La vita è esperienza, cioè improvvisazione, utilizzazione delle occasioni; la vita è tentativo in tutti i sensi. Donde il fatto, a un tempo imponente e assai spesso misconosciuto, delle mostruosità che la vita ammette
Georges Canguilhem



venerdì 29 gennaio 2010

La carriòla

Risposta...

L’ispirazione chiede di essere condotta per mano dai versi semplici e ingegnosamente puri di un poeta che celebra il canto primordiale della natura detonante nel corpo elettrico dell’essere umano. Un canto di salvezza, di speranza. Che osa rispondere garbatamente alle piccole ipocrisie quotidiane, ai fantasmi dell’umanità che vagano inermi tra i campi immobili di quello che io definisco il ‘medioevo cerebrale’. Parole colme di poteri inebrianti che coprono il vuoto silente di culture a volte incolte e fradice di miserie inanellate ai piedi di un destino senza nome.
Consueto s’elabora il pensiero attorno ad un concetto meschino e senza futuro che propone la sua rima baciata con la paura che s’esprime nel precario.
Oggi, come il caro poeta cileno amava scrivere nelle sue strofe, questa volta lasciate che sia feliceOggi lasciate che sia felice… (P. Neruda, Ode al giorno felice).
La fecondità del canto vitale cerca il suo rifugio tra le note impregnate d’eterno, d’infinito. Lasciate che trovi una risposta anch’io alle insicurezze dell’esistenza, alle follie che si mischiano ai complessi dilemmi economici odierni, alle violenze che tamburellano sullo schermo inerte che ci fa compagnia durante le nostre cene o ancora alla pochezza di sentimenti che circonda le città sempre più imbrattate dalla sordida idea dell’involuzione sociale.
Lasciate che scorrano le furberie del planetario politichese, o dell’insulso stratagemma elaborato per ribaltare il piatto della stadèra divenuta, ormai, oggetto ornamentale tra le mani callose di un fruttarolo.
Oggi lasciate che cada l’inquietudine barocca di un pensiero annidato sui tetti infreddoliti di una fabbrica sicula che si scontra con le illogicità del sistema fiatiano. Lavoratori, operai, giovani studenti perduti nel labirinto infelice del presente, bramoso di rinverdire un futuro dal profilo ancora poco illuminato e illuminante, credete, non posso far finta di un udire, non posso non osservare il quadro decadente che si staglia sul muro dell’indifferenza politico-industriale. E quando si delinea l’idea buffa di carpire alle pensioni una paghetta per i propri figli disoccupati…come articolare l’espressione consona a questa celia senza pudore? Di quali pensioni si tratta, di quelle dei lavoratori licenziati o delle pensioni dei pochi ricchi accomodati sulle panche dei palazzotti romani?
Ma oggi lasciate che si sciolgano versi di speranza. Lasciate che un vecchio poeta americano ci dedichi la sua vena di luce riflessa tra le pagine di un libro. Lasciate dunque che ci declami:

Ahimè! Ah vita! di queste domande che ricorrono,
degli infiniti cortei di senza fede, di città piene di
sciocchi,
di me stesso che sempre mi rimprovero, (perché chi più
sciocco di me, e chi più senza fede?)
di occhi che invano bramano la luce, di meschini scopi,
della battaglia sempre rinnovata,
dei poveri risultati di tutto, della folla che vedo sordida
camminare a fatica attorno a me,
dei vuoti ed inutili anni degli altri, io con gli altri legato
in tanti nodi,
la domanda, ahimè, la domanda così triste che ricorre -
Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita?

Risposta
Che tu sei qui - che esiste la vita e l’individuo,
che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi
con un tuo verso.

(W. Whitman, 'Ahimè! Ah vita!' poesia tratta da Foglie d’erba)

Nessun commento:

Posta un commento