    Il nemico classico è l’ebreo. La letteratura concernente l’odio antisemita e la Shoah è esaustiva e variegata, estendendosi dalla narrativa alla cinematografia. V’è invece un’altra figura estranea, storicamente discrimanata, che è avvolta dal silenzio: quella dello zingaro. Nell’età moderna l’assassino di uno zingaro poteva farla franca a Venezia e in altre città: nessun tribunale lo avrebbe infatti condannato. Nel XVII secolo i nomadi venivano scacciati di villaggio in villaggio in Germania in quanto ritenuti spie al servizio dei Turchi; nel secolo successivo Kant avrebbe scritto che «l’uomo del non luogo è criminale in potenza». Del resto si sa per tradizione che gli zingari sono sicuramente imbonitori furfanti e ladri di bambini. Dato che il furto non rientra fra quanto essi ritengono mallipé (ovvero impuro), qualcuno ha voluto credere che si debba riconoscere una predisposizione gitana alle ruberie. Si tratta di un argomento superficiale e intessuto di stereotipi. Un rom non trufferebbe mai un rom. Derubando un gagé, riscatta invece una lunga storia di negazioni. Agli zingari sono negate la privacy (di qui le recentissime schedature di polizia in Svezia), la proprietà privata (di qui gli assalti e i roghi dei campi nomadi), e finanche la memoria (di qui la rimozione del Porrajmos, la grande devastazione nazista che ha comportato lo sterminio di circa cinquecentomila zingari nei campi di concentramento). Essendo orale, conchiusa in sé, la cultura romanì non ha condiviso con il mondo la sua oscura tragedia.

Un paradosso educativo


   La paura del barbaro rende barbari, come prova l’esempio delle ronde di quartiere organizzate alcuni anni or sono da militanti della Lega Nord e di altri movimenti xenofobi e razzisti o neofascisti. Ma, come ha suggerito Claude Lévi-Strauss, è proprio del barbaro respingere quanti esso stesso considera barbari. Pertanto i nuovi barbari sono facilmente riconoscibili, e non possono più nascondersi dietro il velo rassicurante delle loro presunte buone intenzioni. In conclusione, bisogna essere riconoscenti nei confronti dello straniero postmoderno, chiunque esso sia, poiché è soltanto con lui che si può tentare di decifrare lo sviluppo precario e confuso dei modelli sociali di un’epoca dominata dalle passioni tristi. 

sabato 14 settembre 2013

mercoledì 11 settembre 2013




Ideato da Francesco Giampietri, Mirza Mehmedović, Martina Purificato e Vincenzo Brusello, patrocinato dal Comune di Formia ed organizzato dall’Associazione culturale Idest, agoràfestival idee in movimento è un progetto culturale sperimentale volto alla promozione di un inedito piano di intersezione di più registri tematici (l’arte, il pensiero e la musica) intorno a un tòpos univoco: Identità/differenze, argomento problematico e di stringente attualità che si presta a molteplici declinazioni, di natura estetica, antropologica, filosofica. L’idea di fondo che ha ispirato i promotori dell’iniziativa si lega all’esigenza di tornare a fare cultura nell’agorà, il centro democratico della città che viene sempre più svilito a vantaggio soprattutto delle piazze virtuali; ben rappresentata dal Teatro “Remigio Paone”, l’agorà, di per sé accessibile a tutti, viene pienamente ristabilita come il luogo proprio della manifestazione delle arti e del libero scambio dei saperi, il polo di convergenza di artisti, musicisti e filosofi. Al cospetto del disarmante individualismo, del superficiale edonismo e della complessiva sfiducia nel mondo, che sono fra i tratti distintivi della società postmoderna, appare opportuno scommettere sulla valorizzazione dei talenti individuali, soprattutto dei giovani, in un contesto pubblico.

   Il programma dell’agoràfestival idee in movimento prevede una mostra di opere, riconducibili a vari stili, di giovani artisti, un seminario filosofico che stabilisce un confronto fra diversi studiosi ed animatori culturali premesso a una discussione aperta al pubblico, nonché le esibizioni di due band musicali e di una promettente cantante lirica. Nell’agorà dunque le idee tornano ad essere in movimento, per la costruzione del bene comune, il benessere della polis.

martedì 6 agosto 2013

A Francesco, per il suo dottorato...

                                                                                                         "...e io alla novità non sono
                                                                                                           mai stato e non sarò mai
                                                                                                          insensibile, perché la novità
                                                                                                          è intrinsecamente avventurosa".
                                                                                                                           (De Marchi - Il talento)

Non tramonti mai la tua passione
per la conoscenza e lo studio
ma possa, anzi, inebriarsi sempre
mediante il gusto della novità,
riuscendo a carpire ispirazioni massime
anche attraverso quei dettagli quotidiani
che molti lasciano scivolare via
e pochi sanno custodire rendendoli
preziose gemme di letteratura erudita.

sabato 3 agosto 2013

Johnny Freak, quando la poesia diventa musica..... quando la musica è poesia!!!


Un doveroso omaggio ad una band della provincia di Frosinone.
Ci sarebbe molto da dire, tuttavia basta ascoltare i loro pezzi per entrare in uno spazio di confine
meravigliosamente persi dentro quella vasta, quanto sottilissima, terra dove vivono le divinità della musica schiacciate tra prosa e poesia.
Dal vivo non tradiscono, trascinanti e comunicativi. Ferite profonde causate da taglienti colpi di rock.





 Johnny Freak nascono nel Novembre del 2005 dall’unione di diversi musicisti della provincia di Frosinone, i quali, dopo diverse esperienze artistiche e live nei migliori locali italiani, trovano la giusta alchimia e dimensione nell’unire il feeling del grunge dei primi anni novanta al rock made in Italy degli ultimi tempi, traendo il loro nome dal più famoso e, al momento secondo gli appassionati, migliore albo di Dylan Dog mai pubblicato: “Johnny Freak”.
Nell’Agosto de 2007 i Johnny Freak autoproducono il loro primo lavoro dal suggestivo titolo  Sognigrafie”, dal quale è stato tratto anche un videoclip del singolo “Martin”avvalendosi della collaborazione con i ragazzi della YOU.DE.ZA Filmmaker.
Il successo di “Sognigrafie” viene sancito, oltre che dalle critiche positive, anche dalla ristampa quasi immediata dell’album, vendendo in poco tempo oltre mille copie.
Nei loro concerti i Johnny Freak narrano di disincanto, di sogni trasfigurati dalla realtà e di intima fragilità, ricercando la giusta fisicità del suono: il tutto  è sorretto da un tappeto sonoro che si fa diluito e compatto a un tempo, non evitando chitarre abrasive e tensioni elettriche anche nelle ballad.
Ciò ha consentito ai Johnny Freak di conquistare una posizione di tutto rispetto: numerose sono le esibizioni in alcuni dei migliori locali, radio e festival italiani.
Nel contempo entrano in contatto con Mauro Marcheselli, caporedattore di Dylan Dog, che manifesta un apprezzamento tale a “Sognigrafie” da dedicare alla band la rubrica Horror Club all’interno dell’albo n° 256 “Il Feroce Takurr”.
Nel Natale 2008 l’ Elevator Records pubblica i singoli  “Martin” e “Ansia&Caffè” sui cataloghi digitali di MondadoriTV Sorrisi & CanzoniI-TunesMessaggerie Musicali.
Nell’Estate del 2011 parte un mini tour di venti date nel quale girano il territorio nazionale, provando e testando nuovi brani. Si ricorda l’esibizione al “Lazio Wave”, festival rock di notevole rilevanza (De Gregori, Verdena), esibendosi come opening act di Morgan, e quella agli “Archi Village”, dove sono la support band di Raf, riuscendo così a suonare davanti a 24.000 persone.
Tra il Settembre e il Dicembre del 2011 i Johnny Freak per il loro secondo album entrano nello storico studio di registrazione del RED HOUSE RECORDINGS di Senigallia (AN), dove si avvalgono della collaborazione artistica di David Lenci e Andreas Venetis (Charlotte Hatherley, Linea77, Uzeda, One Dimensional Man ecc.), registrando un disco contenente undici tracce di rock emozionale e di forte impatto sonoro.
Nel Gennaio del 2012 il nuovo disco viene masterizzato da Giovanni Versari a “La Maestà studio” di Tredozio (FC).
Nello stesso anno è quasi immediato l’interesse dell’etichetta tedesca Antstreet Records, che nota la band e non tarda a metterla sotto contratto.  A Novembre esce finalmente, dopo cinque anni di attesa, il nuovo album dal titolo “Tra il Silenzio e il Sole”, dove vengono a galla le grandi potenzialità compositive della band, capace di coniugare la tradizione rock italiana degli ultimi 15 anni con il suono più autentico del grande rock internazionale.

venerdì 26 luglio 2013


Appendo da un autorevole organo di informazione (http://napoli.repubblica.it/cronaca/2013/07/26/news/cosentino_lascia_il_carcere_ai_domiciliari_a_venafro-63756826/?ref=HREC1-5) che al (dis)onorevole Nicola Cosentino è stato riconosciuto il beneficio della detenzione domiciliare proprio nella piccola città. Mi viene da vomitare.
La notizia è mortificante, profondamente deprimente. Mi tingo il volto di vergogna. 

domenica 21 luglio 2013




 MEMORIA DOMENICALE DEGLI SMITHS
   The Smiths, «il gruppo più snob della scena musicale anglosassone», si distinguevano anche per un certo radicalismo (reso emblematico dal titolo del quarto album), tutt’altro che scontato se associato allo svagato disimpegno dei Duran Duran e di altre celebri bands coeve.  Erano intransigenti da un punto di vista letterario, e così sedussero Tondelli e altri profondi conoscitori dei costumi e delle mode del postmoderno. La scrittura di Morrissey era ricercata, talora ispirata fino all’iperbole sentimentale (si pensi al seguente passo:

And if a double-decker bus
Crashes in to us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well the pleasure, the privilege is mine


tratto da There is a light that never goes out). «Un modo celestiale per farla finita…» esprime bene l’edonismo sprezzante, disincantato, inconsapevolmente decadente degli anni ’80, così lontani, ma rievocati nelle parvenze e nelle maniere attuali (come il taglio dei capelli e la montatura pesante degli occhiali). E la voce di Morrisey, «sensuale, strascicata e maledetta: l’unica un po’ perversa che questi primi anni ottanta – obsoleti, invece, di falsetti e mezzeseghe – ci abbiano dato». E infine le contaminazioni eleganti fra generi distanti (di qui il cosiddetto indie pop), espressione mirabile del gusto postmoderno, di per sé irripetibile, e pertanto dannatamente (in)attuale, al di là dello scadimento dell’edonismo in pornografia, vicenda piuttosto recente.

PS: Le citazioni sono tratte da P. V. TONDELLI, Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni Ottanta, Bompiani, Milano 2009 (1990), p. 300.

venerdì 19 luglio 2013

FENOMENOLOGIA DEI GIORNI DELL’ABBANDONO

Rientrando a casa di notte sono stato sedotto, dieci giorni fa o giù di lì, dall’ultimo singolo di Gazzè. Avevo appena lasciato le note ricercate di RadioTre, perfette per un notturno di mezza estate, per distendermi con le trasmissioni più pop di una radio commerciale. Incuriosito, ho concentrato l’attenzione sul testo, ispiratissimo fino al virtuosismo poetico, facendo astrazione dall’eccellente arrangiamento, espressione di uno stile ormai inconfondibile e degno di apprezzamenti critici. 



I tuoi maledettissimi impegni è la sintomatologia del logoramento sentimentale. La lacerazione di un legame affettivo è sempre premessa da segni troppo evidenti per essere fraintesi, e quindi inequivocabili: il compagno o la compagna indossa una maschera, si allontana, moltiplica le occasioni per ritardare o annullare gli incontri; per non parlare dei «discorsi strani» dietro i quali si nasconde, frasi svagate e distratte, che marcano la profondità della distanza e gettano il cuore in un pozzo. Si tratta della liturgia, ipocrita ma elegante, dell’abbandono: se non ho il coraggio di dirti che per me qualcosa è cambiato, non calpestando il tuo sguardo avido di riscontri, allora provo a fartelo capire… L’amante non ha che una soluzione a disposizione, vale a dire la mortificazione suprema, l’annichilimento del risentimento dovuto alle provocazioni, il declassamento ad accessorio occasionale («e non c’è che una soluzione se non quella/di rimpicciolirmi a dismisura/fino al punto di traslocare nella/borsa tua con gran disinvoltura»), l’adesione cieca agli atteggiamenti dell’amato di un tempo («cambiando se tu cambi posizione»), al di là del gusto personale, dannando le inclinazioni per le quali era stato apprezzato. L’amante soccombe nella dialettica amorosa, si immola per una causa che ritiene superiore, inconsapevole di essere il guscio fragile ed effimero, l’«involucro di ogni funambolico pensiero che ti viene». Si pensi a una caramella: l’involucro è l’ultimo ostacolo frapposto al godimento, e pertanto va soppresso, stropicciato, gettato via. La cupio dissolvi si addice a personalità straordinarie, predisposte per vocazione all’amore puro e incapaci di temere di non essere ricambiate. L’amore disarmato che in una dimensione teologica costò a Fénelon accuse di eresie, diviene sul piano sentimentale la scena chiaroscura di un olocausto erotico, che è autentico proprio perché inutile (non conduce a nulla) e massimamente ingiusto (l’amato indifferente è indegno della mia mortificazione). La rinuncia all’autodafé di sé lascia rispondere all’indifferenza con l’indifferenza, nella sospensione del linguaggio e dei gesti, che favorisce automatismi silenziosi. Colti i segni ineluttabili dell’abbandono imminente, si gioca d’anticipo, cancellando un nome fra i tanti dalla rubrica, voltando le spalle ai rimorsi (morsus conscientiae), anonimo nella folla anodina della bella estate